Prima metà dell'era Shōwa. Una nave solca le acque del Pacifico, porta un coro di ragazze giapponesi ai futuri mariti che le aspettano negli Stati Uniti, dove erano emigrati in precedenza. È stato promesso loro un futuro radioso, ma la realtà che le attende è ben più miserevole. Hanno creduto all'inganno degli uomini, e dal momento in cui hanno messo piede sulla nave hanno accettato una vita faticosa, ingrata e sordida: da braccianti, da pr0stitute, a chi va bene da domestiche.
Le protagoniste/narratrici vengono presto separate e spogliate della loro altezzosità. Da qui in poi, il romanzo diventa un grande apparato anaforico, in cui ogni evento si ramifica nelle sue innumerevoli varianti. Per una che piange, ce n'è una che ride. Se lei grida, protesta e punta i piedi, l'altra accetta tutto quello che le viene imposto senza aprire bocca. E poi, di tanto in tanto, ce n'è qualcuna che sfugge alle dicotomie, e che per un solo istante brilla di una dignità folgorante.
La voce del romanzo è di tutte che spesso sono una sola alla volta, come uno spirito-alveare che le abita a turno. All'inizio contegnose e civettuole, le donne si piegano al loro destino tra lamenti e silenzi (stoici o terrorizzati). Le frasi battono sulla pagina al ritmo martellante di una preghiera, e così esse si autodisciplinano: alla docilità, finanche all'indolenza.
Venivamo tutte per mare intreccia il lirismo pubblico del carme all'intimità del memoir. Otsuka tesse un racconto-arazzo in cui ogni singola fibra è la voce di qualcuna che si è persa tra le montagne, in un campo, sul letto di fiume o di una camera d'albergo - più spesso quello della propria casa. L'autrice le recupera una per una, senza la presunzione di voler tracciare un documento storico, eppure restituendoci l'immagine dolorosamente urgente di una diaspora dimenticata.










