giovedì 28 novembre 2024

Ci saremmo sbagliate - Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka

Prima metà dell'era Shōwa. Una nave solca le acque del Pacifico, porta un coro di ragazze giapponesi ai futuri mariti che le aspettano negli Stati Uniti, dove erano emigrati in precedenza. È stato promesso loro un futuro radioso, ma la realtà che le attende è ben più miserevole. Hanno creduto all'inganno degli uomini, e dal momento in cui hanno messo piede sulla nave hanno accettato una vita faticosa, ingrata e sordida: da braccianti, da pr0stitute, a chi va bene da domestiche.

Le protagoniste/narratrici vengono presto separate e spogliate della loro altezzosità. Da qui in poi, il romanzo diventa un grande apparato anaforico, in cui ogni evento si ramifica nelle sue innumerevoli varianti. Per una che piange, ce n'è una che ride. Se lei grida, protesta e punta i piedi, l'altra accetta tutto quello che le viene imposto senza aprire bocca. E poi, di tanto in tanto, ce n'è qualcuna che sfugge alle dicotomie, e che per un solo istante brilla di una dignità folgorante.

La voce del romanzo è di tutte che spesso sono una sola alla volta, come uno spirito-alveare che le abita a turno. All'inizio contegnose e civettuole, le donne si piegano al loro destino tra lamenti e silenzi (stoici o terrorizzati). Le frasi battono sulla pagina al ritmo martellante di una preghiera, e così esse si autodisciplinano: alla docilità, finanche all'indolenza.

Venivamo tutte per mare intreccia il lirismo pubblico del carme all'intimità del memoir. Otsuka tesse un racconto-arazzo in cui ogni singola fibra è la voce di qualcuna che si è persa tra le montagne, in un campo, sul letto di fiume o di una camera d'albergo - più spesso quello della propria casa. L'autrice le recupera una per una, senza la presunzione di voler tracciare un documento storico, eppure restituendoci l'immagine dolorosamente urgente di una diaspora dimenticata.

giovedì 12 settembre 2024

Luna e vuoto - La palude di Claudio Kulesko

Crescere è un processo a sottrazione. Dalla sconfinata potenzialità di cose che avremmo potuto essere e fare, progressivamente molte terminazioni seccano e vengono amputate. E gli scarti di queste operazioni si depositano negli angoli: c'è chi li ignora, e chi li contempla con un prurito alla mente, come fossero detriti di qualcosa che non possiamo smaltire e aspettiamo che si sgretolino e s'insinuino lenti tra le fughe delle mattonelle e i pori del cemento, fino a sgocciolare in un abisso che non ci riguarda.

La palude è un'incursione negli altari sotterranei delle nostre abdicazioni. Il protagonista immaginato da Claudio Kulesko ripercorre alcuni episodi della sua vita, muovendosi per le strade di una Roma brutale, insufficiente. Ma mentre la realtà esteriore va avanti negli anni, qualcosa all'interno cerca di preservarsi. La lingua pulita e puntuale del narratore racconta dei rimorsi che gli sono cresciuti addosso come parassiti e che, a un certo punto, sono diventati simbionti.

Nelle tavole di Francesca Guerrieri, gli spettri di un passato ancestrale si travestono con le spoglie del presente: creature itteriche, dei della luna e del vuoto che hanno perso il loro dominio, e che ora abitano una sporcizia lussureggiante e templi di cemento. I disegni accompagnano una novella che è in effetti una sorta di studio inconcluso dall'eco lovecraftiana: una retrospettiva intessuta di intuizioni ed epifanie inspiegabili che vengono semplicemente lasciate lì, oscure e folgoranti.

domenica 1 settembre 2024

Una cosa incandescente - Nella verde gola delle lupe di Lucrezia Pei e Ornella Soncini

 

In un eremo oscuro, nel folto della selva, ha trovato riparo una piccola comunità matriarcale devota al culto di Santa Agilulfa, colei che resistette alla tentazione del Lupo e del suo segreto, e lo domò. Le discendenti della prima Cacciatrice conducono vite modeste, assecondando appetiti basilari, seguendo rigidi tabù; ma il desiderio della verità può essere più forte della paura delle conseguenze.

Nella verde gola delle lupe, novella scritta da Lucrezia Pei e Ornella Soncini e illustrata da Marco Calvi, è una sorta di retro-distopia, un racconto ambientato nel Cinquecento di un'Italia alternativa (ma dopotutto, neanche troppo), a cui si rifà anche per la scelta del registro linguistico. Le cacciatrici hanno riconquistato un matriarcato da lungo perduto, espungendo il ruolo del maschio dalla narrazione sulla nascita. Gli uomini esistono solo come residui bestiali che infestano il margine della selva, lupi di una cautionary tale che è al contempo agiografia e mito di fondazione.

Le voci delle personagge della novella non volano sopra la selva, ma sussurrano in mezzo alle radici. Sono lamenti stoici e litanie, piccoli vagiti di sorpresa, gemiti di orrore. Risalgono da un mondo piccolo e compiuto in cui si obbedisce anche davanti alla menzogna... perché la verità è una cosa incandescente che va tenuta in bocca. Sono loro la vera forza trainante del racconto, sfuggenti ma profonde come in un sogno. Le matite di Calvi riescono a infonderle di una certa aria liturgica, e allo stesso tempo vibrano sul confine dell'intimità più dolorosa.

Non privo di grinze, il racconto di Pei-Soncini pecca forse di un realismo narrativo un po' troppo puntuale, che è così attento al dettaglio che spesso dimentica il quadro d'insieme, rendendo l'ambientazione poco pratica ad orientarvisi. E forse si avvertono poco, dopotutto, quel senso di selvaggio e quella promessa di un matriarcato sostenibile che si intravedevano dalle premesse. Nondimeno, una buona prova per un duo già ben consolidato e di cui contiamo di leggere altro (magari un bel prequel di questo? la butto lì).

lunedì 29 luglio 2024

Polisemia della carne - Sirene di Laura Pugno

Il mondo del sole nero è una civiltà in fondo al mare, oscuro paradiso dove i ricchi si proteggono dalle radiazioni velenose. Samuel è un parassita di questo sistema, come un cirripede attaccato ai denti di un leviatano. Il suo lavoro consiste nel sorvegliare un allevamento di sirene, dalle quali si ricava la pregiatissima carne di mare. Per il resto, è una specie di zombie, un essere svuotato di sentimenti: è così da quando ha perso l'amata Sadako, portata via dal cancro nero. Non sa neanche lui per quale motivo ha deciso di accoppiarsi con una delle sirene dell'allevamento, né tantomeno immaginava che lei potesse rimanere incinta.

Poco più che cento affilate pagine, Sirene è una piccola eucaristia maledetta. Il cielo tradisce, l'abisso accoglie, ma è un gioco di scambi: mentre gli uomini colonizzano il fondale, infatti, le sirene affiorano in superficie. Ed è proprio su questo luogo liminale, il pelo dell'acqua, che si consuma l'orrore del romanzo, dove Samuel perde Sadako ma riceve Mia, la piccola mezzosangue che non sarebbe mai dovuta nascere. Una creatura che nessuno ha voluto per un'altra che tutti vorrebbero.

La civiltà immaginata da Laura Pugno non ha il rigore di una macchina ben rodata, ma piuttosto è un progetto tracciato al risveglio da un incubo. Le sirene ne costituiscono il cuore pulsante: sotto la mano della yakuza, vengono allevate per il macello oppure sfruttate per i bordelli. La polisemia della carne, come alimento e come eros, diventa oggetto di un'ossessione fin troppo familiare. È un mondo, quello disegnato in Sirene, al di là di ogni possibilità di redenzione, popolato da personaggi senza speranza. Lo stesso Samuel non è mosso da intenti razionali, solo da istinti di conservazione ormai logori e insudiciati.

La prosa di Pugno ha una bellezza dolce e grezza, fatta di illusioni taglienti: frammenti di cose che sono state e che tornano ad essere per pochi istanti, infuse di incanti lunari. È una scrittura che non teme di sporcarsi o di mostrarsi nella sua nudità, e che più di qualsiasi elemento di trama concorre a informare le ombre di un reame decaduto.

lunedì 22 luglio 2024

Quel mondo che abbiamo perso - Decluna di Federica Leonardi

I paesini sono luoghi iniqui, infestati di sentimenti irrisolti. La speranza viene lasciata a macerare finché non si trasmuta in esaltazione o rancore. Alba però questo non lo sa ancora, perché non è mai stata a Decluna. Almeno finché una telefonata non la richiama nel paese della madre da cui è stata abbandonata da piccola, proprio in occasione della sua dipartita. Una volta lì, scoprirà un che di familiare in quei posti mai visti prima, una sensazione dal sapore dolceamaro. E mentre il paese si prepara a festeggiare la sua santa patrona, Alba dovrà fare i conti con un passato ben più antico della sua infanzia.

Nelle pagine di Decluna, Federica Leonardi dà prova di una grande gestione della tensione: il ritmo è incalzante, gli indizi acutamente disposti. La scrittura gode poi di un comparto retorico galvanizzante, ricco di immagini vivide e originali, che l'autrice padroneggia senza apparente sforzo e senza avvicinarsi allo stucchevole. Uniche pecche: una certa prevedibilità di alcuni passaggi di trama, imputabile anche al canone in cui il romanzo si inserisce; e delle battute finali un po' troppo al cardiopalma.

Decluna raccoglie con grande consapevolezza la tradizione del genere folk horror, in particolare di quel filone ispirato ai culti della fertilità, qui con una declinazione tutta italica; vi infonde poi una vena gotica, che a tratti richiama il cosmic horror; e conclude con una spolverata di anni '90. Il risultato è un racconto stratificato che parla di eredità e di perdita, di distacco e di appartenenza, di crisi e di rinascita, e dotato di un'anima profondamente millennial. È un bagno nostalgico e rituale sul confine di quel mondo che abbiamo perso a vantaggio del "progresso".

lunedì 17 giugno 2024

Oscurità limpidissima - Le nostre mogli negli abissi di Julia Armfield

Un giorno sei a casa e ti accorgi che la persona che ti sta accanto non è più lei. I suoi occhi galleggiano nel vuoto degli abissi, dove riposa una tenebra gelida e senza tempo. Tutte le attenzioni che le rivolgi le passano attraverso, e i ricordi che cerchi di rievocare, irrimediabilmente, si sciolgono. Ti chiedi quanto sia reale la vita che stai vivendo.

Leah è tornata da una missione sul fondo dell’oceano. È rimasta intrappolata a bordo del sommergibile per sei mesi a causa di un malfunzionamento: sei mesi in un bolo di tenebre e acqua. E in tutto questo tempo Miri, sua moglie, non ha ricevuto sue notizie. In alcuni momenti, in effetti, ha preferito piangerla. Ma ora Leah è di nuovo a casa… solo che non lo è, non completamente.

Ne Le nostre mogli negli abissi ogni pagina è come un velo, uno strato protettivo contro la verità che segue una logica di emozione più che di tempo. Le due narratrici-protagoniste si alternano in un duetto che si fa progressivamente controcanto: se da un lato Miri ripercorre le tappe della loro relazione, Leah sprofonda in elucubrazioni sull’oceano e sui suoi misteri.

Julia Armfield ci accompagna in un viaggio negli abissi della psiche, antri popolati da creature incomprensibili. Più che comporsi, la storia si disgrega, una parola alla volta. Quella di Armfield è una prosa delicata ma inesorabile, quasi anestetizzante. Il risultato è un romanzo di un’oscurità limpidissima.

(recensione scritta insieme a June Scialpi) 

lunedì 3 giugno 2024

Il potere della bellezza - Foresta elettrica di Tanith Lee

 

Secoli di tradizione estetica celebrano il grande valore metafisico della bellezza come di una qualità ineffabile, rara, personalissima. Ma oggi, nel terzo millennio, se per godere di un po’ di bellezza ci basta scrollare il nostro feed, se la bellezza diventa una stringa di codice che può essere elaborata artificialmente, allora che valore – o meglio: che potere ha la bellezza?

Tanith Lee si pone questa domanda negli anni ’70, quando Instagram e AI sono ancora nel grembo della fantascienza, che gesta tutte le innovazioni e (soprattutto) gli incubi dei futuri possibili. Per rispondere crea un mondo in cui la fecondazione è sottoposta ad un regime eugenetico che genera solo individui perfettamente belli.

La protagonista di Foresta elettrica è però Magdala, una donna nata secondo il metodo “tradizionale”, e per questo condannata dalla nascita ad una vita miserabile. Magdala è infatti bruttissima, quasi mostruosa, o comunque lo è in un contesto in cui la differenza è un peccato capitale – pun intended. Accanto a lei planerà il bellissimo e diabolico Claudio, che la convincerà (per così dire) a sottoporsi ad un esperimento di bioingegneria. Nella tenuta di Claudio, la coscienza di Magdala sarà trasferita nel corpo più bello che lei abbia mai visto.

Foresta elettrica è la parabola della bellezza come strumento di potere. Nel romanzo di Lee, essa diventa una macchina di sopraffazione che promette una falsa uguaglianza alle sue vittime. La casualità irripetibile della bruttezza può allora essere ragionevolmente marginalizzata, le pretese del suo soggetto mortificate.

Muovendosi tra i generi (alla maniera tipica di Lee) dell’intrigo interplanetario e del romance tossico, Foresta elettrica racconta di un mondo bislaccamente e spaventosamente simile al nostro, in cui la bellezza è una massima di sopravvivenza, un imperativo economico prima ancora che sociale.

venerdì 24 maggio 2024

Lacrime e inchiostro - I diari della falena di Rachel Klein

Una delle questioni più affascinanti che riguardano le storie di vampiri è il senso di aspettativa che si viene a creare attorno alla vera identità del mostro. C’è un’attenzione morbosa ai dettagli fisici e ai comportamenti: il pallore, il rigetto del sole e del cibo, il cinismo di chi sta sulla terra da molti più anni di quanto non sia tollerabile. Lo sappiamo che c’è un vampiro, lo sappiamo chi è, attendiamo solo che venga smascherato. Ed è un’aspettativa su cui si gioca tutto il romanzo di Rachel Klein.

Ne I diari della falena l’anonima narratrice, studentessa presso un collegio privato, racconta di professoresse insopportabili, di sortite notturne proibite, di dolci barocchi. Klein presta alla sua protagonista una penna leziosa, ma nel frattempo le sussurra ombre. E così, in mezzo alle confessioni civettuole sulle amiche che fumano e si abbuffano, che parlano di filosofia, che pensano ai ragazzi, s’insinuano radici di invidie e inganni.

Gli umori instabili delle compagne, l’attenzione indiscreta del professore, il lento distaccamento della migliore amica, il lutto mai elaborato: tutto sembra sempre ricondursi, per qualche perversa ragione, a Ernessa Bloch, la misteriosa studentessa il cui nome comincia presto a inzuppare le pagine del diario, un’ossessione di lacrime e inchiostro.

L’aspetto più interessante del romanzo è forse proprio la capacità di Klein di manipolare gli stilemi del gotico e del rosa, creando un gioco di contrasti e affinità cromatiche che cambiano davanti ai nostri occhi senza che ce ne rendiamo conto, come una vera illusione ottica. Il diario si trasforma in un caleidoscopio in cui gli umori si giustappongono, si mescolano, ma il quadro generale, oggettivo, rimane nascosto. E se in ogni immagine compare un artiglio, una zanna, uno sbattere d’ali vellutate, la figura intera della vampira è un postulato inafferrabile.

lunedì 20 maggio 2024

Metamorfosi eterodossa - Tutte le favolose bestie di Priya Sharma

 

Una bestia favolosa è il frutto di una metamorfosi eterodossa. È una fantasia incarnita che diventa infezione, in alcuni casi necrosi.

Nella raccolta di racconti Tutte le favolose bestie, Priya Sharma narra storie di evoluzioni e degradazioni, ambientandole in una contemporaneità che sembra quasi la nostra, ma con dei tratti sinistri, come se alcuni punti potessero essere visti solo attraverso una scheggia di vetro. E per quanto sconfinato sia il suo immaginario, l’inchiostro in cui l’autrice intinge la penna ha però sempre l’odore soporifero della melancolia: un male torpido e lento che a volte impiega anche tutta la vita a fare il suo corso.

I racconti di Sharma sono veri e propri romanzi di (tras)formazione in miniatura. Non accontentandosi di lasciare un’impressione su chi legge, l’autrice intreccia vicende articolate, spesso a partire da linee temporali diverse, per sviscerare il senso di annichilimento, di oscura epifania che opprime i cuori dei suoi protagonisti.

Lo stile dell’autrice è elegante, mondano: la prosa è posata e il registro curato, ma non mancano momenti di luminosità febbrile, pulsazioni di veleno sacro. Se dovessimo trovare il pelo nell’uovo, si può ammettere che a volte durante la lettura si sente una certa ridondanza, complici forse il respiro e la lunghezza di alcuni racconti che avrebbero potuto essere un po’ più ermetici.

domenica 5 maggio 2024

Get in loser - La Congregazione Reale di Sua Maestà di Juno Dawson

 

La figura della strega è diventata, nel corso degli ultimi decenni, uno degli strumenti più potenti per parlare della condizione femminile. Attraverso la lente del fantastico – spesso e volentieri anche dell’horror – le storie di fattucchiere, incantatrici, speziali sono riuscite a dare una voce a istanze rimaste a lungo inascoltate, se non addirittura inespresse, su cosa voglia dire essere una donna nella nostra società. E tuttavia la strega, con i suoi aspetti più creaturali come il ciclo mestruale, si trascina da tempo una sorta di deriva bioessenzialista che ha finito per renderla, suo malgrado, un’icona di alcuni movimenti TERF (trans exclusionary radical feminist). Un esempio su tutti: l’endorsement di una certa autrice fantasy (che tuttx conosciamo) a diverse associazioni che si battono contro i diritti delle persone trans*, al grido di “this witch won’t burn”.

La Congregazione Reale di Sua Maestà, romanzo (sub)urban fantasy scritto da Juno Dawson e portato in Italia da Oscar Vault, arriva allora come una ventata d’aria fresca nel panorama della letteratura e del cinema sulle streghe, spolverandolo del vecchiume cis-normativo accumulato nel corso degli anni, inserendo le persone trans* nell’equazione (per dovere di cronaca, va detto che un altro apprezzabile tentativo era già stato fatto da The Craft: Legacy nel 2020).

Tuttavia il romanzo, per quanto adrenalinico e sagace, pieno di momenti interessanti, di tanti riferimenti alla cultura pop e di personaggi molto ben scritti, non brilla per originalità né per la qualità della prosa, e probabilmente fallisce in quello che poteva essere uno dei suoi maggiori punti di forza, ossia la caratterizzazione di un mondo magico inscritto in quello “profano”, con descrizioni di spazi e situazioni che rasentano la trasparenza. Nonostante tutto, resta un libro godibilissimo nel suo carattere “di consumo”, e senza dubbio lascerà un piccolo segno nella storia della letteratura fantastica e queer.

domenica 14 gennaio 2024

Magia sinestetica - Strega di Johanne Lykke Holm

Sulle Alpi, dominante sulla cittadina di Strega, l’hotel Olympic è incastonato come un rubino sanguinolento sulla montagna. Lo stuolo di giovani cameriere lo tiene lustro in attesa degli ospiti che tardano ad arrivare. Intanto, lo stillicidio dei giorni s’infrange su scene oniriche, tra le quali serpeggia una vena d’inquietudine, il veleno lento e dolce della giovinezza.

Dalla penna di Johanne Lykke Holm ed edito in Italia da NNEditore, Strega non è testo narrativo, è un breviario di magia sinestetica. Invece che costruire un intreccio, l’autrice compone un lungo incantesimo in cui le parole sono formule di olfatto, di vista, di tatto. L’esperienza di lettura è molto più simile ad un sogno lucido, in cui gli organi di senso sono pizzicati fino all’intorpidimento, che ad un racconto. L’incredulità, invece che sospesa, in Strega viene annegata in bagni di profumi e tempestata di allucinazioni.

La qualità estetica dell’opera si nutre di un doppio processo di mineralizzazione/organicazione del comparto metaforico: i corpi diventano gemme, gli oggetti si fanno tagli di carne. È un rituale di una bellezza indolente che poco alla volta interessa tutti i sensi. Mentre si legge, si ha la costante impressione di avere le labbra inumidite dalla foschia lattea delle Alpi.

Strega evoca inoltre un tempo nostalgico in cui i nostri (in)utensili avevano la forma di frutti o di crostacei. È forse il più potente dei suoi incanti, capace di trasportare chi legge in quel mondo opulento e incomprensibile di cui le case dei nonni spesso conservano ancora i fossili. Tutto è distante, dilatato, e l’aria è un concerto di sospiri e di dubbi, ma il futuro può attendere.

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