giovedì 14 agosto 2025

Quest'epoca deve finire - Super-Eliogabalo di Alberto Arbasino

 

Il romanzo si apre come la scena iniziale di un film. La camera vagheggia su un cielo attraversato da uccelli fatti di parole, allucinata dal nitore diabolico del sole, poi scende lentamente sulla città. Compaiono i giganteschi titoli di testa incisi sulla pellicola, in sottofondo il brusio intollerabile che si trasforma nelle grida estatiche della parata. Ed ecco finalmente l’imperatore: non un Eliogabalo qualunque, ma un Super-Eliogabalo, reincarnato nel brodo metafisico del Tevere come un fantasma trascendentale di stelle riflesse e umori.

Se Super-Eliogabalo fosse un quadro sarebbe il ritratto di un’Italia nel cuore del boom economico, dove l’opulenza e l’esotismo sono tempere che non si sono asciugate e hanno finito per mescolarsi in squallide polimerizzazioni. L’opera di Alberto Arbasino si spoglia nevroticamente dei canoni della narrativa e diventa un oggetto letterario impossibile da esporre in una foggia finita, innervato com’è di incertezze e isterie. Le parole si accumulano sulla pagina: per ogni iperbole c’è il suo contrario, per ogni certezza il suo dubbio. Un accanimento che destruttura il senso stesso della narrazione.

Roma è il nucleo spiralizzante di tutto questo: caput mundi e buco nero della storia, in cui persino il tempo minaccia di collassare su se stesso. A Roma c’è la Repubblica e c’è l’Impero, c’è il presente e c’è il passato, c’è il ferro-e-fuoco e la dolce vita, c’è tutto quello che a un certo punto si è specchiato nelle acque tiberine o è strisciato nelle sue fogne – condensato in un unico, perpetuo attimo. Roma è la volontà di Eros, ma è anche il rimorso di Thanatos: una doppia vertigine di desiderio e morte che s’intrecciano e vorticano, attirando ogni cosa verso il centro, dove verrà consumata ed espulsa e riplasmata al cambiare di ogni era.

«Quest’epoca deve finire» decide Eliogabalo nelle battute finali dell’opera. Forse non sa che l’età dell’acquario è appena iniziata.

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