giovedì 17 settembre 2026

Peccato originale e fiore di ciliegio - «Mandibula» e «Card Captor Sakura» a confronto

La prima volta che provai a leggere Mandibula lo abbandonai. Mi sembrava che la prosa fosse deliberatamente stucchevole, come se volesse sfidare il lettore e interrogarlo sul suo gusto per la “buona letteratura”, ma in una maniera che all’epoca giudicai troppo sfacciata. Ma alcune immagini che vi avevo trovato continuavano a infestare la mia fantasia, così ho deciso di dargli una seconda occasione.

Non è stata una lettura facile. La scrittura di Ojeda è labirintica, non si piega a compromessi e non accetta di essere semplificata: è consapevole della sua scompostezza. Il libro pone una sfida: riuscire a rimanere lucidi mentre ci si inoltra in un racconto buio, spinoso, viscoso, dove niente di quello che viene posto lungo il percorso ha lo scopo di mettere il lettore a proprio agio, sia da un punto di vista meramente stilistico che per quanto riguarda i contenuti.

La cornice è quella di Fernanda, studentessa di una scuola privata femminile che viene rapita da Clara, sua professoressa di inglese. La vicenda, attraverso delle retrospezioni, si dirama lungo verità inconfessabili, conflitti e amori irrisolti. A metà strada tra le due protagoniste c’è poi Annelise, migliore amica e compagna di classe di Fernanda, manipolatrice e dall’immaginazione febbrile: il suo più grande talento è ammaestrare i demoni nelle teste degli altri.

Se dovessi dire di cosa parla Mandibula, direi che è una storia sulla malvagità, sul divino, sul carnale – intrecciati in un’unica configurazione. Parla delle cose che ci rifiutiamo di affrontare e che preferiamo lasciare che ci crescano dentro, come anche di quelle cose che si trovano al di là della nostra mondanità.

*

In una pagina del suo romanzo Ojeda nomina anche Card Captor Sakura. Forse si tratta di una citazione oziosa, forse no; ad ogni modo, mi solleticava l’idea di usare l’opera come una sorta di chiave di lettura inversa. In effetti, mi è sembrato interessante interpretare Mandibula come una perversione del genere dello shōjo, di cui rinomato manga delle CLAMP fa parte. Nel libro si legge: «[la pubertà è] un’età che rappresenta il vuoto e l’indefinito, ma anche la possibilità di molte cose, la potenza dell’essere». Non mi sembra molto lontano dalle definizioni che diversi esperti di cultura giapponese danno dell’età shōjo (potete leggerne alcune in La promessa della luna. Genealogie di Sailor Moon, il saggio scritto da me e June Scialpi), cioè di quella fase della vita di una ragazza (precipuamente giapponese, ma non solo) in cui ella è «intrappolata in un limbo tra infanzia e maturità, fantasia e realtà, idealismo e materia». In questo senso, ho trovato che Mandibula facesse “il verso” Card Captor Sakura nel tema della rappresentazione dell’amicizia tra ragazze che sfuma nell’amore lesbico.

Nel manga, la migliore amica di Sakura, Tomoyo, ha per lei una devozione che sfocia spesso e volentieri nell’idolatria. Tomoyo diventa quasi una groupie di Sakura: confeziona per lei gli abiti da maghetta, registra i video dei suoi interventi magici. E se in alcuni momenti si può speculare a proposito di un suo affetto più profondo per Sakura, in altri l’attrazione di Tomoyo per l’amica viene quasi esplicitata, ed è lei stessa a prospetta a Sakura una comprensione più piena di quel sentimento quando sarà il tempo della pubertà.

La somiglianza con Mandibula e con il rapporto tra Fernanda e Annelise è piuttosto evidente. Se però Tomoyo elegge Sakura a sua eroina, e la incoraggia e la supporta nelle sue imprese e nelle sue scelte, Fernanda è accecata dalla superiorità di Annelise, ha paura di lei ma non può fare a meno di venerarla e brillare della sua luce riflessa.

*

L’altro aspetto per cui si possono accostare le due opere riguarda quella che io e June Scialpi chiamiamo “la morte della shōjo”. È l’idea per cui dopo gli anni Duemila (circa) non sia stato più possibile scrivere opere shōjo in senso originario, perché il target ideale, cioè la ragazza che non è più bambina ma non è ancora donna, non esiste più: la spaccatura aperta dalla riforma scolastica Meiji, in seno alla quale si sviluppò la cultura delle ragazze (per approfondire l’argomento vi consiglio vivamente il saggio Shōjo bunka di Ludovica Morrone), si è infine richiusa per opera dei processi di globalizzazione e del consumismo.

In Card Captor Sakura, l’autrice implicita (vedi: W. Iser, L’atto della lettura) sembra essa stessa una bambina, non una mente “matura” che organizza la materia narrata con intenti edificanti. Porto un esempio. C’è una storyline in cui un’amichetta di Sakura si infatua del maestro: un trope molto comune, per la verità, in questo genere di storie, che di solito si conclude con la figura dell’adulto che scoraggia dolcemente l’infatuata e la rassicura che un giorno si innamorerà di uno della sua età. Nel manga delle CLAMP, invece, alla fine è il maestro che si dichiara alla sua giovanissima studentessa, e la relazione tra i due, seppur tenuta nascosta agli altri personaggi, è rappresentata in maniera romantica e senza malizia. È una prospettiva accettabile solo se crediamo che a scrivere la storia sia stata una bambina delle elementari. Quando è uscito, Card Captor Sakura si poneva in controtendenza rispetto agli shōjo più rinomati della sua epoca, che invece cercavano un pubblico con interessi e gusti più maturi rispetto al target tradizionale.

In quest’ottica, Card Captor Sakura rappresenta secondo me una sorta di “canto del cigno” del manga shōjo. L’opera delle CLAMP è un inno ai valori più puri della femminilità prepuberale, all’ingenuità, alla tenerezza: è un mondo in cui il conflitto può sempre rientrare e guarire, e anche i “malvagi” sono capaci di gentilezze. All’opposto, Mandibula narra l’orrore di ritrovarsi in quell’età incerta e piena di impulsi, e allo stesso tempo la paura di chi, dall’esterno, deve averci a che fare. Come sarà noto dai flashback e dalle retrospettive che narrano l’episodio della morte del fratello di Fernanda, persino l’infanzia nel romanzo di Ojeda non trova scampo, e diventa la culla di un peccato originale inesplicabile.

 ‧ ₊˚ ✧ ˚₊ ‧ 

Se questo post ti è piaciuto, iscriviti al canale Telegram del blog (lo trovi cercando scrivendo “cadutodalpero” nella barra di ricerca dell’app) e condividi i miei contenuti con chi credi potrebbe apprezzarli. Grazie ♥

mercoledì 9 settembre 2026

Creaturine tascabili - intervista a Sassoraviolo

Creaturine tascabili – cioè interviste con persone carine del mondo della scrittura e dell’editoria – è il format di cadutodalpero.it in cui chiacchieriamo di libri e di chi e come li fa.

L’ospite di oggi è Sassoraviolo. Autorx di Bagatto (la graphic novel che ha inaugurato la collana Quest di Mercurio Books, e di cui ho già parlato entusiasticamente in questo post), Sasso è illustrator e visual artist con un portfolio ricchissimo e una carriera internazionale in ascesa.

*

Sasso, lei che creaturina tascabile si sente?

Ultimamente mi sento una lucertola. Mi sono sempre piaciute davvero tanto le lucertole, forse mi ci vedo anche nella maniera in cui si muovono in modo strano, sento che pure io mi muovo in un modo strano. E poi ultimamente ho fatto una nuova amicizia con una persona incredibile che mi ha fatto una lettura con un mazzo di carte particolare. Una delle carte principali di questa lettura e che rappresenterebbe me nel mio percorso  è una lucertola, che rappresenta il sogno e il come devo ascoltarlo.

*

Parlaci un po’ di te e delle cose che definiscono il tuo percorso come artista. Che tipo di formazione hai avuto? Cosa ti spinge a disegnare? Quali obiettivi ti poni per il futuro?

Dopo il liceo artistico ho frequentato per un po’ l’Accademia di Firenze e ho studiato animazione in un’altra scuola. Dopo aver mollato l’Accademia, ho capito che forse neanche animare era il lavoro adatto me, se non potevo farlo di mia iniziativa. Così ho provato con la concept art, che credo mi si addica di più. Perciò non so come siamo finiti al fumetto, ma eccoci (eh eh eh). 
Non è una domanda che mi pongo spesso quella sul perché disegno e su cosa mi spinga a farlo. Immagino sia perché lo faccio da sempre: non ricordo davvero quando ho cominciato, e crescendo ho iniziato a vederlo come l’unica carriera da portare avanti. Avrei voluto fare tante altre cose e penso che comunque questa scelta non mi tolga la possibilità di farlo, ecco.
Il mio principale obiettivo futuro è prendere la patente, in realtà (eh eh eh). E be’, ovviamente continuare a fare quello che mi piace fare, disegnare e portare in vita storie e sogni. Ho capito che col tempo questa cosa l’ho trascurata, in un certo senso, ma forse è una delle cose che mi spinge a disegnare: raccontare qualcosa, senza troppe spiegazioni, ognuno ci veda quello che vuole.
Più nello specifico comunque, a proposito di Bagatto, io ne immagino già dei seguiti. Quindi ecco, un obiettivo per il futuro è quello di continuare la stirpe di Bagatto e magari portarlo anche su altri media. Avendo studiato animazione, mi piacerebbe molto vederne un prodotto animato, magari 2D, tradizionale, tutto bello disegnato.

*

Ti seguo da qualche anno su Instagram, dove condividi alcuni dei lavori del tuo portfolio, tra illustrazioni, murales, studi di figure, etc. Ammetto che l’annuncio di un fumetto mi ha sorpreso. Cosa ti ha spinto a cimentarti in questa fatica? E che rapporto hai, in generale, con il fumetto?

Diciamo che il fumetto era il giusto compromesso. Nel senso che ciò che mi aveva frenato dal condividere le storie che avevo in testa “per esteso” era il fatto che per confezionare una storia, soprattutto in contesti come quello dell’animazione, c’è bisogno di molto tempo e di affidarsi ad altri, sottostare a ritmi di cui non sei padrone e altro. Mentre invece col fumetto potevo essere una sorta di jack of all trades, ricoprire ogni figura ed essere giudice di ogni ambito, con i miei tempi (più o meno).
A dire la verità, la mia conoscenza del fumetto in generale prima di Bagatto era abbastanza scarna. Avevo letto fumetti ma non così tanti, dei classici direi proprio nessuno. Ogni tanto sfogliavo i vecchi Dylan Dog e Corto Maltese di mia madre e poco altro. Ad ogni modo, questo esordio mi ha aperto un grande mondo che ora voglio indagare. Moebius, per esempio, mi ha sempre affascinato e forse è arrivato il momento di scoprirlo.

*

Dicci qualcosa sulla genesi di Bagatto. Com’è nata l’idea? Cosa ti interessava raccontare? Quali opere ti hanno ispirato nel corso dei lavori?

L’idea è nata da una sequenza di sogni. In quello che ha posto le basi della trama vestivo i panni di un mago di corte che faceva da giudice a un banchetto: dovevo scegliere il migliore tra tre pretendenti al trono, uno dei quali era l’assassino del precedente re. Il sogno si svolgeva tra i corridoi vertiginosi e le grandi stanze del castello: io ero spesso assente al banchetto per proseguire le mie indagini, il che creava dei sospetti, rendendo l’atmosfera sempre più sinistra.
Un’altra ispirazione è venuta da una coppia di figure ricorrenti nei miei sogni: due gemelli dai capelli rossi che avevo sognato anche tempo prima di avere l’idea di Bagatto. In un’occasione si trattava ladri, in un’altra comparivano in veste di schiavisti. Avevano sempre un ruolo “losco” o ambiguo. Mi sembrava che quello che facessero in questi sogni fosse solo una copertura per i loro scopi reali, che erano più trascendentali, fino a superare in qualche modo i confini stessi del sogno, evadere. Volevano essere reali e sognatori a loro volta, svincolati dalla mente degli altri.
Tutti questi sogni ricorrenti mi fanno vedere l’universo di Bagatto come qualcosa di vivo, sempre cangiante e in evoluzione, che devo ancora scoprire, in cui devo immergermi ancora per poterne raccontare.
Oltre al lavoro d’introspezione che mi ha fatto da guida nello sviluppo della storia, credo sia molto forte in me l’influenza di Shakespeare: adoro le dinamiche nelle sue opere, quasi oniriche e mitologiche, “leggere” nonostante i profondi conflitti.

*

Uno degli aspetti di Bagatto che mi ha più colpito è la varietà dei disegni. Le tavole richiamano ora l’affresco ora la bozza, ora l’illustrazione ora il cinema. Persino gli strumenti, che sono digitali, in determinati momenti strizzano l’occhio al tradizionale. Come hai vissuto questa continua transizione mediale nell’opera? E che valore ha per te?

Un altro dei motivi per cui ho voluto “buttarmi” in Bagatto riguarda anche questo: cambiare e continuare a farlo, sperimentare e allargare i confini della mia comfort zone, evitare il ristagno.
In generale poi mi piace molto mischiare le tecniche e vedere cosa ne esce. Perciò sì, è stato un continuo riformularsi, ma ha reso tutta la produzione di Bagatto anche molto poco noiosa. Frenetica e incerta sicuramente, ma una volta trovate le fondamenta è stato solo un piacere pasticciare sulle pagine e affrontarle volta per volta, se con gouache, se con quei pennelli o quegli altri, con quella palette, con quello stile. Avrei voluto variare di più ma per questioni di tempo ho dovuto sacrificare qualcosa. Però ecco, quello che non ho fatto troverà spazio nei prossimi capitoli, quindi la cosa non mi turba.

*

È stato un piacere discutere con te su questi lidi dimenticati del web. Spero che l’abbia trovato stimolante anche tu. Prima di lasciarci, c’è una domanda che non ti ho fatto ma alla quale ti sarebbe piaciuto rispondere?

Domanda a piacere: cosa hai sognato stanotte?
Oggi ho fatto uno di quei sogni che dura una vita intera. Vivevo con un gruppi di nomadi, ogni tanto montavamo tende coloratissime e vivevamo qua e là. Non ricordo tanto cosa facevamo, quanto cosa provassi in quei momenti. Man mano che il tempo scorreva e le nostre vite andavano avanti, sorgevano nuovi problemi, nuove interazioni con persone esterne al gruppo. Ci ritrovavamo a negoziare il quieto vivere reciproco con varie altre bande che abitavano quelle zone desolate.
Ricordo poi che, in parallelo a questo sogno, mi stavo organizzando per un festival. Da una parte c’erano file e file di bancarelle e un sacco di amici, conoscenze e colleghi con cui interagivo. In un’altra zona della fiera, invece, c’erano case editrici che vendevano stampe e originali dei propri autori: era praticamente un’enorme mostra collettiva, racchiusa però in una casetta minuscola che ogni tanto era blu e ogni tanto rossa. L’ambiente era caotico, succedeva di tutto. Andava via la luce, delle persone in fila esultano e si lanciano per terra, diventano bidimensionali, come fossero carta. Ridono e io ci passo sopra.
Nel sogno parallelo, la situazione era sempre più critica. Alcuni re delle bande decidevano di riunirsi sotto un unico concilio per condividere le poche risorse. Non si sapeva cosa, ma qualcosa ci stava attaccando, stava divorando le popolazioni. Vivevamo stretti su impalcature vertiginose rivestite di stoffe verdi, io dormivo in una fessura alla base di una di queste. Dal cielo cadeva una pioggia verde e acida. Ci ammalavamo, ma non potevamo fare rumore quando tossivamo perché un’enorme creatura, alta quanto un palazzo, si aggirava minacciosa per le strade. Io correvo verso il concilio per avvisare i re, i quali convocavano subito il re delle piogge acide. Lui voleva aiutarci ma il suo potere ci faceva solo stare male. Fluttuava, aveva la pelle fucsia e le vesti verde petrolio, una grande corona che sembrava una mitra papale. Quando i re lo cacciavano se ne andava un po’ triste, e portava via la pioggia con sé.
Ricordo che ogni tanto giravo per certi luoghi, grandi distese desertiche. Era tutto molto bello e il tempo sembrava fermarsi per molti anni. Ricordo poi che c’era una persona che mi era parecchio cara in questo sogno, e ogni tanto ci guardavamo a vicenda dalle impalcature della città.
C’è ancora un po’ di roba ma non credo che qualcuno voglia continuare a leggere. Be’, grazie! È stato un piacere infinito, spero di non aver annoiato nessuno.

lunedì 31 agosto 2026

Amare il simulacro - «Leviticus» e «L'estate in cui Hikaru è morto» a confronto.

 
È da un po’ di tempo che mi tengo alla larga dalla fiction gay, di cui ho imparato a diffidare. Il mainstream è ormai compromesso dal boys’ love, l’underground è spesso insordito da violenza e abuso gratuiti. Lo spettro è ampio, chiaramente, ma è anche vero che le esperienze omosessuali, pur nei loro stereotipi, possono essere davvero singolari. Il nostro modo di vivere l’omosessualità il più delle volte si costruisce attorno al trauma, secondo configurazioni date dalla provenienza sociale, dal grado di urbanizzazione, dalla religiosità e da una serie di altri parametri.
Parafrasando: tutti i gay felici si somigliano, ogni gay infelice lo è a modo suo.
Quando ho visto il poster di Leviticus, invece, ho avvertito un’affinità. Del film non sapevo nulla, se non che era un horror queer con tematiche religiose, come d’altronde suggeriva il titolo – non sei stato davvero un ragazzino gay in una famiglia cristiana se non conosci il nome di quel libro – e che i protagonisti erano una coppia di twink. Tanto mi è bastato.

La pellicola di Adrian Chiarella è ambientata nei sobborghi australiani. Lunghi paesaggi post-industriali fanno da sfondo agli incontri di Niam e Ryan, due adolescenti appartenenti a una comunità puritana che scoprono un’attrazione reciproca. Se Ryan però dimostra una certa consapevolezza del proprio desiderio, Niam ne è in qualche modo ancora intimorito. A seguito di un episodio di gelosia di Niam, Ryan e un altro ragazzo vengono sottoposti a una sorta di esorcismo. Ma invece di liberarli dal male, il rito mette alle loro calcagna un’entità oscura e violenta.
Oltre alle performance attoriali superlative (su tutti vince una sottilissima Mia Wasikowska), la carta vincente del film è data dalla fotografia di Tyson Perkins. La leggera aberrazione, i colori polverosi, le luci gialle o azzurrognole, la camera che ora si muove curiosa, ora rimane immobile su una prospettiva centrale – tutto questo s’intreccia e dà sostanza a una narrazione sostanzialmente ambigua, fatta di silenzi e incertezze.
L’orrore in Leviticus è dato proprio da questo senso di dualità. Si fa fatica a leggere il codice della scena che abbiamo di fronte: nel tempo di un battito di ciglia, un atto di amore e comprensione può trasfigurarsi in un episodio di odio e abuso. La prima sequenza del film (dopo il titolo) incapsula perfettamente questa ambiguità, che è prima di tutto semiotica. La periferia, così dilatata e opaca, è il canale perfetto per simili inganni. Niam e Ryan non possono fidarsi di nessuno, nemmeno di se stessi: la cosa che li insegue, infatti, ha per l’uno le sembianze dell’altro.

Durante la visione del film non ho potuto fare a meno di pensare a L’estate in cui Hikaru è morto. Il manga di Mokumokuren, da cui è stato tratto anche un bellissimo anime (entrambi ancora in corso), racconta infatti di una doppiezza quasi sovrapponibile a quella rappresentata in Leviticus, e in un contesto simile.
Quando Yoshiki accusa il suo amico d’infanzia di non essere più lui, la cosa che abita il suo corpo si rivela. Hikaru non c’è più: al suo posto, un’entità misteriosa ne ha ereditato i ricordi, ma non la personalità. Messo di fronte alla verità e dunque alla morte di Hikaru, pur di non perdere l’amico di cui è segretamente innamorato, Yoshiki accetta la presenza di questo secondo “Hikaru”.
Nelle piccole realtà rurali come quelle in cui sono ambientate le due storie, l’omosessualità fatica persino a darsi un nome: è un’impresa faticosa che richiede una grande forza mentale, quasi uno slancio creativo. Non si può apprendere, non ne esiste un’ortodossia: può essere solo accolta per sottrazione, uno sbaglio alla volta, nell’illusione che non ti sopraffaccia.
In quest’ottica, se è vero che la scelta di Yoshiki di nutrire l’illusione di “Hikaru” suona come un capriccio, un sintomo di immaturità emotiva, allo stesso tempo cela un’incredibile forza di volontà. Il terribile tradimento di Yoshiki convive con la sua devozione per Hikaru: un’eresia possibile solo per chi ha imparato l’amore come una colpa.

«Preferisco un falso, piuttosto che restare solo». Questa frase di Yoshiki ha continuato a echeggiarmi nella testa per diverse settimane dopo averla ascoltata, ed è tornata a risuonare anche durante la visione di Leviticus. Nel film, infatti, l’entità che perseguita Niam e Ryan li può attaccare solo mentre sono da soli, cioè quando credono di potersi amare senza subirne le conseguenze violente da parte della comunità. È una sorta di crudele addestramento: devono imparare ad avere paura l’uno dell’altro. E ciononostante, i due continuano a cadere nell’inganno, a costo della propria incolumità.
Come l’entità che perseguita Niam e Ryan, anche il finto “Hikaru” è un’alterità assoluta. La sua inconsistenza morale lo rende imprevedibile e persino violento. È un mostro capace di tutto, e allo stesso tempo le sue azioni possono non significare niente. «Dice cose come “ti amo” ma è un po’ diverso dal “ti amo” degli umani. E forse noi, così come non comprendiamo del tutto lo scavare buche dei cani e l’affilare le unghie dei gatti, non capiamo nemmeno il suo “ti amo”.»
Eppure, amare il simulacro è una pena più clemente che rinunciare del tutto all’amore.
 
‧ ₊˚ ✧ ˚₊ ‧ 
 
Se questo post ti è piaciuto, iscriviti al canale Telegram del blog (lo trovi cercando scrivendo “cadutodalpero” nella barra di ricerca dell’app) e condividi i miei contenuti con chi credi potrebbe apprezzarli. Grazie ♥

giovedì 27 agosto 2026

Cuciture nascoste - recensione di «Abbiamo sempre vissuto nel castello» di Shirley Jackson

È proprio vero che con i libri bisogna aspettare il momento adatto. Prima di questa settimana avevo provato a leggere Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson almeno altre due volte, senza successo, fermandomi dopo le prime tre o quattro pagine. C’era qualcosa di respingente, un’energia nella scrittura che mi teneva a distanza. Merricat non è una narratrice troppo cordiale, non le interessa farti sentire a tuo agio, non ti accomoda nel suo racconto poco alla volta. Solo quando mi sono trovato nella giusta disposizione di spirito, rivolto a lei senza sospetto o aspettative – solo allora sono riuscito a entrare nel suo mondo.

Mary Katherine (Merricat) Blackwood vive nell’antica casa di famiglia insieme alla sorella Constance e allo zio Julian. Dopo la morte degli altri componenti della famiglia, avvenuta in circostanze mai chiarite, i tre conducono un’esistenza appartata. Abitano in una bolla di ricordi, fiori e suppellettili, compiaciuti della propria routine, delle ricorsività che la puntellano. Costance si dedica alla cura della casa e del giardino, Julian riesamina ossessivamente i dettagli di quel triste giorno, e Merricat… fa Merricat. Tutto questo almeno finché la comparsa del cugino Charles non scombina le carte in tavola.

L’aspetto più interessante del romanzo, almeno nella mia lettura, è la continua tensione tra il razionale e l’irrazionale, tra pensiero logico e magico, che non rimane mai soltanto sulla pagina, ma intreccia la dialettica tra lettore e narratrice, specie a partire dall’arrivo di Charles. Se infatti da un lato sappiamo che la vita delle sorelle e dello zio Blackwood è solo un surrogato di esistenza – un ibrido tra un idillio da cartolina, una fiaba e un manicomio – dall’altro ci chiediamo se il pragmatismo che viene loro proposto (se non imposto) non sia una forma di violenza gratuita. Dopotutto, Merricat e Constance sembrano felici nel loro castello. E perché altri dovrebbero sapere cos’è meglio per loro o per Julian? Perché noi dovremmo saperlo?

In questo gioco letterario di viaggi immaginari sulla luna e incantesimi, di torte al rabarbaro e porcellane, ci sentiamo sempre chiamati a prendere una posizione: siamo dalla parte di Merricat o contro di lei. Siamo dalla parte delle sorelle Blackwood o da quella di chi le schernisce e le perseguita, ma anche di chi si preoccupa per loro. L’ostinazione di Merricat nel voler vivere in quel mondo, lontana da tutti, non lascia possibilità di compromesso. Fa quasi rabbia la sua indisponenza, vorresti che qualcuno le desse una sculacciata. Persino la compiacenza remissiva che le usa Constance può essere irritante. E più di una volta, durante la lettura, mi sono chiesto se l’ascendente di Merricat sulla sorella non fosse una forma di manipolazione. La paura di Constance dell’estraneo è davvero sua o è nutrita da Merricat, o addirittura è una sua proiezione?

Seppure esagerata, Abbiamo sempre vissuto nel castello può essere la storia di qualsiasi famiglia. Le dinamiche grottesche che tengono in piedi casa Blackwood – quel che ne rimane, almeno – si annidano anche nelle nostre dimore: paure e ripetizioni, abitudini magiche e amori velenosi ci tengono insieme come cuciture nascoste. Abbiamo un bel parlare dei cattivi costumi altrui, ma ci teniamo gelosi i nostri.


‧ ₊˚ ✧ ˚₊ ‧ 


Se questo post ti è piaciuto, iscriviti al canale Telegram del blog (lo trovi cercando scrivendo “cadutodalpero” nella barra di ricerca dell’app) e condividi i miei contenuti con chi credi potrebbe apprezzarli. Grazie ♥

lunedì 27 luglio 2026

Creaturine tascabili - intervista a Diletta Crudeli

Creaturine tascabili - cioè interviste con persone carine del mondo della scrittura e dell'editoria - è il nuovo format di cadutodalpero.it in cui chiacchieriamo di libri e di chi e come li fa.

La nostra prima ospite non le manda a dire. Autrice e responsabile editoriale per Moscabianca Edizioni, di solito preferisce parlare con gli animaletti del bosco ma oggi ha accettato di parlare con me: Diletta Crudeli.

*

Diletta, lei che creaturina tascabile si sente?

Sicuramente un Pokémon. Se devo sceglierne uno esistente direi Umbreon, altrimenti forse un tipo Spettro un po’ carino ma che sa usare Trick Room. Tipo Mimikyu, ma dalle fattezze più simili a un gatto. Qualcosa del genere.

* 

Oggi sei responsabile editoriale per Moscabianca Edizioni. Ieri chi eri? Parlaci del tuo percorso nel mondo della pubblicazione e della scrittura.

Il mio percorso è iniziato con dei corsi tenuti dalla Scuola del Libro. Ero uscita dalla triennale (in Beni Culturali) non molto soddisfatta e anche abbastanza scontenta, per non dire infuriata, nei confronti del mondo accademico. A quel punto ho fatto un corso di editing e uno di scrittura creativa. Nel frattempo avevo aperto un blog e alla fine mi sono anche decisa a inviare dei racconti. Ad alcune riviste, prima, poi anche per delle raccolte e antologie. 
Sono arrivata a Moscabianca prima come autrice. La mia prima pubblicazione con la casa editrice è il racconto presente nell’antologia Prisma vol. 1. Dopo ci sono stati altri racconti, la curatela del volume HUMAN/, quella della collana Cuspidi e infine mi sono evoluta fino a essere responsabile editoriale. 
Il lavoro in editoria è andato quindi di pari passo con la scrittura e la pubblicazione. Per anni magari avevo pensato di scrivere qualcosa ma mai di pubblicarlo. Il momento in cui, anche grazie alla traduzione italiana della trilogia di Jeff Vandermeer, si è cominciato a parlare di new weird ho proprio pensato che alla fine era quello che mi sarebbe piaciuto vedere pubblicato e quello che forse sapevo scrivere. 

*

Uno dei tuoi compiti è valutare le proposte editoriali che arrivano in redazione. Quando leggi un manoscritto inedito, cos’è di solito che lo “eleva” rispetto agli altri? E cosa invece lo squalifica, nonostante magari una buona prima impressione?

La quantità di manoscritti che arriva nella nostra mail è assurda e assurda è anche la quantità di romanzi che si stampa in Italia. 
In mezzo a una iper produzione è bello scovare voci particolari, un utilizzo della lingua diverso, e anche storie che non hanno paura di risultare complesse, cercando di rielaborare temi e tropi del genere. Il romanzo di Claudia D’Angelo per esempio, Le Forze (uscito nel 2024) è stato scelto per questo. Si tratta di un romanzo ambientato in Italia ma va oltre le solite dinamiche del folklore, del mito e della superstizione. La scelta della struttura a cornice è quasi venuta naturale. 
Altra opera di carattere completamente diverso è il romanzo illustrato Lo specchio attraversò Alice di Reg Mastice. All’inizio l’autore ci aveva mandato solo questo grottesco libretto illustrato che mescolava Alice attraverso lo specchio e I delitti della Rue Morgue. L’impatto è stato straniante nel migliore dei sensi. Da lì è stata creata tutta l’impalcatura che circonda la storia relativa a questo libretto misterioso. Di nuovo un’opera strana ma capace di utilizzare alcune tematiche del fantastico al meglio, che sa mescolare teoria del complotto, horror e addirittura viaggi nel tempo.
Devo anche ammettere che almeno per me difficilmente qualcosa può fare una buona impressione e poi essere squalificato. Di solito la buona scrittura si riconosce subito e se questa non c’è è improbabile che si possa andare avanti.

*

Oltre al tuo lavoro in Moscabianca, sei anche autrice di fiction. Dai racconti ai romanzi, passando per le novelle, il filo conduttore della tua produzione si direbbe costituito da un immaginario “eclettico” ma in qualche modo coerente: creaturine del bosco, una periferia liminale, signore che prendono il tè. Tra i tuoi temi prediletti, invece, figurano l’ecologismo e la crudeltà infantile. Ti rivedi in queste definizioni? Cos’è che nutre la tua scrittura?

Assolutamente sì!
A me piace sempre dire che scrivo storie depresse con animali parlanti, mi sa che è un altro modo di riassumere quello che ho scritto fino a questo momento. 
Riguardo ciò che mi nutre non lo so, a livello tematico, o di storie che riescono a ispirarmi mi rendo conto che molto mi suggestiona, ma poi si ripresenta di nascosto all’interno di quello che scrivo anche dopo molto tempo. 
Poi è anche diventato naturale scrivere sempre qualcosa, ormai, anche se a dirlo può sembrare una posa, il che mi fa quasi vergognare. Una delle mie citazioni preferite sulla scrittura viene dal libro Incorreggibili di Paola Moretti: “non scrivendo scrivo”. 
Quando scrivo una storia penso ogni giorno ai suoi personaggi alla sua ambientazione, per me è un chiodo fisso. E se non sto scrivendo niente sto già pensando a qualcosa. Sempre Paola Moretti dice che non sa se credere a chi dice che scrivere è bellissimo. Sono d’accordo, per me è abbastanza dilaniante. Scrivere è un po’ far funzionare le cose e non sempre tutto funziona, o lo fa al primo colpo, tocca trasformare e trasformarsi molto. 
Ci sono ovviamente cose mi stimolano particolarmente, di solito vengono tutte da immagini che mi vengono in mente, conversazioni casuali, paesaggi, pensieri improvvisi. 
Una volta che l’immagine ha fatto presa nel mezzo a qualsiasi cosa io stia leggendo o vedendo mette radici. Piano pianto nasce tutto il resto. Non sempre è un processo che va a buon fine.

*

A quanto ho capito, il tuo primo romanzo lungo, Nuovo Dogma (Moscabianca Edizioni, 2025), è frutto di una lunga gestazione. Il suo mondo e i personaggi che lo abitano sono con te da molto tempo, ogni tanto sono apparsi anche in altri tuoi testi – ma inevitabilmente le persone e le scritture si evolvono. Come misureresti lo scarto tra la visione che avevi quando l’hai concepito e la forma in cui l’hai plasmato alla fine? Cosa hai perso e cosa hai guadagnato rispetto a quella Diletta Crudeli?

La primissima versione di Nuovo Dogma risale al 2016 e non si chiamava neanche così. Era diviso in tre parti e il primo volume si chiama Delocazione. Poi è stato messo in pausa perché volevo pubblicare su rivista (era un po’ il momento clou in cui ti dicevano settanta volte al giorno che per pubblicare dovevi passare su rivista). Quel "proto Dogma" è stato ripreso, poi messo da parte almeno altre due volte, poi alla fine con l’editing di Andrea Viscusi (abbiamo editato una parte alla volta e la seconda e la terza l’ho scritte da zero) ha preso questa forma. 
Sicuramente è cambiato molto soprattutto nel fatto che all’inizio non era così fantasy. Era molto più misticheggiante direi, probabilmente troppo criptico. Quando ero a un buon punto della nuova stesura di quella che sarebbe stata la prima parte, quella di Nicolas, mi sono resa conto di quanto fosse tornato fantasy. Ero un po’ tornata a casa. 
Credo che siano i miei personaggi ad averci guadagnato. Non erano così delineati e ben caratterizzati. Quello che ho perso è proprio quella sorta di flusso molto impulsivo e leggermente criptico. Mi divertiva molto, e forse in alcuni passaggi di Dogma è anche rimasto. Però è come se avessi un po’ addomesticato il modo in cui scrivo. A me piace tantissimo il suono delle frasi, il modo in cui si formano. Prima era più diretto, ora ci perdo molto tempo sopra.

*

Le penne italiane rappresentano una percentuale ridicolmente bassa del fantastico venduto nel nostro Paese (il 7%, seguita dal 42% del romance, secondo alcuni dati del 2023). Alcuni rivendicano l’identità di un “fantastico italiano”, che non sarebbe qualitativamente inferiore a quelli esteri. Altri fanno notare come la nozione stessa di “fantastico italiano” sia pretestuosa, perché un ipotetico canone non avrebbe alcuna caratteristica dirimente. Qual è la tua posizione a riguardo? Che ne pensi, come autrice e come “addetta ai lavori”, della scrittura del fantastico in Italia?

A me personalmente risulta molto difficile pensare di poter etichettare un fantastico italiano, e non perché non esiste. Semplicemente ci sono molti autori che sanno utilizzare al meglio il linguaggio e l’immaginario del fantasy, in modi completamente diversi tra di loro. Ovviamente per me è importante vederli nel catalogo di Moscabianca, ma comunque prima di tutto sono una lettrice: è innegabile che siano anche altrove, anche quando magari la casa editrice teme di poter utilizzare la parola fantasy, fantastico o via dicendo. 
Non riesco a capire il confronto con un titolo estero. Sarebbe meglio a quel punto parlare di come si comporta l’editoria all’estero e in Italia, e non solo fermarci a discutere del genere in questione, cercando di creare un’etichetta, un gruppo, un cosa? Un fandom? Ho come l’impressione che in Italia si parli di letteratura come si trattasse di tifoserie. E questo è stancante e controproducente.

*

Manga: l’ennesimo trend postpandemico o un linguaggio che cambierà il nostro modo di fare fiction?

Bella domanda. Oscillo spesso tra il pensiero che è tutta una bolla (che in parte è già esplosa, nonostante ormai i manga si trovino anche nelle librerie di catena) e il fatto che comunque ha fatto presa. 
Io sono cresciuta con gli anime e sono tornata ai manga solo da una quindicina d’anni ormai. Ed è innegabile che hanno plasmato il mio modo di immaginare e il mio modo di raccontare. Adesso che abbiamo attraversato in una fase di picco (e appunto, l’abbiamo passata?) ancora maggiore come potrà andare? Io stessa mi rendo conto che diverse opere influiscono molto su di me. Fino allo scorso anno per esempio non avevo letto niente di Tsutomu Nihei, che adesso sta venendo ripubblicato da Planet Manga. Le sue opere risuonano tantissimo con quello che scrivo, con quello che immagino. È un tassello in più. Se scrivi, se crei qualcosa, sei inevitabilmente una spugna ed è ormai inevitabile che il linguaggio del manga un minimo ci influenzi, se glielo lasciamo fare.

*

Grazie Diletta per essere stata con noi oggi. Per concludere: c'è una domanda che non ti ho fatto ma a cui vorresti rispondere? È la tua occasione!

Avresti dovuto chiedermi anche che ragazza magica mi sento!
Ovviamente Silver Millennium mi chiama a gran voce ma non posso negare che viste le meccaniche contorte e la questione dei desideri, mio grande punto debole nelle storie, non potrei che essere l’ennesima tizia che decide di stringere un patto con Kyubey. 

martedì 7 luglio 2026

Sottrazioni - recensione de «L'età della convivenza» di Kazuo Kamimura

 

Si può vivere insieme a un’altra persona eppure sentirla infinitamente distante? Questa domanda, pur non essendo mai formulata esplicitamente, riecheggia attraverso le tavole de L’età della convivenza, manga di Kazuo Kamimura pubblicato nei primi anni Settanta. L’opera (edita in Italia da J-Pop in 3 volumi, a lungo fuori catalogo e finalmente ristampata pochi mesi fa) raccoglie gli 80 capitoli della storia di Kyoko e Jiro: lei grafica pubblicitaria impiegata in azienda, lui illustratore freelance. I due non sono sposati, ma convivono in un appartamentino nei sobborghi di Tokyo, dove trascorrono le proprie giornate seguendo una routine piuttosto serrata, concedendosi qualche svago di tanto in tanto. Insomma, una vita assolutamente normale – così potremmo pensare.

 

I Settanta sono anni di forti mutamenti sociali in Giappone. Il paese, notoriamente legato ai propri modelli culturali, è attraversato da cambiamenti che riguardano il mondo del lavoro, l’assetto urbano, le esigenze materiali ed emotive dei cittadini. La fine del miracolo economico, con la crisi del petrolio del 1973, segna una battuta d’arresto nei tassi di nuzialità e natalità, inaugurando un crollo che continua inarrestabile fino a oggi. Dai giovani ci si aspetta che si sposino e mettano su famiglia, ma come conciliare questa richiesta con la ritrovata indipendenza sessuale ed economica delle donne, con l’aumento del costo della vita, con la transizione dall’ambiente rurale a quello urbano?

Questo è lo sfondo su cui si muovono Kyoko e Jiro. Ritratti dai pennelli dolceamari di Kamimura, i due conducono uno stile di vita – quello della convivenza – sconveniente agli occhi della popolazione più matura, ancora così legata alla tradizione. L’idea del matrimonio si affaccia saltuariamente tra le pagine, ma ogni volta viene respinta. Il motivo? Non viene mai spiegato, eppure ci sembra di avvertire l’insofferenza dei protagonisti: verso un futuro sempre incerto, sì, ma anche verso gli umori dell’altro/a. L’amore non basta a tenerli vicini, anzi spesso li rende ostili. I silenzi, le attese, le mancanze, le incomprensioni… ogni piccola sottrazione si addensa attorno a una perdita senza contorni di cui la violenza sembra essere l’unico codice.


‧ ₊˚ ✧ ˚₊ ‧ 

 

Se questo post ti è piaciuto, iscriviti al canale Telegram del blog (lo trovi cercando scrivendo “cadutodalpero” nella barra di ricerca dell’app) e condividi i miei contenuti con chi credi potrebbe apprezzarli. Grazie ♥

domenica 28 giugno 2026

La differenza tra Tempo e Desiderio - recensione di «Anche le ragazze magiche vanno in pensione» di Park Seolyeon

Cosa ti resta da fare se a ventinove anni non hai realizzato niente nella tua vita e sei incastrata tra i debiti? Gettarti da un ponte, probabilmente. Almeno, questo è quello che pensava la protagonista di Anche le ragazze magiche vanno in pensione, prima di essere salvata da Ah Roa, la Ragazza Magica delle Profezie. È lei, infatti, a rivelarle che è destinata a diventare a sua volta la più potente tra le Ragazze Magiche – quella del Tempo – l’unica capace di scongiurare la minaccia della crisi climatica che altrimenti spazzerà via l’umanità. Ma bisogna fare molta attenzione alla differenza tra Tempo e Desiderio.

Il romanzo di Seolyeon Park, edito in Italia da Mondadori, si presenta come una rilettura del genere delle maghette in un’ottica post-Covid (sono certo che possiamo parlare del 2020 come dell’anno in cui è iniziata una nuova fase della contemporaneità). Mi ci sono imbattuto per la prima volta qualche anno fa, mentre raccoglievo il materiale per il Fushigi su Sailor Moon. Mi interessava scoprire come l’autrice avesse preso i trope del mahō shōjo, già masticati e sputati da Puella Magi Madoka Magica, e li avesse declinati secondo le difficoltà della nostra epoca: crisi del mercato del lavoro, post-umanesimo, cambiamento climatico, etc. Aimè, ci ho trovato ben poco di tutto questo.

Il mahō shōjo è sempre stato particolarmente ricettivo dei mutamenti sociali. Come io e June Scialpi scriviamo in conclusione a La promessa della luna. Genealogie di Sailor Moon (Moscabianca Edizioni, 2025): «il genere delle maghette si sviluppò tematizzando l’esperienza della gioventù femminile nel contesto della ripresa e del miracolo economico». Dopo Sailor Moon e i suoi mostri post-moderni, fu Puella Magi Madoka Magica a raccontare il desiderio consumista come inganno del potere. Mi aspettavo che Anche le ragazze magiche vanno in pensione seguisse i loro passi, e invece ci troviamo di fronte a un deragliamento.

Nel mondo tratteggiato da Park, le Ragazze Magiche costituiscono una sorta di comunità riconosciuta: non vivono in incognito, hanno le loro associazioni e possono trovare impiego in quanto tali. Mi aspettavo che l’autrice cogliesse l’occasione per parlare di lavoro (contratti, tasse, lavoro povero, etc.); invece, questi elementi di worldbuilding si limitano a fare da cornice. Anche la narrazione sulla crisi climatica, presentata come la più grande calamità mai abbattutasi sull’essere umano, si rivela un mero token della “propaganda woke”: nessun disastro climatico a parte un lungo acquazzone che fa allagare gli appartamenti interrati (più che altro una questione sociale, neanche questa indagata). L’urgenza del problema, peraltro, non si traduce in un cambio di paradigma, in una proposta alternativa, ma viene semplicemente inchiodata sulla pagina come un dogma.

Particolarmente fastidioso poi è il trattamento riservato al personaggio [spoiler alert] della “vera” Ragazza Magica del Tempo, la quale acquisisce i propri poteri in seguito a una violenza sessuale della quale si vendica. Il suo risentimento ne fa una nemica per le altre Ragazze Magiche e per tutta l’umanità, ma la sua psicologia non viene assolutamente indagata. Il suo personaggio è ridotto al torto che ha subito. Anche la riflessione sul perché a essere magiche sono solo le ragazze – l’universo individua di volta in volta la persona più infelice e sfortunata e le elargisce poteri come soluzione di equilibrio – mi è sembrata piuttosto goffa: quante Ragazze Magiche ci sono in Afghanistan, in Congo o sull’isola di Epstein? Al di là dell’accuratezza del “sistema magico” (che non è una cosa che ricerco, personalmente), mi sembra una grossa ingenuità da parte dell’autrice.

In realtà, Anche le ragazze magiche vanno in pensione aveva tanto potenziale. I primi capitoli sembrano recepire bene la tradizione del mahō shōjo, non solo a livello figurativo (lo specchio magico, la trasformazione), ma anche tematico: la sospensione del tempo, il desiderio materiale, una certa “sindrome dell’impostora” – tutti questi motivi che intessono le storie delle maghette di tutte le decadi vengono inseriti nel romanzo di Park, la quale tuttavia non riesce a svilupparli. Spesso, durante la lettura, mi è capitato di fare congetture sugli esiti della trama che sarebbero stati più interessanti di quelli effettivi: un pastiche di situazioni da anime di bassa lega. Alla fine dei conti, ci troviamo davanti a un testo che funziona come operazione commerciale, ma molto debole a livello letterario. Davvero un peccato, perché le premesse lasciavano ben sperare.


‧ ₊˚ ✧ ˚₊ ‧ 

 

Se questo post ti è piaciuto, iscriviti al canale Telegram del blog (lo trovi cercando scrivendo “cadutodalpero” nella barra di ricerca dell’app) e condividi i miei contenuti con chi credi potrebbe apprezzarli. Grazie ♥

lunedì 15 giugno 2026

Doppio misto - recensione di «Melinoe vestita di zafferano» di Nicola Brami

 

Qualche sera fa discutevo con Paolo a proposito di un problema di filosofia della scienza. L’oggetto di discussione era il teletrasporto quantistico: invece di trasferire un corpo, il processo ne assembla una replica perfetta altrove nello spazio (compreso, ovviamente, il cervello e dunque i ricordi, il carattere, etc) e distrugge l’originale. Il problema è: se per caso l’originale non venisse distrutto, chi sarebbe il depositario della coscienza di quell’individuo? Che rapporto ci sarebbe tra il “sentire” dei due? Come si potrebbe distinguere l’originale dalla copia?

Nei primi capitoli di Melinoe vestita di zafferano, il protagonista Enea, un giovane professore di matematica, si pone all’incirca le stesse domande dopo che aver parlato a telefono con… se stesso. O comunque, con qualcuno che dice di essere lui e che risponde da casa sua. I sospetti di uno scherzo di cattivo gusto diventano quelli di un furto d’identità, poi di un’allucinazione, e lentamente si addensano in qualcosa di più sinistro. Oltre alla questione di questo “doppio” che se ne va in giro spacciandosi per lui, Enea deve anche affrontare la notizia della malattia di Nicola, suo fratello maggiore e incensato autore di romanzi, la crisi della relazione con la compagna Lorna e l’infatuamento nei confronti di Giulia, una delle sue studentesse.

L’identità e la sua continuità sono i temi centrali del romanzo di Nicola Brami. Leggendolo, mi è tornata in mente la questione del teletrasporto quantistico, specialmente in relazione al passaggio in cui Giulia chiede a Enea quale sia stato il momento della sua vita in cui è diventato la versione attuale di sé. Enea lo ricorda: un pomeriggio estivo della sua infanzia, nella casa di campagna dei genitori – è quella l’ultima volta in cui ha sentito di essere quel bambino.

È una cosa che le persone provano? – mi sono chiesto – un senso di estraneità rispetto a un sé passato. Ho pensato al me stesso prima della pandemia; prima cioè della rinuncia agli studi, dell’ipocondria, della mia prima relazione, della fine dei sabati in fumetteria a giocare a Yu-Gi-Oh!. Ho ereditato i ricordi di quella persona ma non ho più accesso al suo modo di sentire le cose, non so com’è che quel ragazzo percepiva il suo stare al mondo. Sento verso di lui lo stesso dubbio e la stessa estraneità che sento relativamente a un qualsiasi ex compagno di scuola.

Brami mette in scema uno dei topoi più celebri della narrativa occidentale, specialmente di quella a cavallo tra l’età moderna e contemporanea. Nel suo romanzo, tuttavia, il doppio non prende vita dagli scarti ripugnanti della coscienza, come in Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde e Il ritratto di Dorian Gray, ma appare come una presenza neutrale, anzi quasi positiva, più energica, più affabile. Lo abbiamo visto di recente – pur in maniera più esasperata – in The Substance: anche qui è l’io “originale” quello scartato, che si dissipa lentamente, in favore di una versione migliorata. Ma Brami si spinge più in là di Fargeat, arrivando a mettere in discussione il concetto stesso di identità.

Melinoe vestita di zafferano può essere definito un thriller sovrannaturale dal cuore new weird. Le pieghe degli eventi si susseguono con andamento vertiginoso, scivolando poco alla volta da situazioni eerie fino ad atmosfere allucinatorie. L’intreccio gode anche di una struttura a doppia voce, un romanzo nel romanzo che è anche gioco di specchi, il quale impartisce ritmo alla storia e, allo stesso tempo, fornisce indizi di lettura: tutto si disvela progressivamente, vorticando intorno a un denso finale.

L’unica cosa che non ho apprezzato particolarmente è stata la prosa. L’ho trovata piuttosto “esatta”, poco incline a quelle infiorescenze poetiche che possono fare la differenza tra il ben scritto e la bella scrittura. Il valore estetico del romanzo di Brami, peraltro, è molto informato dall’aspetto visivo (e sensoriale in generale) delle situazioni che il narratore descrive, e che a tratti ne fanno quasi l’ecfrasi di una pellicola – un’attitudine piuttosto popolare tra la narrativa di questo secolo, che sembra non riuscire a superare la predominanza dell’audiovisivo. (Forse avrei anche tagliato una settantina di pagine, but that’s me.)

lunedì 18 maggio 2026

Sale desolate e creature infelici - recensione di «Tower Dungeon» di Tsutomu Nihei

Dopo aver ucciso il re e rapito la principessa, il Necromante si è rifugiato al centesimo livello della Torre del Drago: un leggendario e gigantesco dungeon che fluttua nel cielo, pieno di creature spaventose, tesori e misteri. Se persino gli sforzi dell’armata reale non sono sufficienti a espugnare la Torre e a salvare la principessa, potrà mai farcela un campagnolo come Yuva, pur con la sua immensa forza? Potranno farcela Lilisen, l’irascibile piromante, o Eriquo, il mite cartografo?

Già autore dell’acclamato Blame! e di Knights of Sidonia, Tsutomu Nihei è tornato al tavolo da disegno con un’opera tanto classica quanto insolita. Come s’intuisce dal titolo, Tower Dungeon esplora (pun intended) quello che forse è il più inflazionato dei trope del genere fantasy, inaugurato con la pubblicazione di Dungeons & Dragons. Sulla scorta delle opere di Tolkien, il famoso gioco di ruolo ha dettato una grandissima porzione dell’immaginario fantasy, e da allora l’elemento del dungeon si è legato a doppio filo a questa tradizione narrativa e figurativa fatta di palazzi in rovina e tesori sorvegliati da draghi.

 

Il manga di Tsutomu Nihei ripropone dunque una formula consolidata, senza particolari variazioni sul tema: c’è la fortezza, c’è il drago, c’è la damigella in pericolo. E tuttavia, fin dalle prime pagine Tower Dungeon dà l’impressione di essere qualcosa di diverso, che quella degli eroi che sbaragliano mostri nei labirinti sia solo una patina. Il primo “boss”, per esempio, non viene sconfitto in un combattimento mozzafiato in cui i protagonisti danno prova dello loro abilità, ma attraverso uno stratagemma che richiede risorse e pianificazione, e che va a segno per il rotto della cuffia. Non c’è alcuno slancio eroico: solo uno sforzo ingegneristico che si può riprodurre in caso di insuccesso, al di là di chi lo mette in atto.

Il dungeon si presenta dunque come un ecosistema di sale desolate e creature infelici: un paesaggio da domare e depredare. Quello di salvare la principessa dalle grinfie del mostro diventa allora un mero pretesto per un’operazione di sciacallaggio. In seno a questa visione, le motivazioni del Necromante, al netto della sua abiezione, assumono i contorti non già di un piano individualistico, di affermazione di potere politico e materiale, bensì di una vendetta ecologica. Persino i mostri che infestano i piani della Torre, dopotutto, non sono altro che abitanti di un luogo ostile: non c’è niente di intrinsecamente malvagio o folle in loro.

Il disegno “spartano” del maestro Nihei, spogliato dai manierismi più tipici del manga, dà sostanza a una storia incerta, magra di introspezioni. Il bestiario della Torre recupera Berserk attraverso Dark Souls, ma riplasma le creature in design decisamente più moderni. La regia delle tavole è quasi cinematografica, con inquadrature drammatiche di rara dignità che ricordano il minimalismo algido di Denis Villeneuve. Giochi di prospettive e proporzioni restituiscono profondità e immersione senza insistere nei dettagli: la sola eleganza delle composizioni e del design regge tutta l’impalcatura. In questo senso, la scelta essenzialissima dei contrasti – un bianco, un nero e un solo tono intermedio – è antifrastica per una storia che in realtà è piena di grigi.

D’altro canto, a volte Tower Dungeon riesce a essere fin troppo opaco. A fronte dello smantellamento delle strutture dell’epica non interviene alcuna alternativa, e la sceneggiatura soffre, in alcuni momenti, di un vago senso di ristagnamento. Se è vero che poco sappiamo delle intenzioni che serpeggiano attraverso i livelli della Torre, anche l’azione è ugualmente bandita, spesso richiusa dentro cesure. Il tratto denso e lo studio delle scene, dopotutto, parrebbero quasi suggerire una certa riottosità rispetto al dinamismo: le tavole sono quadri o istantanee, non frame di una pellicola. E anche l’intreccio, dopo un po’, rischia di sfilacciarsi.

Ciononostante, le carte in mano a Tower Dungeon hanno tutta l’aria di essere vincenti. Bisogna sperare che il maestro Nihei sappia giocarsele bene. Attualmente il manga è in corso, con 5 volumi pubblicati in Italia (da quei criminali di Panini) e un sesto in arrivo.

lunedì 11 maggio 2026

Ho vinto il Premio Urania Short 2026

I don’t do premi letterari. È un mio paletto da quando partecipai al Premio Italo Calvino 2019 e la giuria stese una scheda di lettura in cui si parlava di cose che nel mio romanzo non c’erano. Era un lavoro acerbo, questo lo ammetto, e credo che non avrebbe comunque meritato di essere in finale, anche se fosse stato considerato con la giusta attenzione. Ma da quel momento ho sempre nutrito un forte sospetto verso i premi letterari, e mi sono guardato bene dal parteciparvi. Forse anche per questo ho aspettato tanto prima di inviare Quegli anni su Agalia al Premio Urania Short, la sezione per racconti brevi dello storico premio italiano di fantascienza. Perché, alla fine, ho deciso di farlo? Se devo dare una risposta sincera, direi che non immaginavo una collocazione più indicata per questa storia.

Il racconto, al netto di qualche giro di (auto)editing, era pronto all’incirca dal 2022; eppure ogni anno, quando si avvicinava l’apertura della call per il Premio Urania Short, non mi risolvevo a inviarlo. Credevo che non ne avrei cavato niente, che la redazione fosse interessata a un altro tipo di scrittura e di fantascienza. Per questo sono stato piuttosto sorpreso, lo scorso marzo, di ricevere la telefonata di Franco Forte, direttore editoriale di Urania, che mi comunicava che il racconto mi era valso un posto in finale. E talmente inverosimile mi sembrava addirittura arrivare primo, che durante la cerimonia di premiazione ho davvero pensato di essere lì per sbaglio, specie quando il mio nome ci metteva così tanto a comparire nella classifica. E invece, alla fine, ho vinto.

Quegli anni su Agalia è scritto dal punto di vista della moglie di un diplomatico: un diario tenuto durante il soggiorno della coppia su un pianeta ai margini della galassia. L’ambientazione è dunque piuttosto classica, un omaggio alla space opera, ma in una salsa molto meno epica – no alle battaglie tra le stelle, sì a cenette informali in salotti stile space age. Alla protagonista, Agalia appare come un posto meraviglioso e ricco di possibilità, un Eden finalmente ritrovato in cui il conflitto e la crudeltà non hanno posto. E purtroppo per lei, non si sbaglia.

Quegli anni su Agalia uscirà a ottobre in edicola, in appendice al romanzo vincitore firmato da Andrea Micalone (titolo work in progress), insieme a Cronofagia di Giuseppe Mascolo, con cui ho condiviso il primo posto. Spero che lo leggerete e che vi lascerà qualcosa. Quassù ho lasciato una piccola composizione grafica che avevo preparato qualche mese fa. Immaginatela come una sorta di copertina del mio racconto, in attesa dell’uscita in edicola.

*

Grazie a June, che ha letto questo e molti altri racconti per prima. A Maria Paola, che mi ha dato suggerimenti preziosi. A Giovanni, senza il cui entusiasmo non l’avrei mai inviato. Ad Antonio e Caterina, che mi fanno sentire sempre a casa.

Questa vittoria, di nuovo, è per zio Tonino. Aspettavo che arrivasse lunedì per venire a dirti di persona che ero in finale, ma immagino che dove sei ora non ci siano lunedì.

giovedì 7 maggio 2026

Fate in scatola - Recensione di «Il dio dei bisogni» di Philip Gelatt e JT Petty

Nel 2011, quando Steve Jobs morì, io andavo ancora al liceo, dove facevo parte della redazione del giornalino scolastico. Quell’autunno pubblicammo un pezzo su di lui, riprendendo una suggestione che circolava parecchio sui media online: le tre mele che hanno cambiato la storia – quella di Eva, quella di Newton e quella di Jobs. Allora non sapevamo che l’ex CEO della Apple, in realtà, non fosse un informatico, né che la sua “mela” avesse ben poco a che fare con la fame di conoscenza e con quegli altri perbenismi umanistici che si insegnano in un liceo classico di provincia. Senza che lo sospettassimo, i media ci stavano evangelizzando a una figura quantomeno ambigua. Jobs infatti non programmava i computer: li confezionava.

Del protagonista e narratore di Il dio dei bisogni, novella di Philip Gelatt e JT Petty edita in Italia per Zona42, si potrebbe dire una cosa molto simile. In questo racconto di fantascienza, Sullivan Kingsley, co-fondatore di MAGi (solo a me ricorda iOS, iPhone etc?), è di gran lunga l’uomo più ricco e influente del pianeta. Con il contributo del genio del marketing Margaret, ha messo su un’azienda che produce e vende articoli magici, confezionati a partire da creature fantastiche – unicorni, demoni, fate. Quello che i clienti non sanno, tuttavia, è che Sullivan non è un mago: le creature che impacchetta non le evoca lui, bensì una macchina costruita dalla sua ex socia Nancy, sulla cui scomparsa non è mai stata fatta chiarezza.

La voce di Sullivan detta un racconto spietato pur nella sua innocenza. Un narratore in prima persona moralmente assente, incapace di guardarsi dentro se non con autocompiacimento – si potrebbe persino ridere con lui, non fosse così riprovevole. Il ritmo della narrazione è serrato, non c’è tempo per riflettere. Anche la lingua è pragmatica, studiata per una lettura agile, senza grandi elaborazioni stilistiche. Alla fine dei conti, sono i personaggi e la trama i punti di forza della novella, che si puntella su un corredo di macchiette dal quale non ci si vorrebbe separare mai – bello, ma non ci vivrei.

Quello firmato da Gelatt e Petty è un concentrato di satira che fa poco mistero del suo sprezzo per i super-ricchi: individui senza particolari talenti, spesso e volentieri privi di scrupoli. Mistificatori e parassiti. Per gente di tale calibro, le persone sono mezzi e il denaro solo un principio di autoaffermazione, la manifestazione inoppugnabile di un ego smisurato e, naturalmente, molto molto fragile. Sullivan è l’epitome di questa figura: un «sestilionario» senza alcuna vera aspirazione costruttiva, un mero agente di consunzione materiale ed emotiva.

In Il dio dei bisogni persino la magia è spogliata di ogni meraviglia e diventa una cosa a metà tra asset finanziario e segreto aziendale. Il mondo della novella non è però una proiezione distopica: è appena una versione un po’ ridipinta di come vanno le cose qui da noi oggi, in questo ventunesimo secolo dove ogni cosa esiste solo come occasione di profitto. L’immagine delle “fate in scatola” forse ci fa sorridere, ma è il sorriso amaro di quando ci si riconosce in una parodia, non importa quanto violenta.

*

Un grazie va a Giovanni per aver solleticato il mio interesse per questo libro e un altro invece va a Zona42 per avermelo mandato.

lunedì 4 maggio 2026

(Non) un libro sul calcio - Recensione di Polvere di Piksi di Barbi Marković

 

Quest’anno, per la terza volta di fila, la nazionale italiana di calcio non si è qualificata ai Mondiali. La stampa non ha mancato di notare che, oltre alla frustrazione generale della tifoseria, i futuri cittadini italiani stanno crescendo senza vedersi rappresentati nel più seguito evento sportivo al mondo. Una nazione come la nostra, che ha imparato l’inno dalle bocche dei calciatori – il «poropò-poropò» delle trombe, il trionfale «sì!» in chiusura – per molti anni ha fatto di questa tradizione un grande fattore di coesione sociale e culturale. Che una tale perdita avvenga poi all’altezza della Generazione Alpha, così incomprensibile e spesso terrificante per noialtri, la rende ancora più amara. Ma non la staremo facendo troppo filosofica? Dopotutto, parliamo solo di uomini sudati che corrono dietro a un fagotto di pelle di animale – giusto?

Come me, neanche Barbi Marković è mai stata particolarmente amante del calcio. Nel suo pseudo-memoir un po’ schizofrenico – lei è questa – la scrittrice belgradese (già autrice di Minihorror) ritesse gli anni della sua infanzia passata alla stadio dove suo padre, Slobodan, la portava per ogni compleanno. Polvere di Piksi, edito in Italia da Voland, è il racconto di un rapporto padre-figlia che può trovare veicolo e sostanza solo nel calcio. Agli occhi di Slobodan, Barbi è visibile soltanto come una potenzialità: non ha avuto il figlio maschio che sperava, ma può ancora avere una calciatrice o al limite un’appassionata di calcio. Il suo mondo è tutto lì, nel prendere a pedate un pallone. Per questo, il giorno dell’ottavo compleanno di Barbi, Slobodan le spolvera addosso la terra sollevata dalle scarpe di Dragan Stojković, detto Piksi, il mitico attaccante jugoslavo: se neanche questa polverina magica, contrabbandata neanche fosse una droga, riuscirà a farla appassionare al pallone, allora non c’è proprio speranza.

A fare da fondale al racconto è la Jugoslavia a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. «Nelle strade del centro città regna un meraviglioso caos. Panetterie, clacson, gente alla moda, musica. Questa vivacità potrebbe distrarre dal fatto che qui ci sono poche tutele per le persone più vulnerabili. Ciò nonostante, bei tempi». Il generale Tito è morto da una decina d’anni, sui Balcani soffiano venti di secessione. «Tutte le comunità di cui faccio parte si sgretolano. Il gruppo di danza si scioglie. Slobodan Marković si trasferisce». In questa cornice, ai quarti di finale di «Italia ‘90», Argentina contro Jugoslavia, la posta è altissima: nello stadio fiorentino, la squadra jugoslava offre l’ultima possibilità alla nazione di rivedersi in se stessa, e l’ultima occasione per Barbi di rendersi visibile agli occhi di suo padre.

In Polvere di Piksi, la mitologia familiare è intrecciata al racconto storico, e il filo che le lega è proprio il calcio: non uno sport, ma un rituale. Marković imposta la narrazione come una vera e propria telecronaca, beffandosi del registro epico che accompagna le azioni dei giocatori in campo e trasformandolo in una lingua grottesca, nei modi come nelle intenzioni. In questa storia, Slobodan Marković è un uomo leggendario e insieme un nessuno: un padre come tanti, carico di debolezze ma senz’altro simpatico; eppure, almeno per sua figlia, un essere eccezionalmente inetto. Barbi Marković descrive una figura con cui è impossibile pacificarsi, usando parole di rabbia e pietà che non trovano mai un bilanciamento. Sentimenti simili sono rivolti alla nazione: un popolo brutale e pieno di incertezze, destinato alla sconfitta. Le metafore di guerra, tipiche delle telecronache, riecheggiano profetiche.

L’ultima grande protagonista/antagonista del libro è la scrittura, che viene spesso tematizzata in segmenti extradiegetici. L’autrice la esibisce con finto orgoglio isterico, smascherandone la natura burlesca. La sua cifra stilistica non ha a che fare con il lessico o la sintassi, non è una questione retorica: è un atteggiamento narrativo, un gioco di astuzia. Barbi Marković – pensi di aver capito il suo trucchetto, ma lei è sempre due passi avanti a te. Per esempio, quando dice che Polvere di Piksi non è un libro sul calcio. D’altronde, chiunque saprebbe riconoscere un libro che parla di calcio da uno che usa il calcio per parlare d’altro. Eppure, una volta girata l’ultima pagina, questa premessa che mi ha accompagnato per tutta la lettura sembra essere la burla definitiva.

Come anticipavo, del calcio non mi è mai importato granché. Da bambino ho sempre avvertito una certa coercizione nella domanda «che squadra tifi?», come se fosse assolutamente inammissibile non seguire il calcio. Rispondevo «Juve» pur di dire qualcosa, perché era la squadra di mio padre, perché non potevo permettermi di essere meno maschio di uno che non sa niente di pallone. Ho ritrovato molto di questo in Polvere di Piksi. E ho anche ripensato a quell’estate del 2006, la vittoria ai Mondiali, «il cielo è azzurro sopra Berlino» – indossavo una maglietta con il tricolore, leggevo Paperinik. Ricordo i nomi dei calciatori, nella mia testa suonano come quelli di re. Sapevo cosa significava «nazione». Forse, alla fine dei conti, ho davvero letto un libro sul calcio. Me l’hai fatta anche stavolta, Marković!

*

Ringrazio infinitamente Voland di avermi fornito la copia per scrivere questa recensione.

giovedì 30 aprile 2026

Streghe a caccia - Recensione di Ichi the Witch di Osamu Nishi e Shiro Usazaki

Se n’è parlato molto negli ultimi mesi e finalmente questa settimana è arrivato nelle fumetterie italiane: Ichi the Witch, la nuova serie manga shōnen fantasy sceneggiata da Osamu Nishi e disegnata da Shiro Usazaki, si mostra in un primo volume targato Star Comics, affiancato da una variant con standee in acrilico davvero gradevole (ma scandalosamente sovrapprezzata). C’è chi ne loda l’immediatezza e dice che sarà il Dragon Ball delle nuove generazioni; altri storcono il naso e «a ‘sto giro passo», poco entusiasti all’idea di un’altra lunga serie che non promette di cambiare le carte in tavola – ma sarà davvero così? Andiamo con ordine.

Il protagonista della storia, Ichi, è un giovane e abilissimo cacciatore. Dopo essere stato abbandonato sulle montagne da bambino, ha deciso di condurre una vita quasi selvaggia, seguendo un brutale ma onesto codice di condotta: uccidere solo per fame o soltanto ciò che rappresenta un pericolo. Per questo motivo non osa attaccare la misteriosa creatura che da giorni riposa in un bosco, anche se non aspetta che un pretesto. Questo arriva quando essa rivela la sua identità: è Uroro, il nefasto re dei Majik, cioè delle incarnazioni della magia che popolano la terra, e a cui le streghe danno la caccia.

Nelle alette della copertina leggiamo una confessione della sceneggiatrice. In giapponese la parola «majo» (strega) esiste solo al femminile; allora come sarebbe una strega maschio? L’idea di Ichi the Witch nasce proprio da tale perplessità. Nel mondo di questo manga, solo le donne sono in grado di sviluppare poteri magici e, dando la caccia ai Majik e superando le prove poste da essi, di “apprenderli” come fossero incantesimi. In un tranello di tolkeniana memoria,Uroro ha però studiato la propria prova in modo che nessuna donna possa superarla. Non ha tenuto conto, tuttavia, di un dettaglio importante: Ichi non sarà una donna, ma come cacciatore non teme rivali.

Giudicare una serie solo dal suo primo volume sarebbe davvero precipitoso, specie per un’opera di questo genere. Quello che mi sento di dire è che Ichi the Witch sembra aver polarizzato molto le opinioni del pubblico. Da un lato, c’è chi ci vede una semplice reiterazione di uno dei più classici modelli del battle shōnen fantasy. La storia di Osamu Nishi segue le orme battute da Dragon Ball fino al più recente Demon Slayer, passando per Hunter x Hunter e tutti i grandi shōnen dei Duemila. Come molti dei protagonisti di queste opere, anche Ichi è mosso da un obiettivo piuttosto chiaro – quello di cacciare (tutte le prede possibili?) – che determinerà la traiettoria della sua evoluzione nel corso della storia. È facile immaginare che i design delle sfide lanciate dai Majik e delle loro magie saranno dunque il principale elemento di flavour del manga.

D’altra parte, nel dimostrare una chiara consapevolezza della tradizione in cui si inscrive, Ichi the Witch vi si accosta con ironia. Ichi non conosce la magia né la sociologia delle streghe. È un ingénu ricco di potenziale, ma anche un’anomalia: è un uomo in un ruolo tipicamente femminile. Il suo approccio alla caccia è atipico, quasi primitivo, ma efficace proprio in virtù della sua semplicità, in un sistema magico che appare piuttosto “costruito”, favolistico persino. Anche gli altri personaggi sembrano terribilmente intriganti, a partire proprio da Desscaras, la vanesia strega dagli occhi dolci a cui viene affidato Ichi – una “spalla” che brama i riflettori – e una nutrita schiera di altre streghe e di Majik, ciascuno con poteri e personalità imprevedibili.

Una grandissima parte dell’appeal del manga la fanno naturalmente i disegni di Shiro Usazaki. Un tratto lievemente carnoso e delle composizioni un po’ barocche si accompagnano a una regia schietta ma ben studiata. Le due autrici si sono coordinate benissimo sul ritmo della storia: incalzante, mai frettoloso, supportato da frequenti gag che non distraggono né stancano. Le scene d’azione godono di simmetrie sagaci e prospettive affilate che rendono le immagini molto dinamiche. Il character design vince però su tutto il resto, specie nel comparto dei costumi, che sembrano usciti dal Return to Oz del 1985 (passando per un Met Gala). Ma forse è l’espressività marcata dei volti – lo sguardo vitreo di Ichi, la smorfia languida di Desscaras – a dare a Ichi the Witch un aspetto così accattivante.

Al netto di questo primo volume, posso dirmi colpito? Non del tutto, lo ammetto, ma aspetto almeno altri due o tre volumi prima di chiamarmi fuori, eventualmente. Diciamo che, per quanto riconosca la freschezza dei disegni, non sono sicuro di essere il target ideale di questo manga. Forse, dopo tanti battle shōnen, si fa fatica a lasciarsi stupire. E per come la vedo io, non basta che una cosa sia “ben fatta” e “scorrevole” per valere tempo e soldi. Ma Ichi the Witch, se non altro, non manca di carisma: si presenta come un manga adatto a tutti, anche un po’ ruffiano, e leggero sì, ma non sciocco. Non è detto che con il tempo non possa vincere le mie diffidenze – ne sarei davvero entusiasta, nel caso.

I più letti del mese