lunedì 27 luglio 2026

Creaturine tascabili - intervista a Diletta Crudeli

Creaturine tascabili - cioè interviste con persone carine del mondo della scrittura e dell'editoria - è il nuovo format di cadutodalpero.it in cui chiacchieriamo di libri e di chi e come li fa.

La nostra prima ospite non le manda a dire. Autrice e responsabile editoriale per Moscabianca Edizioni, di solito preferisce parlare con gli animaletti del bosco ma oggi ha accettato di parlare con me: Diletta Crudeli.

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Diletta, lei che creaturina tascabile si sente?

Sicuramente un Pokémon. Se devo sceglierne uno esistente direi Umbreon, altrimenti forse un tipo Spettro un po’ carino ma che sa usare Trick Room. Tipo Mimikyu, ma dalle fattezze più simili a un gatto. Qualcosa del genere.

Oggi sei responsabile editoriale per Moscabianca Edizioni. Ieri chi eri? Parlaci del tuo percorso nel mondo della pubblicazione e della scrittura.

Il mio percorso è iniziato con dei corsi tenuti dalla Scuola del Libro. Ero uscita dalla triennale (in Beni Culturali) non molto soddisfatta e anche abbastanza scontenta, per non dire infuriata, nei confronti del mondo accademico. A quel punto ho fatto un corso di editing e uno di scrittura creativa. Nel frattempo avevo aperto un blog e alla fine mi sono anche decisa a inviare dei racconti. Ad alcune riviste, prima, poi anche per delle raccolte e antologie. 
Sono arrivata a Moscabianca prima come autrice. La mia prima pubblicazione con la casa editrice è il racconto presente nell’antologia Prisma vol. 1. Dopo ci sono stati altri racconti, la curatela del volume HUMAN/, quella della collana Cuspidi e infine mi sono evoluta fino a essere responsabile editoriale. 
Il lavoro in editoria è andato quindi di pari passo con la scrittura e la pubblicazione. Per anni magari avevo pensato di scrivere qualcosa ma mai di pubblicarlo. Il momento in cui, anche grazie alla traduzione italiana della trilogia di Jeff Vandermeer, si è cominciato a parlare di new weird ho proprio pensato che alla fine era quello che mi sarebbe piaciuto vedere pubblicato e quello che forse sapevo scrivere. 

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Uno dei tuoi compiti è valutare le proposte editoriali che arrivano in redazione. Quando leggi un manoscritto inedito, cos’è di solito che lo “eleva” rispetto agli altri? E cosa invece lo squalifica, nonostante magari una buona prima impressione?

La quantità di manoscritti che arriva nella nostra mail è assurda e assurda è anche la quantità di romanzi che si stampa in Italia. 
In mezzo a una iper produzione è bello scovare voci particolari, un utilizzo della lingua diverso, e anche storie che non hanno paura di risultare complesse, cercando di rielaborare temi e tropi del genere. Il romanzo di Claudia D’Angelo per esempio, Le Forze (uscito nel 2024) è stato scelto per questo. Si tratta di un romanzo ambientato in Italia ma va oltre le solite dinamiche del folklore, del mito e della superstizione. La scelta della struttura a cornice è quasi venuta naturale. 
Altra opera di carattere completamente diverso è il romanzo illustrato Lo specchio attraversò Alice di Reg Mastice. All’inizio l’autore ci aveva mandato solo questo grottesco libretto illustrato che mescolava Alice attraverso lo specchio e I delitti della Rue Morgue. L’impatto è stato straniante nel migliore dei sensi. Da lì è stata creata tutta l’impalcatura che circonda la storia relativa a questo libretto misterioso. Di nuovo un’opera strana ma capace di utilizzare alcune tematiche del fantastico al meglio, che sa mescolare teoria del complotto, horror e addirittura viaggi nel tempo.
Devo anche ammettere che almeno per me difficilmente qualcosa può fare una buona impressione e poi essere squalificato. Di solito la buona scrittura si riconosce subito e se questa non c’è è improbabile che si possa andare avanti.

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Oltre al tuo lavoro in Moscabianca, sei anche autrice di fiction. Dai racconti ai romanzi, passando per le novelle, il filo conduttore della tua produzione si direbbe costituito da un immaginario “eclettico” ma in qualche modo coerente: creaturine del bosco, una periferia liminale, signore che prendono il tè. Tra i tuoi temi prediletti, invece, figurano l’ecologismo e la crudeltà infantile. Ti rivedi in queste definizioni? Cos’è che nutre la tua scrittura?

Assolutamente sì!
A me piace sempre dire che scrivo storie depresse con animali parlanti, mi sa che è un altro modo di riassumere quello che ho scritto fino a questo momento. 
Riguardo ciò che mi nutre non lo so, a livello tematico, o di storie che riescono a ispirarmi mi rendo conto che molto mi suggestiona, ma poi si ripresenta di nascosto all’interno di quello che scrivo anche dopo molto tempo. 
Poi è anche diventato naturale scrivere sempre qualcosa, ormai, anche se a dirlo può sembrare una posa, il che mi fa quasi vergognare. Una delle mie citazioni preferite sulla scrittura viene dal libro Incorreggibili di Paola Moretti: “non scrivendo scrivo”. 
Quando scrivo una storia penso ogni giorno ai suoi personaggi alla sua ambientazione, per me è un chiodo fisso. E se non sto scrivendo niente sto già pensando a qualcosa. Sempre Paola Moretti dice che non sa se credere a chi dice che scrivere è bellissimo. Sono d’accordo, per me è abbastanza dilaniante. Scrivere è un po’ far funzionare le cose e non sempre tutto funziona, o lo fa al primo colpo, tocca trasformare e trasformarsi molto. 
Ci sono ovviamente cose mi stimolano particolarmente, di solito vengono tutte da immagini che mi vengono in mente, conversazioni casuali, paesaggi, pensieri improvvisi. 
Una volta che l’immagine ha fatto presa nel mezzo a qualsiasi cosa io stia leggendo o vedendo mette radici. Piano pianto nasce tutto il resto. Non sempre è un processo che va a buon fine.

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A quanto ho capito, il tuo primo romanzo lungo, Nuovo Dogma (Moscabianca Edizioni, 2025), è frutto di una lunga gestazione. Il suo mondo e i personaggi che lo abitano sono con te da molto tempo, ogni tanto sono apparsi anche in altri tuoi testi – ma inevitabilmente le persone e le scritture si evolvono. Come misureresti lo scarto tra la visione che avevi quando l’hai concepito e la forma in cui l’hai plasmato alla fine? Cosa hai perso e cosa hai guadagnato rispetto a quella Diletta Crudeli?

La primissima versione di Nuovo Dogma risale al 2016 e non si chiamava neanche così. Era diviso in tre parti e il primo volume si chiama Delocazione. Poi è stato messo in pausa perché volevo pubblicare su rivista (era un po’ il momento clou in cui ti dicevano settanta volte al giorno che per pubblicare dovevi passare su rivista). Quel "proto Dogma" è stato ripreso, poi messo da parte almeno altre due volte, poi alla fine con l’editing di Andrea Viscusi (abbiamo editato una parte alla volta e la seconda e la terza l’ho scritte da zero) ha preso questa forma. 
Sicuramente è cambiato molto soprattutto nel fatto che all’inizio non era così fantasy. Era molto più misticheggiante direi, probabilmente troppo criptico. Quando ero a un buon punto della nuova stesura di quella che sarebbe stata la prima parte, quella di Nicolas, mi sono resa conto di quanto fosse tornato fantasy. Ero un po’ tornata a casa. 
Credo che siano i miei personaggi ad averci guadagnato. Non erano così delineati e ben caratterizzati. Quello che ho perso è proprio quella sorta di flusso molto impulsivo e leggermente criptico. Mi divertiva molto, e forse in alcuni passaggi di Dogma è anche rimasto. Però è come se avessi un po’ addomesticato il modo in cui scrivo. A me piace tantissimo il suono delle frasi, il modo in cui si formano. Prima era più diretto, ora ci perdo molto tempo sopra.

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Le penne italiane rappresentano una percentuale ridicolmente bassa del fantastico venduto nel nostro Paese (il 7%, seguita dal 42% del romance, secondo alcuni dati del 2023). Alcuni rivendicano l’identità di un “fantastico italiano”, che non sarebbe qualitativamente inferiore a quelli esteri. Altri fanno notare come la nozione stessa di “fantastico italiano” sia pretestuosa, perché un ipotetico canone non avrebbe alcuna caratteristica dirimente. Qual è la tua posizione a riguardo? Che ne pensi, come autrice e come “addetta ai lavori”, della scrittura del fantastico in Italia?

A me personalmente risulta molto difficile pensare di poter etichettare un fantastico italiano, e non perché non esiste. Semplicemente ci sono molti autori che sanno utilizzare al meglio il linguaggio e l’immaginario del fantasy, in modi completamente diversi tra di loro. Ovviamente per me è importante vederli nel catalogo di Moscabianca, ma comunque prima di tutto sono una lettrice: è innegabile che siano anche altrove, anche quando magari la casa editrice teme di poter utilizzare la parola fantasy, fantastico o via dicendo. 
Non riesco a capire il confronto con un titolo estero. Sarebbe meglio a quel punto parlare di come si comporta l’editoria all’estero e in Italia, e non solo fermarci a discutere del genere in questione, cercando di creare un’etichetta, un gruppo, un cosa? Un fandom? Ho come l’impressione che in Italia si parli di letteratura come si trattasse di tifoserie. E questo è stancante e controproducente.

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Manga: l’ennesimo trend postpandemico o un linguaggio che cambierà il nostro modo di fare fiction?

Bella domanda. Oscillo spesso tra il pensiero che è tutta una bolla (che in parte è già esplosa, nonostante ormai i manga si trovino anche nelle librerie di catena) e il fatto che comunque ha fatto presa. 
Io sono cresciuta con gli anime e sono tornata ai manga solo da una quindicina d’anni ormai. Ed è innegabile che hanno plasmato il mio modo di immaginare e il mio modo di raccontare. Adesso che abbiamo attraversato in una fase di picco (e appunto, l’abbiamo passata?) ancora maggiore come potrà andare? Io stessa mi rendo conto che diverse opere influiscono molto su di me. Fino allo scorso anno per esempio non avevo letto niente di Tsutomu Nihei, che adesso sta venendo ripubblicato da Planet Manga. Le sue opere risuonano tantissimo con quello che scrivo, con quello che immagino. È un tassello in più. Se scrivi, se crei qualcosa, sei inevitabilmente una spugna ed è ormai inevitabile che il linguaggio del manga un minimo ci influenzi, se glielo lasciamo fare.

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Grazie Diletta per essere stata con noi oggi. Per concludere: c'è una domanda che non ti ho fatto ma a cui vorresti rispondere? È la tua occasione!

Avresti dovuto chiedermi anche che ragazza magica mi sento!
Ovviamente Silver Millennium mi chiama a gran voce ma non posso negare che viste le meccaniche contorte e la questione dei desideri, mio grande punto debole nelle storie, non potrei che essere l’ennesima tizia che decide di stringere un patto con Kyubey. 

martedì 7 luglio 2026

Sottrazioni - recensione de «L'età della convivenza» di Kazuo Kamimura

 

Si può vivere insieme a un’altra persona eppure sentirla infinitamente distante? Questa domanda, pur non essendo mai formulata esplicitamente, riecheggia attraverso le tavole de L’età della convivenza, manga di Kazuo Kamimura pubblicato nei primi anni Settanta. L’opera (edita in Italia da J-Pop in 3 volumi, a lungo fuori catalogo e finalmente ristampata pochi mesi fa) raccoglie gli 80 capitoli della storia di Kyoko e Jiro: lei grafica pubblicitaria impiegata in azienda, lui illustratore freelance. I due non sono sposati, ma convivono in un appartamentino nei sobborghi di Tokyo, dove trascorrono le proprie giornate seguendo una routine piuttosto serrata, concedendosi qualche svago di tanto in tanto. Insomma, una vita assolutamente normale – così potremmo pensare.

 

I Settanta sono anni di forti mutamenti sociali in Giappone. Il paese, notoriamente legato ai propri modelli culturali, è attraversato da cambiamenti che riguardano il mondo del lavoro, l’assetto urbano, le esigenze materiali ed emotive dei cittadini. La fine del miracolo economico, con la crisi del petrolio del 1973, segna una battuta d’arresto nei tassi di nuzialità e natalità, inaugurando un crollo che continua inarrestabile fino a oggi. Dai giovani ci si aspetta che si sposino e mettano su famiglia, ma come conciliare questa richiesta con la ritrovata indipendenza sessuale ed economica delle donne, con l’aumento del costo della vita, con la transizione dall’ambiente rurale a quello urbano?

Questo è lo sfondo su cui si muovono Kyoko e Jiro. Ritratti dai pennelli dolceamari di Kamimura, i due conducono uno stile di vita – quello della convivenza – sconveniente agli occhi della popolazione più matura, ancora così legata alla tradizione. L’idea del matrimonio si affaccia saltuariamente tra le pagine, ma ogni volta viene respinta. Il motivo? Non viene mai spiegato, eppure ci sembra di avvertire l’insofferenza dei protagonisti: verso un futuro sempre incerto, sì, ma anche verso gli umori dell’altro/a. L’amore non basta a tenerli vicini, anzi spesso li rende ostili. I silenzi, le attese, le mancanze, le incomprensioni… ogni piccola sottrazione si addensa attorno a una perdita senza contorni di cui la violenza sembra essere l’unico codice.

domenica 28 giugno 2026

La differenza tra Tempo e Desiderio - recensione di «Anche le ragazze magiche vanno in pensione» di Park Seolyeon

Cosa ti resta da fare se a ventinove anni non hai realizzato niente nella tua vita e sei incastrata tra i debiti? Gettarti da un ponte, probabilmente. Almeno, questo è quello che pensava la protagonista di Anche le ragazze magiche vanno in pensione, prima di essere salvata da Ah Roa, la Ragazza Magica delle Profezie. È lei, infatti, a rivelarle che è destinata a diventare a sua volta la più potente tra le Ragazze Magiche – quella del Tempo – l’unica capace di scongiurare la minaccia della crisi climatica che altrimenti spazzerà via l’umanità. Ma bisogna fare molta attenzione alla differenza tra Tempo e Desiderio.

Il romanzo di Seolyeon Park, edito in Italia da Mondadori, si presenta come una rilettura del genere delle maghette in un’ottica post-Covid (sono certo che possiamo parlare del 2020 come dell’anno in cui è iniziata una nuova fase della contemporaneità). Mi ci sono imbattuto per la prima volta qualche anno fa, mentre raccoglievo il materiale per il Fushigi su Sailor Moon. Mi interessava scoprire come l’autrice avesse preso i trope del mahō shōjo, già masticati e sputati da Puella Magi Madoka Magica, e li avesse declinati secondo le difficoltà della nostra epoca: crisi del mercato del lavoro, post-umanesimo, cambiamento climatico, etc. Aimè, ci ho trovato ben poco di tutto questo.

Il mahō shōjo è sempre stato particolarmente ricettivo dei mutamenti sociali. Come io e June Scialpi scriviamo in conclusione a La promessa della luna. Genealogie di Sailor Moon (Moscabianca Edizioni, 2025): «il genere delle maghette si sviluppò tematizzando l’esperienza della gioventù femminile nel contesto della ripresa e del miracolo economico». Dopo Sailor Moon e i suoi mostri post-moderni, fu Puella Magi Madoka Magica a raccontare il desiderio consumista come inganno del potere. Mi aspettavo che Anche le ragazze magiche vanno in pensione seguisse i loro passi, e invece ci troviamo di fronte a un deragliamento.

Nel mondo tratteggiato da Park, le Ragazze Magiche costituiscono una sorta di comunità riconosciuta: non vivono in incognito, hanno le loro associazioni e possono trovare impiego in quanto tali. Mi aspettavo che l’autrice cogliesse l’occasione per parlare di lavoro (contratti, tasse, lavoro povero, etc.); invece, questi elementi di worldbuilding si limitano a fare da cornice. Anche la narrazione sulla crisi climatica, presentata come la più grande calamità mai abbattutasi sull’essere umano, si rivela un mero token della “propaganda woke”: nessun disastro climatico a parte un lungo acquazzone che fa allagare gli appartamenti interrati (più che altro una questione sociale, neanche questa indagata). L’urgenza del problema, peraltro, non si traduce in un cambio di paradigma, in una proposta alternativa, ma viene semplicemente inchiodata sulla pagina come un dogma.

Particolarmente fastidioso poi è il trattamento riservato al personaggio [spoiler alert] della “vera” Ragazza Magica del Tempo, la quale acquisisce i propri poteri in seguito a una violenza sessuale della quale si vendica. Il suo risentimento ne fa una nemica per le altre Ragazze Magiche e per tutta l’umanità, ma la sua psicologia non viene assolutamente indagata. Il suo personaggio è ridotto al torto che ha subito. Anche la riflessione sul perché a essere magiche sono solo le ragazze – l’universo individua di volta in volta la persona più infelice e sfortunata e le elargisce poteri come soluzione di equilibrio – mi è sembrata piuttosto goffa: quante Ragazze Magiche ci sono in Afghanistan, in Congo o sull’isola di Epstein? Al di là dell’accuratezza del “sistema magico” (che non è una cosa che ricerco, personalmente), mi sembra una grossa ingenuità da parte dell’autrice.

In realtà, Anche le ragazze magiche vanno in pensione aveva tanto potenziale. I primi capitoli sembrano recepire bene la tradizione del mahō shōjo, non solo a livello figurativo (lo specchio magico, la trasformazione), ma anche tematico: la sospensione del tempo, il desiderio materiale, una certa “sindrome dell’impostora” – tutti questi motivi che intessono le storie delle maghette di tutte le decadi vengono inseriti nel romanzo di Park, la quale tuttavia non riesce a svilupparli. Spesso, durante la lettura, mi è capitato di fare congetture sugli esiti della trama che sarebbero stati più interessanti di quelli effettivi: un pastiche di situazioni da anime di bassa lega. Alla fine dei conti, ci troviamo davanti a un testo che funziona come operazione commerciale, ma molto debole a livello letterario. Davvero un peccato, perché le premesse lasciavano ben sperare.

lunedì 15 giugno 2026

Doppio misto - recensione di «Melinoe vestita di zafferano» di Nicola Brami

 

Qualche sera fa discutevo con Paolo a proposito di un problema di filosofia della scienza. L’oggetto di discussione era il teletrasporto quantistico: invece di trasferire un corpo, il processo ne assembla una replica perfetta altrove nello spazio (compreso, ovviamente, il cervello e dunque i ricordi, il carattere, etc) e distrugge l’originale. Il problema è: se per caso l’originale non venisse distrutto, chi sarebbe il depositario della coscienza di quell’individuo? Che rapporto ci sarebbe tra il “sentire” dei due? Come si potrebbe distinguere l’originale dalla copia?

Nei primi capitoli di Melinoe vestita di zafferano, il protagonista Enea, un giovane professore di matematica, si pone all’incirca le stesse domande dopo che aver parlato a telefono con… se stesso. O comunque, con qualcuno che dice di essere lui e che risponde da casa sua. I sospetti di uno scherzo di cattivo gusto diventano quelli di un furto d’identità, poi di un’allucinazione, e lentamente si addensano in qualcosa di più sinistro. Oltre alla questione di questo “doppio” che se ne va in giro spacciandosi per lui, Enea deve anche affrontare la notizia della malattia di Nicola, suo fratello maggiore e incensato autore di romanzi, la crisi della relazione con la compagna Lorna e l’infatuamento nei confronti di Giulia, una delle sue studentesse.

L’identità e la sua continuità sono i temi centrali del romanzo di Nicola Brami. Leggendolo, mi è tornata in mente la questione del teletrasporto quantistico, specialmente in relazione al passaggio in cui Giulia chiede a Enea quale sia stato il momento della sua vita in cui è diventato la versione attuale di sé. Enea lo ricorda: un pomeriggio estivo della sua infanzia, nella casa di campagna dei genitori – è quella l’ultima volta in cui ha sentito di essere quel bambino.

È una cosa che le persone provano? – mi sono chiesto – un senso di estraneità rispetto a un sé passato. Ho pensato al me stesso prima della pandemia; prima cioè della rinuncia agli studi, dell’ipocondria, della mia prima relazione, della fine dei sabati in fumetteria a giocare a Yu-Gi-Oh!. Ho ereditato i ricordi di quella persona ma non ho più accesso al suo modo di sentire le cose, non so com’è che quel ragazzo percepiva il suo stare al mondo. Sento verso di lui lo stesso dubbio e la stessa estraneità che sento relativamente a un qualsiasi ex compagno di scuola.

Brami mette in scema uno dei topoi più celebri della narrativa occidentale, specialmente di quella a cavallo tra l’età moderna e contemporanea. Nel suo romanzo, tuttavia, il doppio non prende vita dagli scarti ripugnanti della coscienza, come in Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde e Il ritratto di Dorian Gray, ma appare come una presenza neutrale, anzi quasi positiva, più energica, più affabile. Lo abbiamo visto di recente – pur in maniera più esasperata – in The Substance: anche qui è l’io “originale” quello scartato, che si dissipa lentamente, in favore di una versione migliorata. Ma Brami si spinge più in là di Fargeat, arrivando a mettere in discussione il concetto stesso di identità.

Melinoe vestita di zafferano può essere definito un thriller sovrannaturale dal cuore new weird. Le pieghe degli eventi si susseguono con andamento vertiginoso, scivolando poco alla volta da situazioni eerie fino ad atmosfere allucinatorie. L’intreccio gode anche di una struttura a doppia voce, un romanzo nel romanzo che è anche gioco di specchi, il quale impartisce ritmo alla storia e, allo stesso tempo, fornisce indizi di lettura: tutto si disvela progressivamente, vorticando intorno a un denso finale.

L’unica cosa che non ho apprezzato particolarmente è stata la prosa. L’ho trovata piuttosto “esatta”, poco incline a quelle infiorescenze poetiche che possono fare la differenza tra il ben scritto e la bella scrittura. Il valore estetico del romanzo di Brami, peraltro, è molto informato dall’aspetto visivo (e sensoriale in generale) delle situazioni che il narratore descrive, e che a tratti ne fanno quasi l’ecfrasi di una pellicola – un’attitudine piuttosto popolare tra la narrativa di questo secolo, che sembra non riuscire a superare la predominanza dell’audiovisivo. (Forse avrei anche tagliato una settantina di pagine, but that’s me.)

lunedì 18 maggio 2026

Sale desolate e creature infelici - recensione di «Tower Dungeon» di Tsutomu Nihei

Dopo aver ucciso il re e rapito la principessa, il Necromante si è rifugiato al centesimo livello della Torre del Drago: un leggendario e gigantesco dungeon che fluttua nel cielo, pieno di creature spaventose, tesori e misteri. Se persino gli sforzi dell’armata reale non sono sufficienti a espugnare la Torre e a salvare la principessa, potrà mai farcela un campagnolo come Yuva, pur con la sua immensa forza? Potranno farcela Lilisen, l’irascibile piromante, o Eriquo, il mite cartografo?

Già autore dell’acclamato Blame! e di Knights of Sidonia, Tsutomu Nihei è tornato al tavolo da disegno con un’opera tanto classica quanto insolita. Come s’intuisce dal titolo, Tower Dungeon esplora (pun intended) quello che forse è il più inflazionato dei trope del genere fantasy, inaugurato con la pubblicazione di Dungeons & Dragons. Sulla scorta delle opere di Tolkien, il famoso gioco di ruolo ha dettato una grandissima porzione dell’immaginario fantasy, e da allora l’elemento del dungeon si è legato a doppio filo a questa tradizione narrativa e figurativa fatta di palazzi in rovina e tesori sorvegliati da draghi.

 

Il manga di Tsutomu Nihei ripropone dunque una formula consolidata, senza particolari variazioni sul tema: c’è la fortezza, c’è il drago, c’è la damigella in pericolo. E tuttavia, fin dalle prime pagine Tower Dungeon dà l’impressione di essere qualcosa di diverso, che quella degli eroi che sbaragliano mostri nei labirinti sia solo una patina. Il primo “boss”, per esempio, non viene sconfitto in un combattimento mozzafiato in cui i protagonisti danno prova dello loro abilità, ma attraverso uno stratagemma che richiede risorse e pianificazione, e che va a segno per il rotto della cuffia. Non c’è alcuno slancio eroico: solo uno sforzo ingegneristico che si può riprodurre in caso di insuccesso, al di là di chi lo mette in atto.

Il dungeon si presenta dunque come un ecosistema di sale desolate e creature infelici: un paesaggio da domare e depredare. Quello di salvare la principessa dalle grinfie del mostro diventa allora un mero pretesto per un’operazione di sciacallaggio. In seno a questa visione, le motivazioni del Necromante, al netto della sua abiezione, assumono i contorti non già di un piano individualistico, di affermazione di potere politico e materiale, bensì di una vendetta ecologica. Persino i mostri che infestano i piani della Torre, dopotutto, non sono altro che abitanti di un luogo ostile: non c’è niente di intrinsecamente malvagio o folle in loro.

Il disegno “spartano” del maestro Nihei, spogliato dai manierismi più tipici del manga, dà sostanza a una storia incerta, magra di introspezioni. Il bestiario della Torre recupera Berserk attraverso Dark Souls, ma riplasma le creature in design decisamente più moderni. La regia delle tavole è quasi cinematografica, con inquadrature drammatiche di rara dignità che ricordano il minimalismo algido di Denis Villeneuve. Giochi di prospettive e proporzioni restituiscono profondità e immersione senza insistere nei dettagli: la sola eleganza delle composizioni e del design regge tutta l’impalcatura. In questo senso, la scelta essenzialissima dei contrasti – un bianco, un nero e un solo tono intermedio – è antifrastica per una storia che in realtà è piena di grigi.

D’altro canto, a volte Tower Dungeon riesce a essere fin troppo opaco. A fronte dello smantellamento delle strutture dell’epica non interviene alcuna alternativa, e la sceneggiatura soffre, in alcuni momenti, di un vago senso di ristagnamento. Se è vero che poco sappiamo delle intenzioni che serpeggiano attraverso i livelli della Torre, anche l’azione è ugualmente bandita, spesso richiusa dentro cesure. Il tratto denso e lo studio delle scene, dopotutto, parrebbero quasi suggerire una certa riottosità rispetto al dinamismo: le tavole sono quadri o istantanee, non frame di una pellicola. E anche l’intreccio, dopo un po’, rischia di sfilacciarsi.

Ciononostante, le carte in mano a Tower Dungeon hanno tutta l’aria di essere vincenti. Bisogna sperare che il maestro Nihei sappia giocarsele bene. Attualmente il manga è in corso, con 5 volumi pubblicati in Italia (da quei criminali di Panini) e un sesto in arrivo.

lunedì 11 maggio 2026

Ho vinto il Premio Urania Short 2026

I don’t do premi letterari. È un mio paletto da quando partecipai al Premio Italo Calvino 2019 e la giuria stese una scheda di lettura in cui si parlava di cose che nel mio romanzo non c’erano. Era un lavoro acerbo, questo lo ammetto, e credo che non avrebbe comunque meritato di essere in finale, anche se fosse stato considerato con la giusta attenzione. Ma da quel momento ho sempre nutrito un forte sospetto verso i premi letterari, e mi sono guardato bene dal parteciparvi. Forse anche per questo ho aspettato tanto prima di inviare Quegli anni su Agalia al Premio Urania Short, la sezione per racconti brevi dello storico premio italiano di fantascienza. Perché, alla fine, ho deciso di farlo? Se devo dare una risposta sincera, direi che non immaginavo una collocazione più indicata per questa storia.

Il racconto, al netto di qualche giro di (auto)editing, era pronto all’incirca dal 2022; eppure ogni anno, quando si avvicinava l’apertura della call per il Premio Urania Short, non mi risolvevo a inviarlo. Credevo che non ne avrei cavato niente, che la redazione fosse interessata a un altro tipo di scrittura e di fantascienza. Per questo sono stato piuttosto sorpreso, lo scorso marzo, di ricevere la telefonata di Franco Forte, direttore editoriale di Urania, che mi comunicava che il racconto mi era valso un posto in finale. E talmente inverosimile mi sembrava addirittura arrivare primo, che durante la cerimonia di premiazione ho davvero pensato di essere lì per sbaglio, specie quando il mio nome ci metteva così tanto a comparire nella classifica. E invece, alla fine, ho vinto.

Quegli anni su Agalia è scritto dal punto di vista della moglie di un diplomatico: un diario tenuto durante il soggiorno della coppia su un pianeta ai margini della galassia. L’ambientazione è dunque piuttosto classica, un omaggio alla space opera, ma in una salsa molto meno epica – no alle battaglie tra le stelle, sì a cenette informali in salotti stile space age. Alla protagonista, Agalia appare come un posto meraviglioso e ricco di possibilità, un Eden finalmente ritrovato in cui il conflitto e la crudeltà non hanno posto. E purtroppo per lei, non si sbaglia.

Quegli anni su Agalia uscirà a ottobre in edicola, in appendice al romanzo vincitore firmato da Andrea Micalone (titolo work in progress), insieme a Cronofagia di Giuseppe Mascolo, con cui ho condiviso il primo posto. Spero che lo leggerete e che vi lascerà qualcosa. Quassù ho lasciato una piccola composizione grafica che avevo preparato qualche mese fa. Immaginatela come una sorta di copertina del mio racconto, in attesa dell’uscita in edicola.

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Grazie a June, che ha letto questo e molti altri racconti per prima. A Maria Paola, che mi ha dato suggerimenti preziosi. A Giovanni, senza il cui entusiasmo non l’avrei mai inviato. Ad Antonio e Caterina, che mi fanno sentire sempre a casa.

Questa vittoria, di nuovo, è per zio Tonino. Aspettavo che arrivasse lunedì per venire a dirti di persona che ero in finale, ma immagino che dove sei ora non ci siano lunedì.

giovedì 7 maggio 2026

Fate in scatola - Recensione di «Il dio dei bisogni» di Philip Gelatt e JT Petty

Nel 2011, quando Steve Jobs morì, io andavo ancora al liceo, dove facevo parte della redazione del giornalino scolastico. Quell’autunno pubblicammo un pezzo su di lui, riprendendo una suggestione che circolava parecchio sui media online: le tre mele che hanno cambiato la storia – quella di Eva, quella di Newton e quella di Jobs. Allora non sapevamo che l’ex CEO della Apple, in realtà, non fosse un informatico, né che la sua “mela” avesse ben poco a che fare con la fame di conoscenza e con quegli altri perbenismi umanistici che si insegnano in un liceo classico di provincia. Senza che lo sospettassimo, i media ci stavano evangelizzando a una figura quantomeno ambigua. Jobs infatti non programmava i computer: li confezionava.

Del protagonista e narratore di Il dio dei bisogni, novella di Philip Gelatt e JT Petty edita in Italia per Zona42, si potrebbe dire una cosa molto simile. In questo racconto di fantascienza, Sullivan Kingsley, co-fondatore di MAGi (solo a me ricorda iOS, iPhone etc?), è di gran lunga l’uomo più ricco e influente del pianeta. Con il contributo del genio del marketing Margaret, ha messo su un’azienda che produce e vende articoli magici, confezionati a partire da creature fantastiche – unicorni, demoni, fate. Quello che i clienti non sanno, tuttavia, è che Sullivan non è un mago: le creature che impacchetta non le evoca lui, bensì una macchina costruita dalla sua ex socia Nancy, sulla cui scomparsa non è mai stata fatta chiarezza.

La voce di Sullivan detta un racconto spietato pur nella sua innocenza. Un narratore in prima persona moralmente assente, incapace di guardarsi dentro se non con autocompiacimento – si potrebbe persino ridere con lui, non fosse così riprovevole. Il ritmo della narrazione è serrato, non c’è tempo per riflettere. Anche la lingua è pragmatica, studiata per una lettura agile, senza grandi elaborazioni stilistiche. Alla fine dei conti, sono i personaggi e la trama i punti di forza della novella, che si puntella su un corredo di macchiette dal quale non ci si vorrebbe separare mai – bello, ma non ci vivrei.

Quello firmato da Gelatt e Petty è un concentrato di satira che fa poco mistero del suo sprezzo per i super-ricchi: individui senza particolari talenti, spesso e volentieri privi di scrupoli. Mistificatori e parassiti. Per gente di tale calibro, le persone sono mezzi e il denaro solo un principio di autoaffermazione, la manifestazione inoppugnabile di un ego smisurato e, naturalmente, molto molto fragile. Sullivan è l’epitome di questa figura: un «sestilionario» senza alcuna vera aspirazione costruttiva, un mero agente di consunzione materiale ed emotiva.

In Il dio dei bisogni persino la magia è spogliata di ogni meraviglia e diventa una cosa a metà tra asset finanziario e segreto aziendale. Il mondo della novella non è però una proiezione distopica: è appena una versione un po’ ridipinta di come vanno le cose qui da noi oggi, in questo ventunesimo secolo dove ogni cosa esiste solo come occasione di profitto. L’immagine delle “fate in scatola” forse ci fa sorridere, ma è il sorriso amaro di quando ci si riconosce in una parodia, non importa quanto violenta.

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Un grazie va a Giovanni per aver solleticato il mio interesse per questo libro e un altro invece va a Zona42 per avermelo mandato.

lunedì 4 maggio 2026

(Non) un libro sul calcio - Recensione di Polvere di Piksi di Barbi Marković

 

Quest’anno, per la terza volta di fila, la nazionale italiana di calcio non si è qualificata ai Mondiali. La stampa non ha mancato di notare che, oltre alla frustrazione generale della tifoseria, i futuri cittadini italiani stanno crescendo senza vedersi rappresentati nel più seguito evento sportivo al mondo. Una nazione come la nostra, che ha imparato l’inno dalle bocche dei calciatori – il «poropò-poropò» delle trombe, il trionfale «sì!» in chiusura – per molti anni ha fatto di questa tradizione un grande fattore di coesione sociale e culturale. Che una tale perdita avvenga poi all’altezza della Generazione Alpha, così incomprensibile e spesso terrificante per noialtri, la rende ancora più amara. Ma non la staremo facendo troppo filosofica? Dopotutto, parliamo solo di uomini sudati che corrono dietro a un fagotto di pelle di animale – giusto?

Come me, neanche Barbi Marković è mai stata particolarmente amante del calcio. Nel suo pseudo-memoir un po’ schizofrenico – lei è questa – la scrittrice belgradese (già autrice di Minihorror) ritesse gli anni della sua infanzia passata alla stadio dove suo padre, Slobodan, la portava per ogni compleanno. Polvere di Piksi, edito in Italia da Voland, è il racconto di un rapporto padre-figlia che può trovare veicolo e sostanza solo nel calcio. Agli occhi di Slobodan, Barbi è visibile soltanto come una potenzialità: non ha avuto il figlio maschio che sperava, ma può ancora avere una calciatrice o al limite un’appassionata di calcio. Il suo mondo è tutto lì, nel prendere a pedate un pallone. Per questo, il giorno dell’ottavo compleanno di Barbi, Slobodan le spolvera addosso la terra sollevata dalle scarpe di Dragan Stojković, detto Piksi, il mitico attaccante jugoslavo: se neanche questa polverina magica, contrabbandata neanche fosse una droga, riuscirà a farla appassionare al pallone, allora non c’è proprio speranza.

A fare da fondale al racconto è la Jugoslavia a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. «Nelle strade del centro città regna un meraviglioso caos. Panetterie, clacson, gente alla moda, musica. Questa vivacità potrebbe distrarre dal fatto che qui ci sono poche tutele per le persone più vulnerabili. Ciò nonostante, bei tempi». Il generale Tito è morto da una decina d’anni, sui Balcani soffiano venti di secessione. «Tutte le comunità di cui faccio parte si sgretolano. Il gruppo di danza si scioglie. Slobodan Marković si trasferisce». In questa cornice, ai quarti di finale di «Italia ‘90», Argentina contro Jugoslavia, la posta è altissima: nello stadio fiorentino, la squadra jugoslava offre l’ultima possibilità alla nazione di rivedersi in se stessa, e l’ultima occasione per Barbi di rendersi visibile agli occhi di suo padre.

In Polvere di Piksi, la mitologia familiare è intrecciata al racconto storico, e il filo che le lega è proprio il calcio: non uno sport, ma un rituale. Marković imposta la narrazione come una vera e propria telecronaca, beffandosi del registro epico che accompagna le azioni dei giocatori in campo e trasformandolo in una lingua grottesca, nei modi come nelle intenzioni. In questa storia, Slobodan Marković è un uomo leggendario e insieme un nessuno: un padre come tanti, carico di debolezze ma senz’altro simpatico; eppure, almeno per sua figlia, un essere eccezionalmente inetto. Barbi Marković descrive una figura con cui è impossibile pacificarsi, usando parole di rabbia e pietà che non trovano mai un bilanciamento. Sentimenti simili sono rivolti alla nazione: un popolo brutale e pieno di incertezze, destinato alla sconfitta. Le metafore di guerra, tipiche delle telecronache, riecheggiano profetiche.

L’ultima grande protagonista/antagonista del libro è la scrittura, che viene spesso tematizzata in segmenti extradiegetici. L’autrice la esibisce con finto orgoglio isterico, smascherandone la natura burlesca. La sua cifra stilistica non ha a che fare con il lessico o la sintassi, non è una questione retorica: è un atteggiamento narrativo, un gioco di astuzia. Barbi Marković – pensi di aver capito il suo trucchetto, ma lei è sempre due passi avanti a te. Per esempio, quando dice che Polvere di Piksi non è un libro sul calcio. D’altronde, chiunque saprebbe riconoscere un libro che parla di calcio da uno che usa il calcio per parlare d’altro. Eppure, una volta girata l’ultima pagina, questa premessa che mi ha accompagnato per tutta la lettura sembra essere la burla definitiva.

Come anticipavo, del calcio non mi è mai importato granché. Da bambino ho sempre avvertito una certa coercizione nella domanda «che squadra tifi?», come se fosse assolutamente inammissibile non seguire il calcio. Rispondevo «Juve» pur di dire qualcosa, perché era la squadra di mio padre, perché non potevo permettermi di essere meno maschio di uno che non sa niente di pallone. Ho ritrovato molto di questo in Polvere di Piksi. E ho anche ripensato a quell’estate del 2006, la vittoria ai Mondiali, «il cielo è azzurro sopra Berlino» – indossavo una maglietta con il tricolore, leggevo Paperinik. Ricordo i nomi dei calciatori, nella mia testa suonano come quelli di re. Sapevo cosa significava «nazione». Forse, alla fine dei conti, ho davvero letto un libro sul calcio. Me l’hai fatta anche stavolta, Marković!

*

Ringrazio infinitamente Voland di avermi fornito la copia per scrivere questa recensione.

giovedì 30 aprile 2026

Streghe a caccia - Recensione di Ichi the Witch di Osamu Nishi e Shiro Usazaki

Se n’è parlato molto negli ultimi mesi e finalmente questa settimana è arrivato nelle fumetterie italiane: Ichi the Witch, la nuova serie manga shōnen fantasy sceneggiata da Osamu Nishi e disegnata da Shiro Usazaki, si mostra in un primo volume targato Star Comics, affiancato da una variant con standee in acrilico davvero gradevole (ma scandalosamente sovrapprezzata). C’è chi ne loda l’immediatezza e dice che sarà il Dragon Ball delle nuove generazioni; altri storcono il naso e «a ‘sto giro passo», poco entusiasti all’idea di un’altra lunga serie che non promette di cambiare le carte in tavola – ma sarà davvero così? Andiamo con ordine.

Il protagonista della storia, Ichi, è un giovane e abilissimo cacciatore. Dopo essere stato abbandonato sulle montagne da bambino, ha deciso di condurre una vita quasi selvaggia, seguendo un brutale ma onesto codice di condotta: uccidere solo per fame o soltanto ciò che rappresenta un pericolo. Per questo motivo non osa attaccare la misteriosa creatura che da giorni riposa in un bosco, anche se non aspetta che un pretesto. Questo arriva quando essa rivela la sua identità: è Uroro, il nefasto re dei Majik, cioè delle incarnazioni della magia che popolano la terra, e a cui le streghe danno la caccia.

Nelle alette della copertina leggiamo una confessione della sceneggiatrice. In giapponese la parola «majo» (strega) esiste solo al femminile; allora come sarebbe una strega maschio? L’idea di Ichi the Witch nasce proprio da tale perplessità. Nel mondo di questo manga, solo le donne sono in grado di sviluppare poteri magici e, dando la caccia ai Majik e superando le prove poste da essi, di “apprenderli” come fossero incantesimi. In un tranello di tolkeniana memoria,Uroro ha però studiato la propria prova in modo che nessuna donna possa superarla. Non ha tenuto conto, tuttavia, di un dettaglio importante: Ichi non sarà una donna, ma come cacciatore non teme rivali.

Giudicare una serie solo dal suo primo volume sarebbe davvero precipitoso, specie per un’opera di questo genere. Quello che mi sento di dire è che Ichi the Witch sembra aver polarizzato molto le opinioni del pubblico. Da un lato, c’è chi ci vede una semplice reiterazione di uno dei più classici modelli del battle shōnen fantasy. La storia di Osamu Nishi segue le orme battute da Dragon Ball fino al più recente Demon Slayer, passando per Hunter x Hunter e tutti i grandi shōnen dei Duemila. Come molti dei protagonisti di queste opere, anche Ichi è mosso da un obiettivo piuttosto chiaro – quello di cacciare (tutte le prede possibili?) – che determinerà la traiettoria della sua evoluzione nel corso della storia. È facile immaginare che i design delle sfide lanciate dai Majik e delle loro magie saranno dunque il principale elemento di flavour del manga.

D’altra parte, nel dimostrare una chiara consapevolezza della tradizione in cui si inscrive, Ichi the Witch vi si accosta con ironia. Ichi non conosce la magia né la sociologia delle streghe. È un ingénu ricco di potenziale, ma anche un’anomalia: è un uomo in un ruolo tipicamente femminile. Il suo approccio alla caccia è atipico, quasi primitivo, ma efficace proprio in virtù della sua semplicità, in un sistema magico che appare piuttosto “costruito”, favolistico persino. Anche gli altri personaggi sembrano terribilmente intriganti, a partire proprio da Desscaras, la vanesia strega dagli occhi dolci a cui viene affidato Ichi – una “spalla” che brama i riflettori – e una nutrita schiera di altre streghe e di Majik, ciascuno con poteri e personalità imprevedibili.

Una grandissima parte dell’appeal del manga la fanno naturalmente i disegni di Shiro Usazaki. Un tratto lievemente carnoso e delle composizioni un po’ barocche si accompagnano a una regia schietta ma ben studiata. Le due autrici si sono coordinate benissimo sul ritmo della storia: incalzante, mai frettoloso, supportato da frequenti gag che non distraggono né stancano. Le scene d’azione godono di simmetrie sagaci e prospettive affilate che rendono le immagini molto dinamiche. Il character design vince però su tutto il resto, specie nel comparto dei costumi, che sembrano usciti dal Return to Oz del 1985 (passando per un Met Gala). Ma forse è l’espressività marcata dei volti – lo sguardo vitreo di Ichi, la smorfia languida di Desscaras – a dare a Ichi the Witch un aspetto così accattivante.

Al netto di questo primo volume, posso dirmi colpito? Non del tutto, lo ammetto, ma aspetto almeno altri due o tre volumi prima di chiamarmi fuori, eventualmente. Diciamo che, per quanto riconosca la freschezza dei disegni, non sono sicuro di essere il target ideale di questo manga. Forse, dopo tanti battle shōnen, si fa fatica a lasciarsi stupire. E per come la vedo io, non basta che una cosa sia “ben fatta” e “scorrevole” per valere tempo e soldi. Ma Ichi the Witch, se non altro, non manca di carisma: si presenta come un manga adatto a tutti, anche un po’ ruffiano, e leggero sì, ma non sciocco. Non è detto che con il tempo non possa vincere le mie diffidenze  ne sarei davvero entusiasta, nel caso.

domenica 26 aprile 2026

Il mondo è finito - Recensione di Quando le radici di Lino Aldani

Se è vero che Lino Aldani diede alle stampe Quando le radici per la prima volta nel 1977, la stesura del romanzo iniziava ben undici anni prima. Fu dunque una primavera romana degli anni Sessanta – un mondo estetizzante, senza freni, di cui Alberto Arbasino avrebbe di lì a poco tratteggiato uno spietato ritratto nel suo Super Eliogabalo – lo sfondo su cui lo scrittore pavese proiettò le atmosfere morbose e desolate di questa distopia a breve termine.

Protagonista di Quando le radici è Arno, giovane impiegato della Felce Azzurra (non il sapone!) a cui è delegato il compito di controllare le schede sputate fuori da una macchina. Di notte, invece, l’azienda lo “prostituisce” presso certe importanti collaboratrici. Stanco dei ritmi frenetici della città, alienato da un lavoro che non comprende, Arno manda tutto in vacca e decide di tornare a Pieve Lunga. Del suo paesello natale, però, nel 1998 non rimangono che pochi ruderi, dove certi vecchi burloni e incattiviti resistono: traditi dallo Stato che ha deciso di tagliare loro le utenze e i collegamenti con il resto della civiltà, vivono di espedienti e grazie ai commerci con una carovana di nomadi.

La lettura di questo romanzo arriva in un momento della mia vita in cui mi chiedo se ho davvero nostalgia della vita in provincia o se piuttosto non ne abbia romanticizzato l’idea, trasformando un ricordo in una prospettiva. È una domanda che Arno tenta in tutti i modi di soffocare, nonostante le persone attorno a lui lo incalzino costantemente. Ostinato com’è, il protagonista abbandona i simulacri della burocrazia per vivere di un magro pescato e vino paesano, ma in fondo è un uomo di città, cresciuto sulla cresta del progresso: certi vizi di forma non si possono abdicare.

I capitoli più interessanti di Quando le radici, almeno secondo me, sono i primi sei: quelli, cioè, scritti nel 1966 e che, nella storia, precedono il ritorno definitivo di Arno a Pieve Lunga. La Roma dipinta da Aldani in queste pagine non ha niente della “dolce vita”: è una città diabolica, assolutamente aliena. Insieme al protagonista, ci muoviamo tra uffici, bar e salotti di una necrometropoli popolata da una classe medio-alta ormai avvinta: di giorno impegnata in lavori pleonastici al solo scopo dello stipendio, di notte trascinata in una sessualità quasi curriculare. È come vedere ritagli da Fantozzi montati sulle scenografie di Wicked City. «Una città di morti.» scrive Aldani. «L’antenna televisiva sul tetto d’una casa è come una croce piantata su una tomba, il segno che là sotto sono tutti cadaveri.»

Lucida e sferzante (specie se riecheggia da cinquant’anni nel passato) suona poi l’interpretazione di Aldani sul lavoro del settore terziario, popolato da una turba di impiegati specializzati che però non hanno alcun legame emotivo o intellettuale con il proprio lavoro. «Ebbe la fulmine conferma che l’ICU e le altre decine di migliaia di enti inutili disseminati in tutta Italia altro non fossero che semplici aree di parcheggio per assorbire la disoccupazione intellettuale. Le schede che uscivano da quella macchina fetente non significavano nulla, non servivano a niente, erano solo un giochetto idiota per tenerlo occupato. Occupato e sottoposto. E soprattutto ligio al sistema.»

Nella critica allo “Stato canaglia” risuonano le retoriche settantottine. Sembra che l’autore affidi il suo livore alle parole di Luigi, il Sacrista, il quale ce l’ha tanto con gli spietati capitalisti quanto con i finti comunisti che, una volta sedutisi nella “stanza dei bottoni”, hanno preferito la comodità della poltrona. Anche per colpa loro l’Italia, alla vigilia del nuovo millennio, è una terra scempiata e avvelenata, immolata in nome del progresso, che non serve a migliorare la vita dei cittadini, ma a renderli consumatori sempre più affamati.

La scrittura di Aldani è sapida, ricca, ma tenace nel suo realismo – rarissime le figure retoriche di significato, una scrittura che sta in piedi da sola e non ha bisogno di referenti esterni. D’altra parte, l’autore non tenta il naturalismo linguistico, ma sceglie consapevolmente un italiano letterario, dove i vocaboli della contemporaneità sono infilati come schegge. La sua prosa musicale s’inclina spesso verso la poesia, in alcune sezioni anche formalmente: i versi liquidi e battenti che descrivono in due occasioni il ritorno a Roma tradiscono un certo compiacimento dal gusto spleen, indizio che forse questo romanzo sguazza nel disprezzo ma non si fa carico di una vera pars construens.

Nelle battute finali, tuttavia, ho avuto l’impressione che quella raccontata in Quando le radici fosse più che altro una crisi del maschile. Nel romanzo, sono gli uomini a confrontarsi sui temi della politica, della società, del lavoro: la chimera che Arno rincorre abita in un mondo che, pur non essendo necessariamente patriarcale (ma lo è, le parole dei suoi compaesani non lasciano dubbi), è rappresentato secondo certe figurazioni tradizionalmente maschili, come l’attività della pesca o l’avvinazzarsi. Le donne, al contrario, sono descritte soltanto in funzione della loro sessualità: virago frigide o nullità focose, esistono come cifra delle frustrazioni e delle soddisfazioni degli uomini. Imbevute di un potere mefistofelico o, in alternativa, languide sotto un pergolato ad aspettare le sberle del marito, non hanno alcun posto nel ritratto del mondo perduto; se dicono qualcosa è in omaggio al progresso, se vaneggiano sul passato è tutta posa, per il resto non vengono interpellate.

Nonostante questo aspetto piuttosto critico, Quando le radici resta un romanzo quasi profetico che in realtà è un’acuta riflessione sul presente, nella migliore tradizione della fantascienza. Le angosce prospettate da Lino Aldani mezzo secolo fa oggi sono mature, marce persino. Tutti i mali che abbiamo perdonato al capitalismo, tutte le storture che abbiamo scelto di non vedere, ci sono cresciute addosso, ci hanno paralizzato. Ed è nella macchina, in particolare – nel suo funzionamento imperscrutabile, nel desiderio che genera, nell’umiliazione che esercita sull’uomo – che Aldani individua l’arma finale dei padroni: finché i cittadini non si affrancheranno dal suo potere, non potrà esserci alcuna rivoluzione.

giovedì 16 aprile 2026

Shakespeare but make it whimsical (and 70s) - Recensione di Bagatto di Sassoraviolo

È Sassoraviolo a inaugurare Quest, la neonata collana di graphic novel di Mercurio Books, con il suo Bagatto. Sebbene solitamente si dedichi alle illustrazioni e ai murales, questa non è la sua prima prova col fumetto. Di suo avevo già letto il dolceamaro I miti di Anzû, firmato assieme a Lorenzo Raimondo per l’antologia Temporale di Attaccapanni Press: un racconto breve di ambientazione babilonese sul potere dell’arte – a proposito di questo volume trovate la mia recensione sul sito audace. Qui però lartista prende il timone di un’opera lunga tutta sua, una straordinaria graphic novel in cui proliferano contaminazioni artistiche di ogni genere e periodo storico.

In Bagatto Sassoraviolo mette in scena un dramma d’intrigo che strizza l’occhio alle grandi tragedie shakespeariane. C’è tutto il mistero dell’Hamlet con la vena di follia del Macbeth: inganni familiari e sogni premonitori. Ma a partire da questa base piuttosto “classica” l’artista costruisce una novella puntellata su una rete di simbolismi che definire esoterici è riduttivo. È un racconto dal respiro terribilmente contemporaneo, scomposto e riassemblato. Se dovessi dire di cosa parla – in realtà è molto più eloquente il *come* che il *cosa* – direi che parla di angoscia e perdita, di superamento della morale, di legami che trascendono le istituzioni. C’è più queer qui dentro che in una stagione di RuPaul’s Drag Race (non era difficile, ma tant’è).

A livello visivo, Bagatto gode di una scenografia vibrante, inondata da pastelli acidi e terre sciroppose. Sono gli anni Settanta in un bagno whimsical – se non sapete cosa vuol dire, non avete passato abbastanza pomeriggi su Pinterest. Sassoraviolo monta sul suo fumetto una variegata pluralità di linguaggi: la sua è una regia eclettica ma molto acuta, che non teme transizioni vertiginose e drastici cambi di tavolozza e tecnica. Sulle tavole di Bagatto vengono allora a coesistere affreschi di palazzi monoici, reminiscenze di Peau d’Ane, echi da Jodorowsky, studi di Madonne, pop art da funghetti, visioni klimtiane, mitopoiesi impressionistiche – non mescolati in un mappazzone, ma pazientemente stratificati.

Insomma, un esordio stellare per Sassoraviolo e un grande acquisto per il catalogo di Mercurio. Un’opera che non ha paura di sporcarsi e spinge il linguaggio del fumetto verso quei margini tanto cari all’editore romano.

martedì 14 aprile 2026

La fine dell'antropocene - Recensione di Tokyo Babylon e X/1999 delle CLAMP

Dalla seconda metà degli anni Ottanta il manga shōjo comincia a virare in una nuova direzione rispetto all’estetica maiden-esque e alle storie lacrimose che avevano caratterizzato il genere per tutta la decade precedente. Insieme a June Scialpi, nel capitolo «Canone perduto e città oscura» di La promessa della luna. Genealogie di Sailor Moon (Moscabianca Edizioni), abbiamo provato a recuperare questo filone di manga shōjo che si ammantano di tenebra e in un modo o nell’altro strizzano l’occhio al tema dell’apocalisse (già molto presente nei media giapponesi, ma fino ad allora rimasto fuori dalle tavole infiocchettate del fumetto per ragazze).

Uno dei motivi principali dello shōjo di fine secolo è la centralità di Tokyo, megalopoli oscura che diventa allegoria dell’umanità. In Tokyo Babylon (serie in 7 volumi delle CLAMP dei primi Novanta, in Italia latitante per Planet Manga e D/visual) la città non si limita a fare da sfondo, ma è una componente attiva e pulsante della storia. La scelta del titolo è un richiamo al mito della Torre di Babele, simbolo dell’arroganza umana che crede di poter raggiungere altezze divine – e la Torre di Tokyo è la sua gemella. Lunghe tavole nere ospitano le figure di Subaru Sumeragi, ultimo discendente di un clan di esorcisti, dell’eccentrica sorella Hokuto e di Seishiro Sakurazuka, veterinario belloccio innamorato di Subaru e che tuttavia non la conta giusta neanche un po’.

La trama è organizzata in storie episodiche di esorcismi, alle quali si giustappone la vicenda orizzontale del rapporto tra Subaru e Seishiro. Con la scusa del boys’ love, le CLAMP portano sulla scena l’avvertimento di una crisi sociale generale che vede nella capitale giapponese un centro nevralgico: l’umanità raffigurata in Tokyo Babylon è costantemente frustrata, delusa, ingannata, presa com’è in una rete invisibile di energie psichiche (un altro grande elemento dello shōjo di fine secolo).

Pubblicato a ridosso di Tokyo Babylon, X (fuori catalogo per J-Pop, noto anche come X/1999 nella precedente edizione Planet Manga) si sviluppa come un innesto nell’ambientazione del suo prequel, di cui esaspera i toni e le atmosfere, spingendo lo shōjo ad altezze vertiginose, fino a renderlo quasi un altro genere. Il protagonista è Kamui, giovane esper al centro di una profezia sulla fine del mondo, conteso da due gruppi di guerriglieri psichici che auspicano l’uno la conservazione della civiltà umana, l’altro il ripristino e la preservazione di una natura incontaminata.

Se in Tokyo Babylon il tema apocalittico era vagamente suggerito, manifesto in una crisi trasversale ma frammentaria, qui irrompe sulla scena nella forma di catastrofi naturali, società segrete e cospirazioni. Tutta la tensione della storia nasce dalla contrapposizione tra le due visioni del mondo rappresentate dai cosiddetti Draghi della Terra, che aspirano al rovesciamento dei templi dell’antropocene, e dai Draghi del Cielo, che invece desiderano che tutto rimanga com’è. Il manga però non affronta tematiche ecologiche in senso stretto, ma le usa come pretesto per raccontare forze emotive opposte e inconciliabili.

I disegni X sono a dir poco sublimi, e se mi conoscete lo sapete che non uso con leggerezza aggettivi di questa portata. Affilati, maestosi, retorici, erompono continuamente dalle gabbie o le piegano alle loro coreografie vibranti. Ogni tavola ha il portamento e la cura di un quadro e chiede di essere contemplata fin nel dettaglio, a costo di affaticare la lettura. È davvero uno dei momenti più alti della storia del manga, per quanto mi riguarda.

Tuttavia, la crudezza delle vicende e delle loro rappresentazioni ha portato all’interruzione del manga a pochi capitoli dalla fine, nel 2003, quando la rivista che lo ospitava decise che il finale dell’opera era troppo violento per il suo target. Anche lettori e lettrici, negli anni precedenti, avevano espresso disagio per la vicinanza dei temi del manga alle vicende di cronaca: erano anni di terremoti e tsunami, di terrorismo domestico, di giovani serial killer.

[Se volete un assaggio delle atmosfere del manga, vi consiglio il film di Rintaro del 1996, X - The Movie, animato dalle bestie sacre che popolano gli studi Madhouse. La storia è molto sacrificata, ma il comparto visivo toglie il fiato.]

Come un fiore / come una trappola - Recensione di Diario dal mondo osso di Diletta Crudeli

La caratteristica più rimarchevole della scrittura di Diletta Crudeli è senza dubbio la sua vena immaginifica, la capacità di instillare delle piccole visioni, a livello linguistico, retorico e contenutistico. Per esempio, quando dice che un personaggio sorride “come un fiore” e un altro “come una trappola” – è una figura che mi è rimasta, mi ha fatto molto pensare.

Tutta la costruzione dell’immaginario di Diario dal mondo osso (pubblicato D Editore, che ha fornito la copia per questa recensione), con questi esseri metà dei metà fantasmi, quasi higher beings di Hollow Knight o forse abitanti della Wonderland di Carroll. Belli i loro nomi un po’ sbarazzini e molto evocativi (Sognasempre, Ragnogiardino, etc), e le loro descrizioni antivisive, quasi fossero stati pensati per un’immaginazione di tipo morale (come gli angeli biblici, per intenderci).

Molto interessante anche la struttura a catabasi con livelli tipo videogioco. Ci ho rivisto molto di The Binding of Isaac e titoli simili, specie quando si citano le pareti di carne. Mi ha fatto pensare anche alla torre di Annientamento di Vandermeer. L’ambientazione dell'estate in periferia mi ha fatto ricordare le mie, di estati, quando con gli amici giravamo per il nostro paese e ne esploravamo i dintorni, ne ricostruivamo le vicende, intessendole a una mitologia che avevamo ereditato per metà, e per l’altra di nostra invenzione. C’è molto di questo, in Diario dal Mondo Osso.

Ho avuto solo due problemi. Il primo è che l'autore implicito [si guardi W. Iser] è molto “ravvicinato” rispetto ai personaggi, a quello che pensano e a come agiscono; quando chiudo gli occhi e visualizzo la scena, mi sento quasi sempre come se fossi “addosso” a loro, mentre invece a volte vorrei vederli un po’ da lontano. Ma so che ad altri piace questa sensazione, per cui that’s fine I guess. Il secondo è che il momentum del racconto mi è sembrato spezzato, a un certo punto. La parte “preparatoria” dura metà del testo, e l’altra metà (quella più carnosa) l’ho trovata piuttosto precipitosa, addirittura con dei salti.

In sostanza, un buon romanzo breve in cui Crudeli dà prova delle sue doti e coltiva alcuni dei temi e degli immaginari che le sono più cari: le creaturine del bosco, la periferia, l'ecologismo, la crudeltà infantile.

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