lunedì 15 giugno 2026

Doppio misto - recensione di «Melinoe vestita di zafferano» di Nicola Brami

 

Qualche sera fa discutevo con Paolo a proposito di un problema di filosofia della scienza. L’oggetto di discussione era il teletrasporto quantistico: invece di trasferire un corpo, il processo ne assembla una replica perfetta altrove nello spazio (compreso, ovviamente, il cervello e dunque i ricordi, il carattere, etc) e distrugge l’originale. Il problema è: se per caso l’originale non venisse distrutto, chi sarebbe il depositario della coscienza di quell’individuo? Che rapporto ci sarebbe tra il “sentire” dei due? Come si potrebbe distinguere l’originale dalla copia?

Nei primi capitoli di Melinoe vestita di zafferano, il protagonista Enea, un giovane professore di matematica, si pone all’incirca le stesse domande dopo che aver parlato a telefono con… se stesso. O comunque, con qualcuno che dice di essere lui e che risponde da casa sua. I sospetti di uno scherzo di cattivo gusto diventano quelli di un furto d’identità, poi di un’allucinazione, e lentamente si addensano in qualcosa di più sinistro. Oltre alla questione di questo “doppio” che se ne va in giro spacciandosi per lui, Enea deve anche affrontare la notizia della malattia di Nicola, suo fratello maggiore e incensato autore di romanzi, la crisi della relazione con la compagna Lorna e l’infatuamento nei confronti di Giulia, una delle sue studentesse.

L’identità e la sua continuità sono i temi centrali del romanzo di Nicola Brami. Leggendolo, mi è tornata in mente la questione del teletrasporto quantistico, specialmente in relazione al passaggio in cui Giulia chiede a Enea quale sia stato il momento della sua vita in cui è diventato la versione attuale di sé. Enea lo ricorda: un pomeriggio estivo della sua infanzia, nella casa di campagna dei genitori – è quella l’ultima volta in cui ha sentito di essere quel bambino.

È una cosa che le persone provano? – mi sono chiesto – un senso di estraneità rispetto a un sé passato. Ho pensato al me stesso prima della pandemia; prima cioè della rinuncia agli studi, dell’ipocondria, della mia prima relazione, della fine dei sabati in fumetteria a giocare a Yu-Gi-Oh!. Ho ereditato i ricordi di quella persona ma non ho più accesso al suo modo di sentire le cose, non so com’è che quel ragazzo percepiva il suo stare al mondo. Sento verso di lui lo stesso dubbio e la stessa estraneità che sento relativamente a un qualsiasi ex compagno di scuola.

Brami mette in scema uno dei topoi più celebri della narrativa occidentale, specialmente di quella a cavallo tra l’età moderna e contemporanea. Nel suo romanzo, tuttavia, il doppio non prende vita dagli scarti ripugnanti della coscienza, come in Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde e Il ritratto di Dorian Gray, ma appare come una presenza neutrale, anzi quasi positiva, più energica, più affabile. Lo abbiamo visto di recente – pur in maniera più esasperata – in The Substance: anche qui è l’io “originale” quello scartato, che si dissipa lentamente, in favore di una versione migliorata. Ma Brami si spinge più in là di Fargeat, arrivando a mettere in discussione il concetto stesso di identità.

Melinoe vestita di zafferano può essere definito un thriller sovrannaturale dal cuore new weird. Le pieghe degli eventi si susseguono con andamento vertiginoso, scivolando poco alla volta da situazioni eerie fino ad atmosfere allucinatorie. L’intreccio gode anche di una struttura a doppia voce, un romanzo nel romanzo che è anche gioco di specchi, il quale impartisce ritmo alla storia e, allo stesso tempo, fornisce indizi di lettura: tutto si disvela progressivamente, vorticando intorno a un denso finale.

L’unica cosa che non ho apprezzato particolarmente è stata la prosa. L’ho trovata piuttosto “esatta”, poco incline a quelle infiorescenze poetiche che possono fare la differenza tra il ben scritto e la bella scrittura. Il valore estetico del romanzo di Brami, peraltro, è molto informato dall’aspetto visivo (e sensoriale in generale) delle situazioni che il narratore descrive, e che a tratti ne fanno quasi l’ecfrasi di una pellicola – un’attitudine piuttosto popolare tra la narrativa di questo secolo, che sembra non riuscire a superare la predominanza dell’audiovisivo. (Forse avrei anche tagliato una settantina di pagine, but that’s me.)

lunedì 18 maggio 2026

Sale desolate e creature infelici - recensione di «Tower Dungeon» di Tsutomu Nihei

Dopo aver ucciso il re e rapito la principessa, il Necromante si è rifugiato al centesimo livello della Torre del Drago: un leggendario e gigantesco dungeon che fluttua nel cielo, pieno di creature spaventose, tesori e misteri. Se persino gli sforzi dell’armata reale non sono sufficienti a espugnare la Torre e a salvare la principessa, potrà mai farcela un campagnolo come Yuva, pur con la sua immensa forza? Potranno farcela Lilisen, l’irascibile piromante, o Eriquo, il mite cartografo?

Già autore dell’acclamato Blame! e di Knights of Sidonia, Tsutomu Nihei è tornato al tavolo da disegno con un’opera tanto classica quanto insolita. Come s’intuisce dal titolo, Tower Dungeon esplora (pun intended) quello che forse è il più inflazionato dei trope del genere fantasy, inaugurato con la pubblicazione di Dungeons & Dragons. Sulla scorta delle opere di Tolkien, il famoso gioco di ruolo ha dettato una grandissima porzione dell’immaginario fantasy, e da allora l’elemento del dungeon si è legato a doppio filo a questa tradizione narrativa e figurativa fatta di palazzi in rovina e tesori sorvegliati da draghi.

 

Il manga di Tsutomu Nihei ripropone dunque una formula consolidata, senza particolari variazioni sul tema: c’è la fortezza, c’è il drago, c’è la damigella in pericolo. E tuttavia, fin dalle prime pagine Tower Dungeon dà l’impressione di essere qualcosa di diverso, che quella degli eroi che sbaragliano mostri nei labirinti sia solo una patina. Il primo “boss”, per esempio, non viene sconfitto in un combattimento mozzafiato in cui i protagonisti danno prova dello loro abilità, ma attraverso uno stratagemma che richiede risorse e pianificazione, e che va a segno per il rotto della cuffia. Non c’è alcuno slancio eroico: solo uno sforzo ingegneristico che si può riprodurre in caso di insuccesso, al di là di chi lo mette in atto.

Il dungeon si presenta dunque come un ecosistema di sale desolate e creature infelici: un paesaggio da domare e depredare. Quello di salvare la principessa dalle grinfie del mostro diventa allora un mero pretesto per un’operazione di sciacallaggio. In seno a questa visione, le motivazioni del Necromante, al netto della sua abiezione, assumono i contorti non già di un piano individualistico, di affermazione di potere politico e materiale, bensì di una vendetta ecologica. Persino i mostri che infestano i piani della Torre, dopotutto, non sono altro che abitanti di un luogo ostile: non c’è niente di intrinsecamente malvagio o folle in loro.

Il disegno “spartano” del maestro Nihei, spogliato dai manierismi più tipici del manga, dà sostanza a una storia incerta, magra di introspezioni. Il bestiario della Torre recupera Berserk attraverso Dark Souls, ma riplasma le creature in design decisamente più moderni. La regia delle tavole è quasi cinematografica, con inquadrature drammatiche di rara dignità che ricordano il minimalismo algido di Denis Villeneuve. Giochi di prospettive e proporzioni restituiscono profondità e immersione senza insistere nei dettagli: la sola eleganza delle composizioni e del design regge tutta l’impalcatura. In questo senso, la scelta essenzialissima dei contrasti – un bianco, un nero e un solo tono intermedio – è antifrastica per una storia che in realtà è piena di grigi.

D’altro canto, a volte Tower Dungeon riesce a essere fin troppo opaco. A fronte dello smantellamento delle strutture dell’epica non interviene alcuna alternativa, e la sceneggiatura soffre, in alcuni momenti, di un vago senso di ristagnamento. Se è vero che poco sappiamo delle intenzioni che serpeggiano attraverso i livelli della Torre, anche l’azione è ugualmente bandita, spesso richiusa dentro cesure. Il tratto denso e lo studio delle scene, dopotutto, parrebbero quasi suggerire una certa riottosità rispetto al dinamismo: le tavole sono quadri o istantanee, non frame di una pellicola. E anche l’intreccio, dopo un po’, rischia di sfilacciarsi.

Ciononostante, le carte in mano a Tower Dungeon hanno tutta l’aria di essere vincenti. Bisogna sperare che il maestro Nihei sappia giocarsele bene. Attualmente il manga è in corso, con 5 volumi pubblicati in Italia (da quei criminali di Panini) e un sesto in arrivo.

lunedì 11 maggio 2026

Ho vinto il Premio Urania Short 2026

I don’t do premi letterari. È un mio paletto da quando partecipai al Premio Italo Calvino 2019 e la giuria stese una scheda di lettura in cui si parlava di cose che nel mio romanzo non c’erano. Era un lavoro acerbo, questo lo ammetto, e credo che non avrebbe comunque meritato di essere in finale, anche se fosse stato considerato con la giusta attenzione. Ma da quel momento ho sempre nutrito un forte sospetto verso i premi letterari, e mi sono guardato bene dal parteciparvi. Forse anche per questo ho aspettato tanto prima di inviare Quegli anni su Agalia al Premio Urania Short, la sezione per racconti brevi dello storico premio italiano di fantascienza. Perché, alla fine, ho deciso di farlo? Se devo dare una risposta sincera, direi che non immaginavo una collocazione più indicata per questa storia.

Il racconto, al netto di qualche giro di (auto)editing, era pronto all’incirca dal 2022; eppure ogni anno, quando si avvicinava l’apertura della call per il Premio Urania Short, non mi risolvevo a inviarlo. Credevo che non ne avrei cavato niente, che la redazione fosse interessata a un altro tipo di scrittura e di fantascienza. Per questo sono stato piuttosto sorpreso, lo scorso marzo, di ricevere la telefonata di Franco Forte, direttore editoriale di Urania, che mi comunicava che il racconto mi era valso un posto in finale. E talmente inverosimile mi sembrava addirittura arrivare primo, che durante la cerimonia di premiazione ho davvero pensato di essere lì per sbaglio, specie quando il mio nome ci metteva così tanto a comparire nella classifica. E invece, alla fine, ho vinto.

Quegli anni su Agalia è scritto dal punto di vista della moglie di un diplomatico: un diario tenuto durante il soggiorno della coppia su un pianeta ai margini della galassia. L’ambientazione è dunque piuttosto classica, un omaggio alla space opera, ma in una salsa molto meno epica – no alle battaglie tra le stelle, sì a cenette informali in salotti stile space age. Alla protagonista, Agalia appare come un posto meraviglioso e ricco di possibilità, un Eden finalmente ritrovato in cui il conflitto e la crudeltà non hanno posto. E purtroppo per lei, non si sbaglia.

Quegli anni su Agalia uscirà a ottobre in edicola, in appendice al romanzo vincitore firmato da Andrea Micalone (titolo work in progress), insieme a Cronofagia di Giuseppe Mascolo, con cui ho condiviso il primo posto. Spero che lo leggerete e che vi lascerà qualcosa. Quassù ho lasciato una piccola composizione grafica che avevo preparato qualche mese fa. Immaginatela come una sorta di copertina del mio racconto, in attesa dell’uscita in edicola.

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Grazie a June, che ha letto questo e molti altri racconti per prima. A Maria Paola, che mi ha dato suggerimenti preziosi. A Giovanni, senza il cui entusiasmo non l’avrei mai inviato. Ad Antonio e Caterina, che mi fanno sentire sempre a casa.

Questa vittoria, di nuovo, è per zio Tonino. Aspettavo che arrivasse lunedì per venire a dirti di persona che ero in finale, ma immagino che dove sei ora non ci siano lunedì.

giovedì 7 maggio 2026

Fate in scatola - Recensione di «Il dio dei bisogni» di Philip Gelatt e JT Petty

Nel 2011, quando Steve Jobs morì, io andavo ancora al liceo, dove facevo parte della redazione del giornalino scolastico. Quell’autunno pubblicammo un pezzo su di lui, riprendendo una suggestione che circolava parecchio sui media online: le tre mele che hanno cambiato la storia – quella di Eva, quella di Newton e quella di Jobs. Allora non sapevamo che l’ex CEO della Apple, in realtà, non fosse un informatico, né che la sua “mela” avesse ben poco a che fare con la fame di conoscenza e con quegli altri perbenismi umanistici che si insegnano in un liceo classico di provincia. Senza che lo sospettassimo, i media ci stavano evangelizzando a una figura quantomeno ambigua. Jobs infatti non programmava i computer: li confezionava.

Del protagonista e narratore di Il dio dei bisogni, novella di Philip Gelatt e JT Petty edita in Italia per Zona42, si potrebbe dire una cosa molto simile. In questo racconto di fantascienza, Sullivan Kingsley, co-fondatore di MAGi (solo a me ricorda iOS, iPhone etc?), è di gran lunga l’uomo più ricco e influente del pianeta. Con il contributo del genio del marketing Margaret, ha messo su un’azienda che produce e vende articoli magici, confezionati a partire da creature fantastiche – unicorni, demoni, fate. Quello che i clienti non sanno, tuttavia, è che Sullivan non è un mago: le creature che impacchetta non le evoca lui, bensì una macchina costruita dalla sua ex socia Nancy, sulla cui scomparsa non è mai stata fatta chiarezza.

La voce di Sullivan detta un racconto spietato pur nella sua innocenza. Un narratore in prima persona moralmente assente, incapace di guardarsi dentro se non con autocompiacimento – si potrebbe persino ridere con lui, non fosse così riprovevole. Il ritmo della narrazione è serrato, non c’è tempo per riflettere. Anche la lingua è pragmatica, studiata per una lettura agile, senza grandi elaborazioni stilistiche. Alla fine dei conti, sono i personaggi e la trama i punti di forza della novella, che si puntella su un corredo di macchiette dal quale non ci si vorrebbe separare mai – bello, ma non ci vivrei.

Quello firmato da Gelatt e Petty è un concentrato di satira che fa poco mistero del suo sprezzo per i super-ricchi: individui senza particolari talenti, spesso e volentieri privi di scrupoli. Mistificatori e parassiti. Per gente di tale calibro, le persone sono mezzi e il denaro solo un principio di autoaffermazione, la manifestazione inoppugnabile di un ego smisurato e, naturalmente, molto molto fragile. Sullivan è l’epitome di questa figura: un «sestilionario» senza alcuna vera aspirazione costruttiva, un mero agente di consunzione materiale ed emotiva.

In Il dio dei bisogni persino la magia è spogliata di ogni meraviglia e diventa una cosa a metà tra asset finanziario e segreto aziendale. Il mondo della novella non è però una proiezione distopica: è appena una versione un po’ ridipinta di come vanno le cose qui da noi oggi, in questo ventunesimo secolo dove ogni cosa esiste solo come occasione di profitto. L’immagine delle “fate in scatola” forse ci fa sorridere, ma è il sorriso amaro di quando ci si riconosce in una parodia, non importa quanto violenta.

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Un grazie va a Giovanni per aver solleticato il mio interesse per questo libro e un altro invece va a Zona42 per avermelo mandato.

lunedì 4 maggio 2026

(Non) un libro sul calcio - Recensione di Polvere di Piksi di Barbi Marković

 

Quest’anno, per la terza volta di fila, la nazionale italiana di calcio non si è qualificata ai Mondiali. La stampa non ha mancato di notare che, oltre alla frustrazione generale della tifoseria, i futuri cittadini italiani stanno crescendo senza vedersi rappresentati nel più seguito evento sportivo al mondo. Una nazione come la nostra, che ha imparato l’inno dalle bocche dei calciatori – il «poropò-poropò» delle trombe, il trionfale «sì!» in chiusura – per molti anni ha fatto di questa tradizione un grande fattore di coesione sociale e culturale. Che una tale perdita avvenga poi all’altezza della Generazione Alpha, così incomprensibile e spesso terrificante per noialtri, la rende ancora più amara. Ma non la staremo facendo troppo filosofica? Dopotutto, parliamo solo di uomini sudati che corrono dietro a un fagotto di pelle di animale – giusto?

Come me, neanche Barbi Marković è mai stata particolarmente amante del calcio. Nel suo pseudo-memoir un po’ schizofrenico – lei è questa – la scrittrice belgradese (già autrice di Minihorror) ritesse gli anni della sua infanzia passata alla stadio dove suo padre, Slobodan, la portava per ogni compleanno. Polvere di Piksi, edito in Italia da Voland, è il racconto di un rapporto padre-figlia che può trovare veicolo e sostanza solo nel calcio. Agli occhi di Slobodan, Barbi è visibile soltanto come una potenzialità: non ha avuto il figlio maschio che sperava, ma può ancora avere una calciatrice o al limite un’appassionata di calcio. Il suo mondo è tutto lì, nel prendere a pedate un pallone. Per questo, il giorno dell’ottavo compleanno di Barbi, Slobodan le spolvera addosso la terra sollevata dalle scarpe di Dragan Stojković, detto Piksi, il mitico attaccante jugoslavo: se neanche questa polverina magica, contrabbandata neanche fosse una droga, riuscirà a farla appassionare al pallone, allora non c’è proprio speranza.

A fare da fondale al racconto è la Jugoslavia a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. «Nelle strade del centro città regna un meraviglioso caos. Panetterie, clacson, gente alla moda, musica. Questa vivacità potrebbe distrarre dal fatto che qui ci sono poche tutele per le persone più vulnerabili. Ciò nonostante, bei tempi». Il generale Tito è morto da una decina d’anni, sui Balcani soffiano venti di secessione. «Tutte le comunità di cui faccio parte si sgretolano. Il gruppo di danza si scioglie. Slobodan Marković si trasferisce». In questa cornice, ai quarti di finale di «Italia ‘90», Argentina contro Jugoslavia, la posta è altissima: nello stadio fiorentino, la squadra jugoslava offre l’ultima possibilità alla nazione di rivedersi in se stessa, e l’ultima occasione per Barbi di rendersi visibile agli occhi di suo padre.

In Polvere di Piksi, la mitologia familiare è intrecciata al racconto storico, e il filo che le lega è proprio il calcio: non uno sport, ma un rituale. Marković imposta la narrazione come una vera e propria telecronaca, beffandosi del registro epico che accompagna le azioni dei giocatori in campo e trasformandolo in una lingua grottesca, nei modi come nelle intenzioni. In questa storia, Slobodan Marković è un uomo leggendario e insieme un nessuno: un padre come tanti, carico di debolezze ma senz’altro simpatico; eppure, almeno per sua figlia, un essere eccezionalmente inetto. Barbi Marković descrive una figura con cui è impossibile pacificarsi, usando parole di rabbia e pietà che non trovano mai un bilanciamento. Sentimenti simili sono rivolti alla nazione: un popolo brutale e pieno di incertezze, destinato alla sconfitta. Le metafore di guerra, tipiche delle telecronache, riecheggiano profetiche.

L’ultima grande protagonista/antagonista del libro è la scrittura, che viene spesso tematizzata in segmenti extradiegetici. L’autrice la esibisce con finto orgoglio isterico, smascherandone la natura burlesca. La sua cifra stilistica non ha a che fare con il lessico o la sintassi, non è una questione retorica: è un atteggiamento narrativo, un gioco di astuzia. Barbi Marković – pensi di aver capito il suo trucchetto, ma lei è sempre due passi avanti a te. Per esempio, quando dice che Polvere di Piksi non è un libro sul calcio. D’altronde, chiunque saprebbe riconoscere un libro che parla di calcio da uno che usa il calcio per parlare d’altro. Eppure, una volta girata l’ultima pagina, questa premessa che mi ha accompagnato per tutta la lettura sembra essere la burla definitiva.

Come anticipavo, del calcio non mi è mai importato granché. Da bambino ho sempre avvertito una certa coercizione nella domanda «che squadra tifi?», come se fosse assolutamente inammissibile non seguire il calcio. Rispondevo «Juve» pur di dire qualcosa, perché era la squadra di mio padre, perché non potevo permettermi di essere meno maschio di uno che non sa niente di pallone. Ho ritrovato molto di questo in Polvere di Piksi. E ho anche ripensato a quell’estate del 2006, la vittoria ai Mondiali, «il cielo è azzurro sopra Berlino» – indossavo una maglietta con il tricolore, leggevo Paperinik. Ricordo i nomi dei calciatori, nella mia testa suonano come quelli di re. Sapevo cosa significava «nazione». Forse, alla fine dei conti, ho davvero letto un libro sul calcio. Me l’hai fatta anche stavolta, Marković!

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Ringrazio infinitamente Voland di avermi fornito la copia per scrivere questa recensione.

giovedì 30 aprile 2026

Streghe a caccia - Recensione di Ichi the Witch di Osamu Nishi e Shiro Usazaki

Se n’è parlato molto negli ultimi mesi e finalmente questa settimana è arrivato nelle fumetterie italiane: Ichi the Witch, la nuova serie manga shōnen fantasy sceneggiata da Osamu Nishi e disegnata da Shiro Usazaki, si mostra in un primo volume targato Star Comics, affiancato da una variant con standee in acrilico davvero gradevole (ma scandalosamente sovrapprezzata). C’è chi ne loda l’immediatezza e dice che sarà il Dragon Ball delle nuove generazioni; altri storcono il naso e «a ‘sto giro passo», poco entusiasti all’idea di un’altra lunga serie che non promette di cambiare le carte in tavola – ma sarà davvero così? Andiamo con ordine.

Il protagonista della storia, Ichi, è un giovane e abilissimo cacciatore. Dopo essere stato abbandonato sulle montagne da bambino, ha deciso di condurre una vita quasi selvaggia, seguendo un brutale ma onesto codice di condotta: uccidere solo per fame o soltanto ciò che rappresenta un pericolo. Per questo motivo non osa attaccare la misteriosa creatura che da giorni riposa in un bosco, anche se non aspetta che un pretesto. Questo arriva quando essa rivela la sua identità: è Uroro, il nefasto re dei Majik, cioè delle incarnazioni della magia che popolano la terra, e a cui le streghe danno la caccia.

Nelle alette della copertina leggiamo una confessione della sceneggiatrice. In giapponese la parola «majo» (strega) esiste solo al femminile; allora come sarebbe una strega maschio? L’idea di Ichi the Witch nasce proprio da tale perplessità. Nel mondo di questo manga, solo le donne sono in grado di sviluppare poteri magici e, dando la caccia ai Majik e superando le prove poste da essi, di “apprenderli” come fossero incantesimi. In un tranello di tolkeniana memoria,Uroro ha però studiato la propria prova in modo che nessuna donna possa superarla. Non ha tenuto conto, tuttavia, di un dettaglio importante: Ichi non sarà una donna, ma come cacciatore non teme rivali.

Giudicare una serie solo dal suo primo volume sarebbe davvero precipitoso, specie per un’opera di questo genere. Quello che mi sento di dire è che Ichi the Witch sembra aver polarizzato molto le opinioni del pubblico. Da un lato, c’è chi ci vede una semplice reiterazione di uno dei più classici modelli del battle shōnen fantasy. La storia di Osamu Nishi segue le orme battute da Dragon Ball fino al più recente Demon Slayer, passando per Hunter x Hunter e tutti i grandi shōnen dei Duemila. Come molti dei protagonisti di queste opere, anche Ichi è mosso da un obiettivo piuttosto chiaro – quello di cacciare (tutte le prede possibili?) – che determinerà la traiettoria della sua evoluzione nel corso della storia. È facile immaginare che i design delle sfide lanciate dai Majik e delle loro magie saranno dunque il principale elemento di flavour del manga.

D’altra parte, nel dimostrare una chiara consapevolezza della tradizione in cui si inscrive, Ichi the Witch vi si accosta con ironia. Ichi non conosce la magia né la sociologia delle streghe. È un ingénu ricco di potenziale, ma anche un’anomalia: è un uomo in un ruolo tipicamente femminile. Il suo approccio alla caccia è atipico, quasi primitivo, ma efficace proprio in virtù della sua semplicità, in un sistema magico che appare piuttosto “costruito”, favolistico persino. Anche gli altri personaggi sembrano terribilmente intriganti, a partire proprio da Desscaras, la vanesia strega dagli occhi dolci a cui viene affidato Ichi – una “spalla” che brama i riflettori – e una nutrita schiera di altre streghe e di Majik, ciascuno con poteri e personalità imprevedibili.

Una grandissima parte dell’appeal del manga la fanno naturalmente i disegni di Shiro Usazaki. Un tratto lievemente carnoso e delle composizioni un po’ barocche si accompagnano a una regia schietta ma ben studiata. Le due autrici si sono coordinate benissimo sul ritmo della storia: incalzante, mai frettoloso, supportato da frequenti gag che non distraggono né stancano. Le scene d’azione godono di simmetrie sagaci e prospettive affilate che rendono le immagini molto dinamiche. Il character design vince però su tutto il resto, specie nel comparto dei costumi, che sembrano usciti dal Return to Oz del 1985 (passando per un Met Gala). Ma forse è l’espressività marcata dei volti – lo sguardo vitreo di Ichi, la smorfia languida di Desscaras – a dare a Ichi the Witch un aspetto così accattivante.

Al netto di questo primo volume, posso dirmi colpito? Non del tutto, lo ammetto, ma aspetto almeno altri due o tre volumi prima di chiamarmi fuori, eventualmente. Diciamo che, per quanto riconosca la freschezza dei disegni, non sono sicuro di essere il target ideale di questo manga. Forse, dopo tanti battle shōnen, si fa fatica a lasciarsi stupire. E per come la vedo io, non basta che una cosa sia “ben fatta” e “scorrevole” per valere tempo e soldi. Ma Ichi the Witch, se non altro, non manca di carisma: si presenta come un manga adatto a tutti, anche un po’ ruffiano, e leggero sì, ma non sciocco. Non è detto che con il tempo non possa vincere le mie diffidenze  ne sarei davvero entusiasta, nel caso.

domenica 26 aprile 2026

Il mondo è finito - Recensione di Quando le radici di Lino Aldani

Se è vero che Lino Aldani diede alle stampe Quando le radici per la prima volta nel 1977, la stesura del romanzo iniziava ben undici anni prima. Fu dunque una primavera romana degli anni Sessanta – un mondo estetizzante, senza freni, di cui Alberto Arbasino avrebbe di lì a poco tratteggiato uno spietato ritratto nel suo Super Eliogabalo – lo sfondo su cui lo scrittore pavese proiettò le atmosfere morbose e desolate di questa distopia a breve termine.

Protagonista di Quando le radici è Arno, giovane impiegato della Felce Azzurra (non il sapone!) a cui è delegato il compito di controllare le schede sputate fuori da una macchina. Di notte, invece, l’azienda lo “prostituisce” presso certe importanti collaboratrici. Stanco dei ritmi frenetici della città, alienato da un lavoro che non comprende, Arno manda tutto in vacca e decide di tornare a Pieve Lunga. Del suo paesello natale, però, nel 1998 non rimangono che pochi ruderi, dove certi vecchi burloni e incattiviti resistono: traditi dallo Stato che ha deciso di tagliare loro le utenze e i collegamenti con il resto della civiltà, vivono di espedienti e grazie ai commerci con una carovana di nomadi.

La lettura di questo romanzo arriva in un momento della mia vita in cui mi chiedo se ho davvero nostalgia della vita in provincia o se piuttosto non ne abbia romanticizzato l’idea, trasformando un ricordo in una prospettiva. È una domanda che Arno tenta in tutti i modi di soffocare, nonostante le persone attorno a lui lo incalzino costantemente. Ostinato com’è, il protagonista abbandona i simulacri della burocrazia per vivere di un magro pescato e vino paesano, ma in fondo è un uomo di città, cresciuto sulla cresta del progresso: certi vizi di forma non si possono abdicare.

I capitoli più interessanti di Quando le radici, almeno secondo me, sono i primi sei: quelli, cioè, scritti nel 1966 e che, nella storia, precedono il ritorno definitivo di Arno a Pieve Lunga. La Roma dipinta da Aldani in queste pagine non ha niente della “dolce vita”: è una città diabolica, assolutamente aliena. Insieme al protagonista, ci muoviamo tra uffici, bar e salotti di una necrometropoli popolata da una classe medio-alta ormai avvinta: di giorno impegnata in lavori pleonastici al solo scopo dello stipendio, di notte trascinata in una sessualità quasi curriculare. È come vedere ritagli da Fantozzi montati sulle scenografie di Wicked City. «Una città di morti.» scrive Aldani. «L’antenna televisiva sul tetto d’una casa è come una croce piantata su una tomba, il segno che là sotto sono tutti cadaveri.»

Lucida e sferzante (specie se riecheggia da cinquant’anni nel passato) suona poi l’interpretazione di Aldani sul lavoro del settore terziario, popolato da una turba di impiegati specializzati che però non hanno alcun legame emotivo o intellettuale con il proprio lavoro. «Ebbe la fulmine conferma che l’ICU e le altre decine di migliaia di enti inutili disseminati in tutta Italia altro non fossero che semplici aree di parcheggio per assorbire la disoccupazione intellettuale. Le schede che uscivano da quella macchina fetente non significavano nulla, non servivano a niente, erano solo un giochetto idiota per tenerlo occupato. Occupato e sottoposto. E soprattutto ligio al sistema.»

Nella critica allo “Stato canaglia” risuonano le retoriche settantottine. Sembra che l’autore affidi il suo livore alle parole di Luigi, il Sacrista, il quale ce l’ha tanto con gli spietati capitalisti quanto con i finti comunisti che, una volta sedutisi nella “stanza dei bottoni”, hanno preferito la comodità della poltrona. Anche per colpa loro l’Italia, alla vigilia del nuovo millennio, è una terra scempiata e avvelenata, immolata in nome del progresso, che non serve a migliorare la vita dei cittadini, ma a renderli consumatori sempre più affamati.

La scrittura di Aldani è sapida, ricca, ma tenace nel suo realismo – rarissime le figure retoriche di significato, una scrittura che sta in piedi da sola e non ha bisogno di referenti esterni. D’altra parte, l’autore non tenta il naturalismo linguistico, ma sceglie consapevolmente un italiano letterario, dove i vocaboli della contemporaneità sono infilati come schegge. La sua prosa musicale s’inclina spesso verso la poesia, in alcune sezioni anche formalmente: i versi liquidi e battenti che descrivono in due occasioni il ritorno a Roma tradiscono un certo compiacimento dal gusto spleen, indizio che forse questo romanzo sguazza nel disprezzo ma non si fa carico di una vera pars construens.

Nelle battute finali, tuttavia, ho avuto l’impressione che quella raccontata in Quando le radici fosse più che altro una crisi del maschile. Nel romanzo, sono gli uomini a confrontarsi sui temi della politica, della società, del lavoro: la chimera che Arno rincorre abita in un mondo che, pur non essendo necessariamente patriarcale (ma lo è, le parole dei suoi compaesani non lasciano dubbi), è rappresentato secondo certe figurazioni tradizionalmente maschili, come l’attività della pesca o l’avvinazzarsi. Le donne, al contrario, sono descritte soltanto in funzione della loro sessualità: virago frigide o nullità focose, esistono come cifra delle frustrazioni e delle soddisfazioni degli uomini. Imbevute di un potere mefistofelico o, in alternativa, languide sotto un pergolato ad aspettare le sberle del marito, non hanno alcun posto nel ritratto del mondo perduto; se dicono qualcosa è in omaggio al progresso, se vaneggiano sul passato è tutta posa, per il resto non vengono interpellate.

Nonostante questo aspetto piuttosto critico, Quando le radici resta un romanzo quasi profetico che in realtà è un’acuta riflessione sul presente, nella migliore tradizione della fantascienza. Le angosce prospettate da Lino Aldani mezzo secolo fa oggi sono mature, marce persino. Tutti i mali che abbiamo perdonato al capitalismo, tutte le storture che abbiamo scelto di non vedere, ci sono cresciute addosso, ci hanno paralizzato. Ed è nella macchina, in particolare – nel suo funzionamento imperscrutabile, nel desiderio che genera, nell’umiliazione che esercita sull’uomo – che Aldani individua l’arma finale dei padroni: finché i cittadini non si affrancheranno dal suo potere, non potrà esserci alcuna rivoluzione.

giovedì 16 aprile 2026

Shakespeare but make it whimsical (and 70s) - Recensione di Bagatto di Sassoraviolo

È Sassoraviolo a inaugurare Quest, la neonata collana di graphic novel di Mercurio Books, con il suo Bagatto. Sebbene solitamente si dedichi alle illustrazioni e ai murales, questa non è la sua prima prova col fumetto. Di suo avevo già letto il dolceamaro I miti di Anzû, firmato assieme a Lorenzo Raimondo per l’antologia Temporale di Attaccapanni Press: un racconto breve di ambientazione babilonese sul potere dell’arte – a proposito di questo volume trovate la mia recensione sul sito audace. Qui però lartista prende il timone di un’opera lunga tutta sua, una straordinaria graphic novel in cui proliferano contaminazioni artistiche di ogni genere e periodo storico.

In Bagatto Sassoraviolo mette in scena un dramma d’intrigo che strizza l’occhio alle grandi tragedie shakespeariane. C’è tutto il mistero dell’Hamlet con la vena di follia del Macbeth: inganni familiari e sogni premonitori. Ma a partire da questa base piuttosto “classica” l’artista costruisce una novella puntellata su una rete di simbolismi che definire esoterici è riduttivo. È un racconto dal respiro terribilmente contemporaneo, scomposto e riassemblato. Se dovessi dire di cosa parla – in realtà è molto più eloquente il *come* che il *cosa* – direi che parla di angoscia e perdita, di superamento della morale, di legami che trascendono le istituzioni. C’è più queer qui dentro che in una stagione di RuPaul’s Drag Race (non era difficile, ma tant’è).

A livello visivo, Bagatto gode di una scenografia vibrante, inondata da pastelli acidi e terre sciroppose. Sono gli anni Settanta in un bagno whimsical – se non sapete cosa vuol dire, non avete passato abbastanza pomeriggi su Pinterest. Sassoraviolo monta sul suo fumetto una variegata pluralità di linguaggi: la sua è una regia eclettica ma molto acuta, che non teme transizioni vertiginose e drastici cambi di tavolozza e tecnica. Sulle tavole di Bagatto vengono allora a coesistere affreschi di palazzi monoici, reminiscenze di Peau d’Ane, echi da Jodorowsky, studi di Madonne, pop art da funghetti, visioni klimtiane, mitopoiesi impressionistiche – non mescolati in un mappazzone, ma pazientemente stratificati.

Insomma, un esordio stellare per Sassoraviolo e un grande acquisto per il catalogo di Mercurio. Un’opera che non ha paura di sporcarsi e spinge il linguaggio del fumetto verso quei margini tanto cari all’editore romano.

martedì 14 aprile 2026

La fine dell'antropocene - Recensione di Tokyo Babylon e X/1999 delle CLAMP

Dalla seconda metà degli anni Ottanta il manga shōjo comincia a virare in una nuova direzione rispetto all’estetica maiden-esque e alle storie lacrimose che avevano caratterizzato il genere per tutta la decade precedente. Insieme a June Scialpi, nel capitolo «Canone perduto e città oscura» di La promessa della luna. Genealogie di Sailor Moon (Moscabianca Edizioni), abbiamo provato a recuperare questo filone di manga shōjo che si ammantano di tenebra e in un modo o nell’altro strizzano l’occhio al tema dell’apocalisse (già molto presente nei media giapponesi, ma fino ad allora rimasto fuori dalle tavole infiocchettate del fumetto per ragazze).

Uno dei motivi principali dello shōjo di fine secolo è la centralità di Tokyo, megalopoli oscura che diventa allegoria dell’umanità. In Tokyo Babylon (serie in 7 volumi delle CLAMP dei primi Novanta, in Italia latitante per Planet Manga e D/visual) la città non si limita a fare da sfondo, ma è una componente attiva e pulsante della storia. La scelta del titolo è un richiamo al mito della Torre di Babele, simbolo dell’arroganza umana che crede di poter raggiungere altezze divine – e la Torre di Tokyo è la sua gemella. Lunghe tavole nere ospitano le figure di Subaru Sumeragi, ultimo discendente di un clan di esorcisti, dell’eccentrica sorella Hokuto e di Seishiro Sakurazuka, veterinario belloccio innamorato di Subaru e che tuttavia non la conta giusta neanche un po’.

La trama è organizzata in storie episodiche di esorcismi, alle quali si giustappone la vicenda orizzontale del rapporto tra Subaru e Seishiro. Con la scusa del boys’ love, le CLAMP portano sulla scena l’avvertimento di una crisi sociale generale che vede nella capitale giapponese un centro nevralgico: l’umanità raffigurata in Tokyo Babylon è costantemente frustrata, delusa, ingannata, presa com’è in una rete invisibile di energie psichiche (un altro grande elemento dello shōjo di fine secolo).

Pubblicato a ridosso di Tokyo Babylon, X (fuori catalogo per J-Pop, noto anche come X/1999 nella precedente edizione Planet Manga) si sviluppa come un innesto nell’ambientazione del suo prequel, di cui esaspera i toni e le atmosfere, spingendo lo shōjo ad altezze vertiginose, fino a renderlo quasi un altro genere. Il protagonista è Kamui, giovane esper al centro di una profezia sulla fine del mondo, conteso da due gruppi di guerriglieri psichici che auspicano l’uno la conservazione della civiltà umana, l’altro il ripristino e la preservazione di una natura incontaminata.

Se in Tokyo Babylon il tema apocalittico era vagamente suggerito, manifesto in una crisi trasversale ma frammentaria, qui irrompe sulla scena nella forma di catastrofi naturali, società segrete e cospirazioni. Tutta la tensione della storia nasce dalla contrapposizione tra le due visioni del mondo rappresentate dai cosiddetti Draghi della Terra, che aspirano al rovesciamento dei templi dell’antropocene, e dai Draghi del Cielo, che invece desiderano che tutto rimanga com’è. Il manga però non affronta tematiche ecologiche in senso stretto, ma le usa come pretesto per raccontare forze emotive opposte e inconciliabili.

I disegni X sono a dir poco sublimi, e se mi conoscete lo sapete che non uso con leggerezza aggettivi di questa portata. Affilati, maestosi, retorici, erompono continuamente dalle gabbie o le piegano alle loro coreografie vibranti. Ogni tavola ha il portamento e la cura di un quadro e chiede di essere contemplata fin nel dettaglio, a costo di affaticare la lettura. È davvero uno dei momenti più alti della storia del manga, per quanto mi riguarda.

Tuttavia, la crudezza delle vicende e delle loro rappresentazioni ha portato all’interruzione del manga a pochi capitoli dalla fine, nel 2003, quando la rivista che lo ospitava decise che il finale dell’opera era troppo violento per il suo target. Anche lettori e lettrici, negli anni precedenti, avevano espresso disagio per la vicinanza dei temi del manga alle vicende di cronaca: erano anni di terremoti e tsunami, di terrorismo domestico, di giovani serial killer.

[Se volete un assaggio delle atmosfere del manga, vi consiglio il film di Rintaro del 1996, X - The Movie, animato dalle bestie sacre che popolano gli studi Madhouse. La storia è molto sacrificata, ma il comparto visivo toglie il fiato.]

Come un fiore / come una trappola - Recensione di Diario dal mondo osso di Diletta Crudeli

La caratteristica più rimarchevole della scrittura di Diletta Crudeli è senza dubbio la sua vena immaginifica, la capacità di instillare delle piccole visioni, a livello linguistico, retorico e contenutistico. Per esempio, quando dice che un personaggio sorride “come un fiore” e un altro “come una trappola” – è una figura che mi è rimasta, mi ha fatto molto pensare.

Tutta la costruzione dell’immaginario di Diario dal mondo osso (pubblicato D Editore, che ha fornito la copia per questa recensione), con questi esseri metà dei metà fantasmi, quasi higher beings di Hollow Knight o forse abitanti della Wonderland di Carroll. Belli i loro nomi un po’ sbarazzini e molto evocativi (Sognasempre, Ragnogiardino, etc), e le loro descrizioni antivisive, quasi fossero stati pensati per un’immaginazione di tipo morale (come gli angeli biblici, per intenderci).

Molto interessante anche la struttura a catabasi con livelli tipo videogioco. Ci ho rivisto molto di The Binding of Isaac e titoli simili, specie quando si citano le pareti di carne. Mi ha fatto pensare anche alla torre di Annientamento di Vandermeer. L’ambientazione dell'estate in periferia mi ha fatto ricordare le mie, di estati, quando con gli amici giravamo per il nostro paese e ne esploravamo i dintorni, ne ricostruivamo le vicende, intessendole a una mitologia che avevamo ereditato per metà, e per l’altra di nostra invenzione. C’è molto di questo, in Diario dal Mondo Osso.

Ho avuto solo due problemi. Il primo è che l'autore implicito [si guardi W. Iser] è molto “ravvicinato” rispetto ai personaggi, a quello che pensano e a come agiscono; quando chiudo gli occhi e visualizzo la scena, mi sento quasi sempre come se fossi “addosso” a loro, mentre invece a volte vorrei vederli un po’ da lontano. Ma so che ad altri piace questa sensazione, per cui that’s fine I guess. Il secondo è che il momentum del racconto mi è sembrato spezzato, a un certo punto. La parte “preparatoria” dura metà del testo, e l’altra metà (quella più carnosa) l’ho trovata piuttosto precipitosa, addirittura con dei salti.

In sostanza, un buon romanzo breve in cui Crudeli dà prova delle sue doti e coltiva alcuni dei temi e degli immaginari che le sono più cari: le creaturine del bosco, la periferia, l'ecologismo, la crudeltà infantile.

Cosa c'è dopo la post-verità? - Recensione di Nuova era oscura di James Bridle

Nuova era oscura, saggio di James Bridle portato in Italia da Nero, è uno di quei libri che non puoi chiudere davvero. Anche dopo aver girato l’ultima pagina, i pensieri che ha stuzzicato dentro di te continuano ad agitarsi e contagiare gli altri.

Alcuni hanno suggerito che questo libro parli di internet e dei tempi che ci attendono se non impariamo a “usarlo” bene. Ma a me pare che la nuova era oscura di Bridle sia già qui da un po’, solo che non ce ne siamo accorti. Il testo è strutturato in capitoli tematici che provano a sezionare l’ingombrante materia che l’autore si propone di trattare, ma i rimandi e le sospensioni sono frequenti: non ci sono fili da seguire in maniera lineare, perché sono tutti intrecciati tra di loro in un acchiappasogni impossibile da districare. La trattazione è polimorfa, lo stile cinico, la voce profetica: Bridle chiede di portare pazienza e di avere fiducia per i primi capitoli, poi tutto sarà chiaro – o oscuro, se volete.

L’idea alla base del libro si potrebbe riassumere con la seguente frase: “com’è possibile che, nel momento in cui il mondo avrebbe dovuto essere più trasparente che mai, ci risulta invece così opaco?” Tutto ciò che esiste fuori e dentro di noi viaggia nell’etere e nei cavi in fibra ottica che solcano i fondali oceani: un’ubiquità di codici binari che ci disperde e ci confonde. Non abbiamo avuto così tanti dati come ora, in tutta la storia dell’umanità, eppure mai il mondo ci è sembrato un posto tanto imperscrutabile. È un’idea che va oltre la mera post-verità, il nuovo ordine mondiale, la teoria del complotto: è un tentativo di mappare le iniquità strutturali della nostra epoca, imbastite da tecnocrati in combutta con i governi e i servizi segreti. Dai social ai genocidi, dal meteo ai video di unboxing – è tutto invischiato in un’unica rete.

Mettersi in discussione - Recensione di Charlotte Sometimes di Penelope Farmer

 

Ogni tanto do ascolto alla mia fame acritica per le storie di ragazzine in collegio e leggo romanzi come Charlotte Sometimes. Mi aspettavo un libro carino e un po’ goffarello, con delle leggere tinte spooky, e invece… non ero pronto.

Non saprei come descrivere l’effetto che il romanzo di Penelope Farmer (un classico della letteratura anglofona per ragazzi, portato in Italia da Agenzia Alcatraz) ha avuto su di me. Di per sé non è un’opera straordinaria, non ha una scrittura audace o una trama particolarmente avvincente. Eppure è uno di quei libri che – come si dice – mi è “rimasto dentro”. L’idea alla base della storia è piuttosto semplice. Due ragazzine, Charlotte e Clare, forse per una serie di convergenze cosmiche, si scambiano la coscienza durante la notte, vivendo le rispettive vite a giorni alterni: l’una negli anni Sessanta, l’altra durante la Grande Guerra – finché qualcosa non si rompe.

La magia di Charlotte Sometimes, nella misura in cui l’ho percepita io, è nel racconto di come la protagonista vive questo scambio, dei significati che emergono di volta e in volta e a cui lei cerca di dare un senso. Charlotte non è un’eroina tragica, non ha una grande personalità, ma è terribilmente riflessiva. La relazione tra il presente e il passato, tra la sua vita e quella di Clare, e in definitiva tra vita e la morte, diventa un pensiero sotterraneo che innerva tutta la narrazione, un’inquietudine che è impossibile mettere a tacere.

Dei classici per ragazzi si apprezza (e ci si aspetta) che siano racconti di formazione. Qui invece Farmer fa un’operazione pur simile ma un po’ più sottile. Quando va nel passato, Charlotte non si “forma”: si mette invece in discussione. È un’operazione che di decostruzione che la lascia piena di incertezze che dovrà colmare in futuro, oltre le pagine in cui ci è dato di spiare.

Che altro posso aggiungere per convincervi a leggerlo? Ho pianto. Ma tanto.

Esiliati dalla patria felice - Recensione di Proteggi la mia terra di Saki Hiwatari

Proteggi la mia terra (Planet Manga) è un manga shōjo che parla di un gruppo di ragazzi di Tokyo all’alba del decennio perduto – ma questo Saki Hiwatari, che scriveva nel 1987, non poteva ancora saperlo. I protagonisti sono accomunati da un sogno ricorrente che sembra a tutti gli effetti rievocare le memorie delle loro reincarnazioni, quando erano (o saranno?) membri di una missione spaziale sulla Luna.

Il manga mescola la timidezza dello shōjo allo stupore della fantascienza, ma per chi la ascoltare suona anche una nota eerie in sottofondo. È una storia complessa non nel senso che si fatica a seguirla, ma che combina elementi diversi in maniera originale e interessante, così che si esaltino a vicenda. Come mi capita solo con le opere migliori – quelle che mi rimango dentro a lungo – devo chiudere la pagina (o mettere in pausa) e guardare il soffitto, e lasciare che i pensieri stimolati dalla lettura/visione si liberino e salgano alla mia attenzione, come per una specie di fermentazione.

Penso spesso alla frase della canzone dei gitani (si chiama così, non mi linciate). «Esiliati dalla patria felice / sognano il loro amato paese». Forse è di questo che parla la serie di Hiwatari: di una nostalgia che, più che indicare una direzione, genera solo spaesamento. La vita che ci siamo lasciati alle spalle è davvero la nostra? Ha senso farsi guidare dai sogni di un’esistenza passata?

Quotidianità sabotata - Recensione di Prima dell'oblio di Lisa Blumen

In Prima dell’oblio (Add Editore) Lisa Blumen immagina la caduta inesorabile della Luna sulla Terra. Dopo diversi tentativi di invertire il processo, le istituzioni si arrendono all’evidenza: l’apocalisse è alle porte.

Nel fumetto si susseguono storie di quotidianità sabotata che riecheggiano le ansie della pandemia, i mantra che ci ripetevamo per scongiurarle, i trend che inseguivamo per estetizzarla. Una negoziante abitudinaria, una ex-paziente oncologica ormai guarita, una curatrice d’arte senza scopo, un poliziotto traumatizzato: questi alcuni dei personaggi dei racconti che compongono l’opera.

Il disegno è più che essenziale, le fisionomie sacrificate, le forme poligonali. I contorni sono tracciati con una matita grossolana che sporca la pagina quando la mano ci si appoggia sopra – sembra quasi uno storyboard preparatorio, una bozza frettolosa. Persino i colori pastello sembrano sbiaditi, e invece che comunicare speranza dicono di resa e delusione. A ogni storia ne è associato uno predominante, che però si alterna e s’intreccia con gli altri con il procedere della storia, finché anche la palette diventa strumento narratologico.

È stata una lettura dolceamara, un modo diverso e più contemplativo di raccontare quei mesi (anni?) in cui abbiamo creduto che il mondo non potesse tornare come prima. E forse avevamo ragione. Forse il problema non era la catastrofe, ma l’ordine che stava minacciando.

Un duetto diabolico - Recensione di Minihorror di Barbi Marković

Quando ho iniziato Minihorror, raccolta di racconti di Barbi Marković, autrice serbo-austriaca portata in Italia da Mercurio Books, ammetto che non nutrivo grandi aspettative. Molte proposte dell’editore finora mi avevano deluso (Maeve, Alla gola, Lo studente del divino). E invece mi ha sorpreso. Stavo per scrivere che forse non si tratta di un capolavoro, ma credo che quando diciamo “capolavoro” abbiamo in mente opere complesse e tonanti che esistono quasi sopra di noi; Minihorror invece è in mezzo a noi, è infido e anche un po’ impaziente. Per questo non può essere un capolavoro?

I racconti hanno come protagonisti Mini e Miki (mi sono serviti i disegnini per capire che si trattava di una parodia di Minnie e Mickey Mouse). Il loro dualismo è una delle cifre vincenti della narrazione. Di duetti esplosivi e sinergici ne abbiamo avuti tanti: Eros e Thanatos, My Melody e Kuromi, Jesse e James, Trixie e Katya. E Mini e Miki non sono da meno. La prima ispirata, combattiva, tenace; l’altro pragmatico, ansioso, arrendevole.

La giovane coppia è alle prese con le incombenze di tutti i giorni, su un fondale urbano mitteleuropeo che odora di sigarette e silicio: fare la spesa, presenziare alle feste, pulire casa, prenotare visite mediche. Ogni evento nasconde però un’insidia, un germe di entropia che, se non viene abortito, si trasforma in una manifestazione grottesca e surrealista. Ansie, paure e difficoltà del nostro tempo diventano mali buffoneschi che si abbattono sui protagonisti, finanche ad annichilirli. Ma ogni storia resetta la situazione iniziale, come a dire che non importa quanto la sconfitta ti sia entrata nelle carni e nella mente: devi comunque svegliarti per andare a lavoro.

venerdì 3 aprile 2026

Incerti passeggeri - Recensione di La locomotiva dell'innocenza e Il vascello delle stelle di Yoshimi Uchida

 

Si è fatta attendere un po’ ma finalmente La locomotiva dell’innocenza è arrivata. La seconda raccolta di Yoshimi Uchida, pubblicata per la prima volta in Giappone nel 1981, approda questa settimana gli scaffali delle fumetterie italiane nell’edizione regular a cura di Hikari Edizioni, dopo che per alcuni mesi è circolata solo nella variant in formato kanzeban (non disponibile per il retail ma in esclusiva per lo scorso Lucca Comics & Games e sul sito dell’editore).

Il mio primo incontro con Uchida è avvenuto circa tre anni fa, quando lo sguardo lontano e speranzoso degli elfi in copertina mi convinse a comprare Il vascello delle stelle, pubblicato nel 1977 in originale. Confesso che rimasi piuttosto deluso da quella lettura: mi aspettavo delle storie fantasy epiche e melanconiche, non dei piagnistei sconclusionati. All’epoca sapevo ben poco di shōjo manga, e mi chiesi se quei racconti avessero ancora qualcosa da dire.
Siccome nel frattempo mi ero liberato da tempo della mia vecchia copia de Il vascello delle stelle e avevo letto (e apprezzato) i tre volumi di Liddell, quando ho recuperato la variant de La locomotiva dell’innocenza ho deciso di approfittare e prendere anche la variant della prima raccolta (grazie Vinted), così mi sono concesso una rilettura.

Dopo tre anni la mia opinione su Il vascello delle stelle è cambiata? Non particolarmente: l’ho trovato melenso e allucinatorio quasi come lo ricordavo, con l’eccezione di uno dei racconti (Zucca zucchetta). C’era tuttavia una piccola ma sostanziale differenza rispetto alla prima esperienza che avevo avuto del volume: adesso capivo quello che leggevo. Sapevo che quelle storie avevano un linguaggio tutto loro, che non si articolava secondo i momenti dell’intreccio, ma in una complessa orchestra di immagini, sensazioni, parole. Dovevo ascoltare tutto questo con il senso di fiducia con cui crediamo di poter raccontare i sogni al risveglio.

Fatte queste premesse, è innegabile che La locomotiva dell’innocenza sia un manga decisamente più maturo. Confrontando la raccolta con altre due opere precedentemente edite di Uchida in Italia (Il vascello delle stelle e Liddell, serializzato a partire dal 1982), si riesce a individuare un’evoluzione nell’approccio dell’autrice alla materia e al medium. Le storie contenute in Il vascello delle stelle avevano quasi tutte un’ambientazione giapponese e in generale non si distanziavano particolarmente dagli stilemi dello shōjo manga, sia nei temi dei racconti che nei disegni. In La locomotiva dell’innocenza è evidente che Uchida abbia distillato il proprio tratto, liberandolo dagli elementi più floreali e roboanti, e conquistato uno stile più serico, preludio alla freddezza vitrea di Liddell. La lezione tardo-preraffaellita mostra i frutti dei suoi innesti.

Per quanto riguarda le tematiche, la natura shōjo delle storie è sempre presente nelle opere di Uchida, ma anch’essa attraversa un’evoluzione. Ne Il vascello delle stelle, la più “tradizionale” delle tre, è regola di composizione. Ne La locomotiva dell’innocenza, invece, diventa più che altro un accessorio – un elemento che dà senso e tiene unita la visione d’insieme. In Liddell sarà infine un agente alieno, come una spina incarnita che porta all’infezione.
Un discorso affine si può fare sul sogno – leitmotiv dell’opera di Uchida. Se nella prima raccolta era un antidoto contro la realtà, soluzione di speranze impossibili, nella seconda appare come una sostanza più diluita: un suggerimento, un sospetto, un rimpianto. I passeggeri del vascello guardano l’orizzonte in attesa di un approdo, quelli della locomotiva sono incerti sul voler scendere. Il sogno tornerà infine in Liddell come una pozione nichilistica: una droga paralizzante che porta all’assuefazione e all’eternità. È il trionfo della stasi.

Al netto di intrecci un po’ “sciolti”, Uchida è in grado di confezionare opere stimolanti, grazie a una regia molto ispirata e a delle intuizioni grafiche di grande sagacia. La cosa che più apprezzo della sua produzione, e che mi ha fatto tornare sulle sue pagine nonostante la diffidenza che conservavo dalla prima impressione, è il virtuosismo con cui la mangaka armonizza gli elementi del suo immaginario. Dal surrealismo fiabesco di Zucca zucchetta all’illusione febbrile di Liddell, passando per gli inganni di La pioggia d’oro del giorno d’Ognissanti, gli attori della realtà e quelli fantasia della fantasia si contendono sempre il margine. E la loro lotta è così elegante da sembrare una coreografia.

martedì 24 marzo 2026

Mistico e mondano - Recensione di La debuttante di Leonora Carrington

 

Mi capita spesso di sentir parlare di libri “infestanti”, il cui pensiero continua a tormentare chi li ha letti anche dopo essere stati riposti in libreria – almeno il tempo necessario a fare un post su Instagram, poi via con l’ennesima novità editoriale. Ma alcuni libri, nondimeno, rimangono davvero con noi in modi e per ragioni che non possiamo spiegarci.

Ho iniziato a leggere i racconti raccolti ne La debuttante circa quattro anni fa. Ne leggevo uno ogni tanto, quando ne sentivo il languore. L’ultimo l’ho letto appena un paio di settimane fa. In quattro anni possono cambiare tante cose, ma certi malanni dell’anima tornano sempre a infiacchirci. E un racconto può essere una buona terapia. Uno al bisogno, come una pillolina, senza dover finire la scatola.

Leonora Carrington fu scrittrice e pittrice surrealista. La sua estetica è un prisma di enigmi senza soluzioni, spesso attraversato da una vena di umorismo macabro – il tipo di risata che soffocheresti a un funerale se il morto cadesse dalla bara e restasse in mutande. È un mondo, quello rappresentato ne La debuttante, in cui mistico e mondano sono miscelati come tempere che formano una nuova, spiazzate tinta. E in questa un grottesco che s’insidia nei più impensabili dettagli della mimesi.

L’opera di Leonora Carrington non è una di quelle che si lascia leggere e basta. Ti solletica, ti titilla, ti molesta. A volte ridi con lei, altre vorresti darle uno schiaffo sulle mani. Non ti chiede di riflettere, non ha lezioni morali da darti. Tuttavia le immagini che evoca continueranno a comparire come frammenti di coriandoli in fondo alle tue tasche o nelle pieghe dei vestiti – ricordi di feste a cui sei stato molti anni fa, ora sono popolati da morti.

lunedì 16 marzo 2026

La rivoluzione dello shōjo manga - Recensione di Il poema del vento e degli alberi di Keiko Takemiya

Quando Il poema del vento e degli alberi venne pubblicato in Italia da J-Pop, nell’ormai lontanissimo 2018, il titolo catturò immediatamente la mia attenzione. E lo fecero anche le copertine, grazie ai richiami liberty e ai volti efebici dei protagonisti – *we listen and we don’t judge*. Mi scoraggiarono la mole e il prezzo del cofanetto, ma trascorrendo molto tempo in fumetteria avrei continuato a buttarci un occhio, di tanto in tanto. All’epoca quasi non leggevo manga, che come medium mi era stato precluso fino al mio arrivo a Pisa, pochi anni prima, e non avevo alcuna familiarità con il concetto del target. Oggi le cose sono molto cambiate, e poco più di un anno fa, mentre mettevo insieme la bibliografia per La promessa della luna. Genealogie di Sailor Moon, quel titolo sarebbe continuato a saltare fuori con sempre più insistenza. Insomma, non potevo più rimandare.

Il poema del vento e degli alberi è un dramma storico-sentimentale che narra la vicenda di Serge Battour, giovane rampollo di una famiglia di conti, e di Gilbert Cocteau, enfant terrible cresciuto nel vizio e nella violenza. I due s’incontrano in un collegio ad Arles, dove Gilbert costituisce un elemento di disturbo non indifferente, a causa di una vita sessuale molto sfacciata. Serge, che è appena arrivato, viene dunque scelto come suo compagno di stanza, nella speranza che riesca a mitigare il carattere indomito dell’altro. La soluzione si rivela fallimentare, ma solo in un primo momento: se è vero che Serge appare troppo pavido in confronto alla volgarità di Gilbert, il suo senso della giustizia e il suo altruismo si riveleranno così ostinati da aprire delle crepe nell’individualismo autodistruttivo del suo compagno. Ma dietro di lui si nasconde una rete di abusi e giochi di potere in cui Serge non sa di essersi invischiato. E l’amore potrebbe non bastare a salvare il bello e dannato Gilbert.

Il poema del vento e degli alberi, come i capolavori del suo genere, è un’esperienza sinestetica che straborda dalla pagina: i disegni evocano suoni e profumi, sensazioni tattili ed emozioni che diventano tutt’uno con la storia. Le figure sinuose dei personaggi si trasfigurano in uccelli, drappi, viticci; le loro pose diventano coreografie dei moti dell’animo. La lettura dei dieci volumetti dell’edizione italiana ha accompagnato molti pomeriggi uggiosi del mio ultimo anno. Con il corpo sono stato perlopiù confinato nel mio studiolo, avvolto in una coperta di pile e sotto la luce premurosa di una lampada; con lo spirito invece solcavo le note di canti gregoriani e cinguetti di rondini, in mezzo ai colli boscosi della Provenza.

Quella di Takemiya fa parte di un canone di opere che, nel corso degli anni Settanta, istituirono un modello figurativo dirompente all’interno dello shōjo manga (“fumetto per ragazze”). Nelle loro tavole, l’apparato grafico diventava un vero e proprio codice emotivo. Le giovani mangaka del cosiddetto Gruppo 24 (chiamato così perché alcune delle sue principali esponenti erano nate intorno all’anno 24 dell’era Shōwa) non raffiguravano semplicemente la scena, ma la rielaboravano alla luce dei loro modelli artistici – le immagini del balletto romantico, le riviste di moda, la pittura e la scultura europee –  e la contrappuntavano con una ricca iconografia (principalmente, ma non solo) floreale. Si tratta di una tradizione compositiva che, con le dovute evoluzioni, ha attraversato tutto lo shōjo dagli anni Settanta fino a oggi.

Il grande successo dell’opera, tuttavia, deve molto anche a un’altra intuizione. Quando l’idea per Il poema solleticò la sua immaginazione, la giovane Keiko Takemiya non era esattamente la preferita degli editori. Incostante e fin troppo spigliata, consegnava spesso le tavole in ritardo, e nessuna delle sue storie grattava la cima della classifica di gradimento delle riviste. In quegli anni l’autrice stava attraversando una profonda crisi artistica e personale, acuita dal confronto costante con Moto Hagio, sua amica, coinquilina e rivale, che era invece lodata dagli editori e dal pubblico. Il rischio di pubblicare una storia così audace ed esplicita non era all’altezza della popolarità dell’autrice. Ma quando le venne affiancato un nuovo editor, che aveva un background diverso rispetto al target della rivista, qualcosa si sbloccò. Forse per una fortunata scommessa, forse preso per sfinimento – Takemiya era una che non mollava l’osso – approvò la serializzazione dell’opera. E il successo fu pressoché immediato.

Come Takemiya racconta nel suo memoir Il suo nome era Gilbert. Le ragazze che cambiarono la storia del manga, la scelta dei due co-protagonisti innamorati non aveva nulla a che vedere con la rappresentazione dell’omosessualità maschile, né tantomeno con un gusto voyeuristico delle giovani lettrici. Quella scelta serviva ad aggirare un grande limite che aveva interessato lo shōjo manga fino ad allora, e che era legato alla realtà del suo apparato editoriale: i fumetti per ragazze li stampavano uomini adulti, che non avevano la sensibilità del loro pubblico ed erano interessati più che altro alle vendite. L’ostacolo principale alla pubblicazione de Il poema del vento e degli alberi non era tanto di natura morale, bensì commerciale: si temeva che non avrebbe venduto, perché non parlava di ragazze.

La rivoluzione dello shōjo manga caldeggiata da Norie Masuyama negli incontri al Salone di Ōizumi (così chiamavano l’appartamento di Takemiya e Hagio attorno al quale orbitavano mangaka e assistenti) fu possibile quando Takemiya si rese conto di un fondamento tanto ovvio quanto sfuggente: lo shōjo non doveva parlare *di* ragazze, ma *alle* ragazze. Delocalizzando l’erotismo in una corporeità non strettamente femminile, Takemiya e le altre riuscirono finalmente a dare alle loro lettrici l’opportunità di esplorare il proprio desiderio, svincolandole dalla pudicizia che avevano interiorizzato vivendo in una società così fissata con il sesso e al contempo così bacchettona. I tempi stavano cambiando, e quelle ragazze avevano bisogno di un’educazione affettiva e sessuale che i canali ufficiali non erano disposti a ospitare. Fu questa l’intuizione che avrebbe legato per sempre il genere dello shōnen’ai (o boys’ love, abbreviato in BL) non solo allo shōjo manga, ma a tutta la letteratura “femminile”, come veicolo di liberazione sessuale. E per questo oggi possiamo affermare che fu proprio Keiko Takemiya, così diretta, inflessibile e ostinata, a dare il via a quella rivoluzione.

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