Le pagine di Medusa sono come un banchetto di dolci: c'è sempre spazio per la prossima. A meno che la voce leziosa della protagonista, che non fa altro che ricordarci il suo triste fato e l'aspetto immondo, non venga a noia.
La verità è che dopo il trauma di Circe ho un problema con i narratori che si autocommiserano. Ma Medusa è diversa, se non altro nella lingua. Attraverso le sue parole, Martine Desjardins scolpisce un romanzo che è un carillon di zucchero, in cui tutto ritorna in una sorta di profezia che si autoavvera (o di incubo ricorsivo).
A caricare la molla è la giovanissima Medusa, colpita da una terribile patologia agli occhi che è costretta a tenere coperti, e abbandonata dalla famiglia in un istituto per ragazze abiette. Lì sarà coinvolta in una sequela di fatiche eracliane – l’aggettivo non è arbitrario – che la vedranno alla mercé dei finanziatori dell’istituto e delle loro crudeli sevizie. Ma contemporaneamente inizia a crescere in lei un potere che era rimasto a lungo sopito.
Desjardins ricerca un’estetica grottesca, a tratti stucchevole, e la usa per smaltare una novella simil-gotica – diciamo pure che ce la cola sopra fino a sommergerla. La sua prosa, anche se un po' povera di intuizioni, gioca bene però con l’accumulo di elementi figurativi. Questi fioriscono attorno ad una voce che non si sa guardare molto bene dentro, ma è invece bravissima a guardare fuori. Il risultato è una fantasma-allegoria diabolicamente espressiva, in cui la mostruosità non è tanto oggetto quanto strumento di indagine.
I veri protagonisti del romanzo, a mio parere, sono infatti gli uomini: la loro giostra di pusillanimità, di mediocrità, di infantilità. Gli occhi di Medusa, terribili piaghe giunte da un altro mondo (che per tutte le duecento pagine la ragazze si impegna a soprannominare con gli epiteti più coloriti), sono una distrazione; per noi come per lei. Tutto quel body horror barocco ci si appiccica alle palpebre mentre le sbattiamo tra un rigo e l’altro, ma l’inganno è proprio lì, in mezzo alle pagine, in brevissime e lucidissime epifanie.
