lunedì 17 giugno 2024

Oscurità limpidissima - Le nostre mogli negli abissi di Julia Armfield

Un giorno sei a casa e ti accorgi che la persona che ti sta accanto non è più lei. I suoi occhi galleggiano nel vuoto degli abissi, dove riposa una tenebra gelida e senza tempo. Tutte le attenzioni che le rivolgi le passano attraverso, e i ricordi che cerchi di rievocare, irrimediabilmente, si sciolgono. Ti chiedi quanto sia reale la vita che stai vivendo.

Leah è tornata da una missione sul fondo dell’oceano. È rimasta intrappolata a bordo del sommergibile per sei mesi a causa di un malfunzionamento: sei mesi in un bolo di tenebre e acqua. E in tutto questo tempo Miri, sua moglie, non ha ricevuto sue notizie. In alcuni momenti, in effetti, ha preferito piangerla. Ma ora Leah è di nuovo a casa… solo che non lo è, non completamente.

Ne Le nostre mogli negli abissi ogni pagina è come un velo, uno strato protettivo contro la verità che segue una logica di emozione più che di tempo. Le due narratrici-protagoniste si alternano in un duetto che si fa progressivamente controcanto: se da un lato Miri ripercorre le tappe della loro relazione, Leah sprofonda in elucubrazioni sull’oceano e sui suoi misteri.

Julia Armfield ci accompagna in un viaggio negli abissi della psiche, antri popolati da creature incomprensibili. Più che comporsi, la storia si disgrega, una parola alla volta. Quella di Armfield è una prosa delicata ma inesorabile, quasi anestetizzante. Il risultato è un romanzo di un’oscurità limpidissima.

(recensione scritta insieme a June Scialpi) 

lunedì 3 giugno 2024

Il potere della bellezza - Foresta elettrica di Tanith Lee

 

Secoli di tradizione estetica celebrano il grande valore metafisico della bellezza come di una qualità ineffabile, rara, personalissima. Ma oggi, nel terzo millennio, se per godere di un po’ di bellezza ci basta scrollare il nostro feed, se la bellezza diventa una stringa di codice che può essere elaborata artificialmente, allora che valore – o meglio: che potere ha la bellezza?

Tanith Lee si pone questa domanda negli anni ’70, quando Instagram e AI sono ancora nel grembo della fantascienza, che gesta tutte le innovazioni e (soprattutto) gli incubi dei futuri possibili. Per rispondere crea un mondo in cui la fecondazione è sottoposta ad un regime eugenetico che genera solo individui perfettamente belli.

La protagonista di Foresta elettrica è però Magdala, una donna nata secondo il metodo “tradizionale”, e per questo condannata dalla nascita ad una vita miserabile. Magdala è infatti bruttissima, quasi mostruosa, o comunque lo è in un contesto in cui la differenza è un peccato capitale – pun intended. Accanto a lei planerà il bellissimo e diabolico Claudio, che la convincerà (per così dire) a sottoporsi ad un esperimento di bioingegneria. Nella tenuta di Claudio, la coscienza di Magdala sarà trasferita nel corpo più bello che lei abbia mai visto.

Foresta elettrica è la parabola della bellezza come strumento di potere. Nel romanzo di Lee, essa diventa una macchina di sopraffazione che promette una falsa uguaglianza alle sue vittime. La casualità irripetibile della bruttezza può allora essere ragionevolmente marginalizzata, le pretese del suo soggetto mortificate.

Muovendosi tra i generi (alla maniera tipica di Lee) dell’intrigo interplanetario e del romance tossico, Foresta elettrica racconta di un mondo bislaccamente e spaventosamente simile al nostro, in cui la bellezza è una massima di sopravvivenza, un imperativo economico prima ancora che sociale.

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