Anni di multiversi all-inclusive e principesse di rovine e autoreferenze ci hanno abituato a narrazioni universali e intersezionali, al punto che forse abbiamo dimenticato cosa possano essere -personaggx che non siano -personaggistx, e come si leggano storie di vite particolari che non sono confezionate per l’identificazione/rappresentazione (e per il merch).
Il romanzo di Grady Hendrix non ha ansie di essere “meno di sinistra” di altri competitor, cosa che invece non si può dire di una parte del suo pubblico, forse inebetito da una lunga e (in)gloriosa tradizione di fiction didascalica, nonché da una community che relativamente alla questione dei discorsi sulle identità marginalizzate ne ha fatto un gioco al rialzo.
Qui invece il gioco è molto semplice. La comunità di un sobborgo statunitense di fine secolo si ritrova ad accogliere il più temibile dei predatori: un vampiro. Contro di lui solo un gruppo di donne, tutte cis, tutte bianche, tutte mogli, tutte madri, tutte benestanti, tutte senza una diagnosi, tutte appartenenti allo stesso morboso club del libro. La loro sfida risiede quasi per intero nell’azzardo che sono disposte a compiere, in quanto credono di avere da (e di poter) perdere, nella tollerabilità della disgrazia altrui che immaginano di poter sostenere, nella routine che le fa sentire al sicuro, nell’opinione che hanno di se stesse.
La scrittura di Hendrix è immediata e impressionista, ma non mancano le dosi di truculenza. Il racconto incalza come un flusso di acqua gorgogliante: è impossibile distogliere lo sguardo dalle pagine, allo scorrere delle quali ci si lecca occasionalmente le dita per la sagacia e l’oculatezza di alcune scelte di prosa.
Ma forse la più grande conquista del romanzo sta nella caratterizzazione di James Harris, che giunge in mezzo agli uomini come un agente di prosperità economica e benevolenza, al punto che fino alle ultime pagine ci si chiede se non sia stato tutto un malinteso, se davvero queste donnette annoiate non si siano solo fatte trasportare dalla propria immaginazione e da letture poco cristiane.
Guida al trattamento dei vampiri per casalinghe affronta un grado di femminismo piuttosto elementare, ma certamente non dimentica che l’oppressione del patriarcato non è solo un argomento da collettivi e da riot; che esistono delle realtà i cui orizzonti cadono ben prima delle infografiche sull’ultimo fatto di cronaca che ci scambiamo in una sorta di febbre cazzolunghista per far vedere chi ci ha visto il livello più profondo di sessismo/razzismo/abilismo; e che il percorso non è fatto solo di asserzioni, ma anche e soprattutto di dubbi e di cedimenti.
Probabilmente le donne dell’Old Village non scenderanno in piazza per la liberazione del capezzolo, e magari non gliene frega neanche troppo della parità salariale, ma è certo che all’occorrenza le troverete armate di true crime e aspirapolvere, pronte a difendere quello che hanno di più caro al mondo, anche a costo di rinunciare a tutto il resto.
