lunedì 29 luglio 2024

Polisemia della carne - Sirene di Laura Pugno

Il mondo del sole nero è una civiltà in fondo al mare, oscuro paradiso dove i ricchi si proteggono dalle radiazioni velenose. Samuel è un parassita di questo sistema, come un cirripede attaccato ai denti di un leviatano. Il suo lavoro consiste nel sorvegliare un allevamento di sirene, dalle quali si ricava la pregiatissima carne di mare. Per il resto, è una specie di zombie, un essere svuotato di sentimenti: è così da quando ha perso l'amata Sadako, portata via dal cancro nero. Non sa neanche lui per quale motivo ha deciso di accoppiarsi con una delle sirene dell'allevamento, né tantomeno immaginava che lei potesse rimanere incinta.

Poco più che cento affilate pagine, Sirene è una piccola eucaristia maledetta. Il cielo tradisce, l'abisso accoglie, ma è un gioco di scambi: mentre gli uomini colonizzano il fondale, infatti, le sirene affiorano in superficie. Ed è proprio su questo luogo liminale, il pelo dell'acqua, che si consuma l'orrore del romanzo, dove Samuel perde Sadako ma riceve Mia, la piccola mezzosangue che non sarebbe mai dovuta nascere. Una creatura che nessuno ha voluto per un'altra che tutti vorrebbero.

La civiltà immaginata da Laura Pugno non ha il rigore di una macchina ben rodata, ma piuttosto è un progetto tracciato al risveglio da un incubo. Le sirene ne costituiscono il cuore pulsante: sotto la mano della yakuza, vengono allevate per il macello oppure sfruttate per i bordelli. La polisemia della carne, come alimento e come eros, diventa oggetto di un'ossessione fin troppo familiare. È un mondo, quello disegnato in Sirene, al di là di ogni possibilità di redenzione, popolato da personaggi senza speranza. Lo stesso Samuel non è mosso da intenti razionali, solo da istinti di conservazione ormai logori e insudiciati.

La prosa di Pugno ha una bellezza dolce e grezza, fatta di illusioni taglienti: frammenti di cose che sono state e che tornano ad essere per pochi istanti, infuse di incanti lunari. È una scrittura che non teme di sporcarsi o di mostrarsi nella sua nudità, e che più di qualsiasi elemento di trama concorre a informare le ombre di un reame decaduto.

lunedì 22 luglio 2024

Quel mondo che abbiamo perso - Decluna di Federica Leonardi

I paesini sono luoghi iniqui, infestati di sentimenti irrisolti. La speranza viene lasciata a macerare finché non si trasmuta in esaltazione o rancore. Alba però questo non lo sa ancora, perché non è mai stata a Decluna. Almeno finché una telefonata non la richiama nel paese della madre da cui è stata abbandonata da piccola, proprio in occasione della sua dipartita. Una volta lì, scoprirà un che di familiare in quei posti mai visti prima, una sensazione dal sapore dolceamaro. E mentre il paese si prepara a festeggiare la sua santa patrona, Alba dovrà fare i conti con un passato ben più antico della sua infanzia.

Nelle pagine di Decluna, Federica Leonardi dà prova di una grande gestione della tensione: il ritmo è incalzante, gli indizi acutamente disposti. La scrittura gode poi di un comparto retorico galvanizzante, ricco di immagini vivide e originali, che l'autrice padroneggia senza apparente sforzo e senza avvicinarsi allo stucchevole. Uniche pecche: una certa prevedibilità di alcuni passaggi di trama, imputabile anche al canone in cui il romanzo si inserisce; e delle battute finali un po' troppo al cardiopalma.

Decluna raccoglie con grande consapevolezza la tradizione del genere folk horror, in particolare di quel filone ispirato ai culti della fertilità, qui con una declinazione tutta italica; vi infonde poi una vena gotica, che a tratti richiama il cosmic horror; e conclude con una spolverata di anni '90. Il risultato è un racconto stratificato che parla di eredità e di perdita, di distacco e di appartenenza, di crisi e di rinascita, e dotato di un'anima profondamente millennial. È un bagno nostalgico e rituale sul confine di quel mondo che abbiamo perso a vantaggio del "progresso".

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