giovedì 30 aprile 2026

Streghe a caccia - Recensione di Ichi the Witch di Osamu Nishi e Shiro Usazaki

Se n’è parlato molto negli ultimi mesi e finalmente questa settimana è arrivato nelle fumetterie italiane: Ichi the Witch, la nuova serie manga shōnen fantasy sceneggiata da Osamu Nishi e disegnata da Shiro Usazaki, si mostra in un primo volume targato Star Comics, affiancato da una variant con standee in acrilico davvero gradevole (ma scandalosamente sovrapprezzata). C’è chi ne loda l’immediatezza e dice che sarà il Dragon Ball delle nuove generazioni; altri storcono il naso e «a ‘sto giro passo», poco entusiasti all’idea di un’altra lunga serie che non promette di cambiare le carte in tavola – ma sarà davvero così? Andiamo con ordine.

Il protagonista della storia, Ichi, è un giovane e abilissimo cacciatore. Dopo essere stato abbandonato sulle montagne da bambino, ha deciso di condurre una vita quasi selvaggia, seguendo un brutale ma onesto codice di condotta: uccidere solo per fame o soltanto ciò che rappresenta un pericolo. Per questo motivo non osa attaccare la misteriosa creatura che da giorni riposa in un bosco, anche se non aspetta che un pretesto. Questo arriva quando essa rivela la sua identità: è Uroro, il nefasto re dei Majik, cioè delle incarnazioni della magia che popolano la terra, e a cui le streghe danno la caccia.

Nelle alette della copertina leggiamo una confessione della sceneggiatrice. In giapponese la parola «majo» (strega) esiste solo al femminile; allora come sarebbe una strega maschio? L’idea di Ichi the Witch nasce proprio da tale perplessità. Nel mondo di questo manga, solo le donne sono in grado di sviluppare poteri magici e, dando la caccia ai Majik e superando le prove poste da essi, di “apprenderli” come fossero incantesimi. In un tranello di tolkeniana memoria,Uroro ha però studiato la propria prova in modo che nessuna donna possa superarla. Non ha tenuto conto, tuttavia, di un dettaglio importante: Ichi non sarà una donna, ma come cacciatore non teme rivali.

Giudicare una serie solo dal suo primo volume sarebbe davvero precipitoso, specie per un’opera di questo genere. Quello che mi sento di dire è che Ichi the Witch sembra aver polarizzato molto le opinioni del pubblico. Da un lato, c’è chi ci vede una semplice reiterazione di uno dei più classici modelli del battle shōnen fantasy. La storia di Osamu Nishi segue le orme battute da Dragon Ball fino al più recente Demon Slayer, passando per Hunter x Hunter e tutti i grandi shōnen dei Duemila. Come molti dei protagonisti di queste opere, anche Ichi è mosso da un obiettivo piuttosto chiaro – quello di cacciare (tutte le prede possibili?) – che determinerà la traiettoria della sua evoluzione nel corso della storia. È facile immaginare che i design delle sfide lanciate dai Majik e delle loro magie saranno dunque il principale elemento di flavour del manga.

D’altra parte, nel dimostrare una chiara consapevolezza della tradizione in cui si inscrive, Ichi the Witch vi si accosta con ironia. Ichi non conosce la magia né la sociologia delle streghe. È un ingénu ricco di potenziale, ma anche un’anomalia: è un uomo in un ruolo tipicamente femminile. Il suo approccio alla caccia è atipico, quasi primitivo, ma efficace proprio in virtù della sua semplicità, in un sistema magico che appare piuttosto “costruito”, favolistico persino. Anche gli altri personaggi sembrano terribilmente intriganti, a partire proprio da Desscaras, la vanesia strega dagli occhi dolci a cui viene affidato Ichi – una “spalla” che brama i riflettori – e una nutrita schiera di altre streghe e di Majik, ciascuno con poteri e personalità imprevedibili.

Una grandissima parte dell’appeal del manga la fanno naturalmente i disegni di Shiro Usazaki. Un tratto lievemente carnoso e delle composizioni un po’ barocche si accompagnano a una regia schietta ma ben studiata. Le due autrici si sono coordinate benissimo sul ritmo della storia: incalzante, mai frettoloso, supportato da frequenti gag che non distraggono né stancano. Le scene d’azione godono di simmetrie sagaci e prospettive affilate che rendono le immagini molto dinamiche. Il character design vince però su tutto il resto, specie nel comparto dei costumi, che sembrano usciti dal Return to Oz del 1985 (passando per un Met Gala). Ma forse è l’espressività marcata dei volti – lo sguardo vitreo di Ichi, la smorfia languida di Desscaras – a dare a Ichi the Witch un aspetto così accattivante.

Al netto di questo primo volume, posso dirmi colpito? Non del tutto, lo ammetto, ma aspetto almeno altri due o tre volumi prima di chiamarmi fuori, eventualmente. Diciamo che, per quanto riconosca la freschezza dei disegni, non sono sicuro di essere il target ideale di questo manga. Forse, dopo tanti battle shōnen, si fa fatica a lasciarsi stupire. E per come la vedo io, non basta che una cosa sia “ben fatta” e “scorrevole” per valere tempo e soldi. Ma Ichi the Witch, se non altro, non manca di carisma: si presenta come un manga adatto a tutti, anche un po’ ruffiano, e leggero sì, ma non sciocco. Non è detto che con il tempo non possa vincere le mie diffidenze  ne sarei davvero entusiasta, nel caso.

domenica 26 aprile 2026

Il mondo è finito - Recensione di Quando le radici di Lino Aldani

Se è vero che Lino Aldani diede alle stampe Quando le radici per la prima volta nel 1977, la stesura del romanzo iniziava ben undici anni prima. Fu dunque una primavera romana degli anni Sessanta – un mondo estetizzante, senza freni, di cui Alberto Arbasino avrebbe di lì a poco tratteggiato uno spietato ritratto nel suo Super Eliogabalo – lo sfondo su cui lo scrittore pavese proiettò le atmosfere morbose e desolate di questa distopia a breve termine.

Protagonista di Quando le radici è Arno, giovane impiegato della Felce Azzurra (non il sapone!) a cui è delegato il compito di controllare le schede sputate fuori da una macchina. Di notte, invece, l’azienda lo “prostituisce” presso certe importanti collaboratrici. Stanco dei ritmi frenetici della città, alienato da un lavoro che non comprende, Arno manda tutto in vacca e decide di tornare a Pieve Lunga. Del suo paesello natale, però, nel 1998 non rimangono che pochi ruderi, dove certi vecchi burloni e incattiviti resistono: traditi dallo Stato che ha deciso di tagliare loro le utenze e i collegamenti con il resto della civiltà, vivono di espedienti e grazie ai commerci con una carovana di nomadi.

La lettura di questo romanzo arriva in un momento della mia vita in cui mi chiedo se ho davvero nostalgia della vita in provincia o se piuttosto non ne abbia romanticizzato l’idea, trasformando un ricordo in una prospettiva. È una domanda che Arno tenta in tutti i modi di soffocare, nonostante le persone attorno a lui lo incalzino costantemente. Ostinato com’è, il protagonista abbandona i simulacri della burocrazia per vivere di un magro pescato e vino paesano, ma in fondo è un uomo di città, cresciuto sulla cresta del progresso: certi vizi di forma non si possono abdicare.

I capitoli più interessanti di Quando le radici, almeno secondo me, sono i primi sei: quelli, cioè, scritti nel 1966 e che, nella storia, precedono il ritorno definitivo di Arno a Pieve Lunga. La Roma dipinta da Aldani in queste pagine non ha niente della “dolce vita”: è una città diabolica, assolutamente aliena. Insieme al protagonista, ci muoviamo tra uffici, bar e salotti di una necrometropoli popolata da una classe medio-alta ormai avvinta: di giorno impegnata in lavori pleonastici al solo scopo dello stipendio, di notte trascinata in una sessualità quasi curriculare. È come vedere ritagli da Fantozzi montati sulle scenografie di Wicked City. «Una città di morti.» scrive Aldani. «L’antenna televisiva sul tetto d’una casa è come una croce piantata su una tomba, il segno che là sotto sono tutti cadaveri.»

Lucida e sferzante (specie se riecheggia da cinquant’anni nel passato) suona poi l’interpretazione di Aldani sul lavoro del settore terziario, popolato da una turba di impiegati specializzati che però non hanno alcun legame emotivo o intellettuale con il proprio lavoro. «Ebbe la fulmine conferma che l’ICU e le altre decine di migliaia di enti inutili disseminati in tutta Italia altro non fossero che semplici aree di parcheggio per assorbire la disoccupazione intellettuale. Le schede che uscivano da quella macchina fetente non significavano nulla, non servivano a niente, erano solo un giochetto idiota per tenerlo occupato. Occupato e sottoposto. E soprattutto ligio al sistema.»

Nella critica allo “Stato canaglia” risuonano le retoriche settantottine. Sembra che l’autore affidi il suo livore alle parole di Luigi, il Sacrista, il quale ce l’ha tanto con gli spietati capitalisti quanto con i finti comunisti che, una volta sedutisi nella “stanza dei bottoni”, hanno preferito la comodità della poltrona. Anche per colpa loro l’Italia, alla vigilia del nuovo millennio, è una terra scempiata e avvelenata, immolata in nome del progresso, che non serve a migliorare la vita dei cittadini, ma a renderli consumatori sempre più affamati.

La scrittura di Aldani è sapida, ricca, ma tenace nel suo realismo – rarissime le figure retoriche di significato, una scrittura che sta in piedi da sola e non ha bisogno di referenti esterni. D’altra parte, l’autore non tenta il naturalismo linguistico, ma sceglie consapevolmente un italiano letterario, dove i vocaboli della contemporaneità sono infilati come schegge. La sua prosa musicale s’inclina spesso verso la poesia, in alcune sezioni anche formalmente: i versi liquidi e battenti che descrivono in due occasioni il ritorno a Roma tradiscono un certo compiacimento dal gusto spleen, indizio che forse questo romanzo sguazza nel disprezzo ma non si fa carico di una vera pars construens.

Nelle battute finali, tuttavia, ho avuto l’impressione che quella raccontata in Quando le radici fosse più che altro una crisi del maschile. Nel romanzo, sono gli uomini a confrontarsi sui temi della politica, della società, del lavoro: la chimera che Arno rincorre abita in un mondo che, pur non essendo necessariamente patriarcale (ma lo è, le parole dei suoi compaesani non lasciano dubbi), è rappresentato secondo certe figurazioni tradizionalmente maschili, come l’attività della pesca o l’avvinazzarsi. Le donne, al contrario, sono descritte soltanto in funzione della loro sessualità: virago frigide o nullità focose, esistono come cifra delle frustrazioni e delle soddisfazioni degli uomini. Imbevute di un potere mefistofelico o, in alternativa, languide sotto un pergolato ad aspettare le sberle del marito, non hanno alcun posto nel ritratto del mondo perduto; se dicono qualcosa è in omaggio al progresso, se vaneggiano sul passato è tutta posa, per il resto non vengono interpellate.

Nonostante questo aspetto piuttosto critico, Quando le radici resta un romanzo quasi profetico che in realtà è un’acuta riflessione sul presente, nella migliore tradizione della fantascienza. Le angosce prospettate da Lino Aldani mezzo secolo fa oggi sono mature, marce persino. Tutti i mali che abbiamo perdonato al capitalismo, tutte le storture che abbiamo scelto di non vedere, ci sono cresciute addosso, ci hanno paralizzato. Ed è nella macchina, in particolare – nel suo funzionamento imperscrutabile, nel desiderio che genera, nell’umiliazione che esercita sull’uomo – che Aldani individua l’arma finale dei padroni: finché i cittadini non si affrancheranno dal suo potere, non potrà esserci alcuna rivoluzione.

giovedì 16 aprile 2026

Shakespeare but make it whimsical (and 70s) - Recensione di Bagatto di Sassoraviolo

È Sassoraviolo a inaugurare Quest, la neonata collana di graphic novel di Mercurio Books, con il suo Bagatto. Sebbene solitamente si dedichi alle illustrazioni e ai murales, questa non è la sua prima prova col fumetto. Di suo avevo già letto il dolceamaro I miti di Anzû, firmato assieme a Lorenzo Raimondo per l’antologia Temporale di Attaccapanni Press: un racconto breve di ambientazione babilonese sul potere dell’arte – a proposito di questo volume trovate la mia recensione sul sito audace. Qui però lartista prende il timone di un’opera lunga tutta sua, una straordinaria graphic novel in cui proliferano contaminazioni artistiche di ogni genere e periodo storico.

In Bagatto Sassoraviolo mette in scena un dramma d’intrigo che strizza l’occhio alle grandi tragedie shakespeariane. C’è tutto il mistero dell’Hamlet con la vena di follia del Macbeth: inganni familiari e sogni premonitori. Ma a partire da questa base piuttosto “classica” l’artista costruisce una novella puntellata su una rete di simbolismi che definire esoterici è riduttivo. È un racconto dal respiro terribilmente contemporaneo, scomposto e riassemblato. Se dovessi dire di cosa parla – in realtà è molto più eloquente il *come* che il *cosa* – direi che parla di angoscia e perdita, di superamento della morale, di legami che trascendono le istituzioni. C’è più queer qui dentro che in una stagione di RuPaul’s Drag Race (non era difficile, ma tant’è).

A livello visivo, Bagatto gode di una scenografia vibrante, inondata da pastelli acidi e terre sciroppose. Sono gli anni Settanta in un bagno whimsical – se non sapete cosa vuol dire, non avete passato abbastanza pomeriggi su Pinterest. Sassoraviolo monta sul suo fumetto una variegata pluralità di linguaggi: la sua è una regia eclettica ma molto acuta, che non teme transizioni vertiginose e drastici cambi di tavolozza e tecnica. Sulle tavole di Bagatto vengono allora a coesistere affreschi di palazzi monoici, reminiscenze di Peau d’Ane, echi da Jodorowsky, studi di Madonne, pop art da funghetti, visioni klimtiane, mitopoiesi impressionistiche – non mescolati in un mappazzone, ma pazientemente stratificati.

Insomma, un esordio stellare per Sassoraviolo e un grande acquisto per il catalogo di Mercurio. Un’opera che non ha paura di sporcarsi e spinge il linguaggio del fumetto verso quei margini tanto cari all’editore romano.

martedì 14 aprile 2026

La fine dell'antropocene - Recensione di Tokyo Babylon e X/1999 delle CLAMP

Dalla seconda metà degli anni Ottanta il manga shōjo comincia a virare in una nuova direzione rispetto all’estetica maiden-esque e alle storie lacrimose che avevano caratterizzato il genere per tutta la decade precedente. Insieme a June Scialpi, nel capitolo «Canone perduto e città oscura» di La promessa della luna. Genealogie di Sailor Moon (Moscabianca Edizioni), abbiamo provato a recuperare questo filone di manga shōjo che si ammantano di tenebra e in un modo o nell’altro strizzano l’occhio al tema dell’apocalisse (già molto presente nei media giapponesi, ma fino ad allora rimasto fuori dalle tavole infiocchettate del fumetto per ragazze).

Uno dei motivi principali dello shōjo di fine secolo è la centralità di Tokyo, megalopoli oscura che diventa allegoria dell’umanità. In Tokyo Babylon (serie in 7 volumi delle CLAMP dei primi Novanta, in Italia latitante per Planet Manga e D/visual) la città non si limita a fare da sfondo, ma è una componente attiva e pulsante della storia. La scelta del titolo è un richiamo al mito della Torre di Babele, simbolo dell’arroganza umana che crede di poter raggiungere altezze divine – e la Torre di Tokyo è la sua gemella. Lunghe tavole nere ospitano le figure di Subaru Sumeragi, ultimo discendente di un clan di esorcisti, dell’eccentrica sorella Hokuto e di Seishiro Sakurazuka, veterinario belloccio innamorato di Subaru e che tuttavia non la conta giusta neanche un po’.

La trama è organizzata in storie episodiche di esorcismi, alle quali si giustappone la vicenda orizzontale del rapporto tra Subaru e Seishiro. Con la scusa del boys’ love, le CLAMP portano sulla scena l’avvertimento di una crisi sociale generale che vede nella capitale giapponese un centro nevralgico: l’umanità raffigurata in Tokyo Babylon è costantemente frustrata, delusa, ingannata, presa com’è in una rete invisibile di energie psichiche (un altro grande elemento dello shōjo di fine secolo).

Pubblicato a ridosso di Tokyo Babylon, X (fuori catalogo per J-Pop, noto anche come X/1999 nella precedente edizione Planet Manga) si sviluppa come un innesto nell’ambientazione del suo prequel, di cui esaspera i toni e le atmosfere, spingendo lo shōjo ad altezze vertiginose, fino a renderlo quasi un altro genere. Il protagonista è Kamui, giovane esper al centro di una profezia sulla fine del mondo, conteso da due gruppi di guerriglieri psichici che auspicano l’uno la conservazione della civiltà umana, l’altro il ripristino e la preservazione di una natura incontaminata.

Se in Tokyo Babylon il tema apocalittico era vagamente suggerito, manifesto in una crisi trasversale ma frammentaria, qui irrompe sulla scena nella forma di catastrofi naturali, società segrete e cospirazioni. Tutta la tensione della storia nasce dalla contrapposizione tra le due visioni del mondo rappresentate dai cosiddetti Draghi della Terra, che aspirano al rovesciamento dei templi dell’antropocene, e dai Draghi del Cielo, che invece desiderano che tutto rimanga com’è. Il manga però non affronta tematiche ecologiche in senso stretto, ma le usa come pretesto per raccontare forze emotive opposte e inconciliabili.

I disegni X sono a dir poco sublimi, e se mi conoscete lo sapete che non uso con leggerezza aggettivi di questa portata. Affilati, maestosi, retorici, erompono continuamente dalle gabbie o le piegano alle loro coreografie vibranti. Ogni tavola ha il portamento e la cura di un quadro e chiede di essere contemplata fin nel dettaglio, a costo di affaticare la lettura. È davvero uno dei momenti più alti della storia del manga, per quanto mi riguarda.

Tuttavia, la crudezza delle vicende e delle loro rappresentazioni ha portato all’interruzione del manga a pochi capitoli dalla fine, nel 2003, quando la rivista che lo ospitava decise che il finale dell’opera era troppo violento per il suo target. Anche lettori e lettrici, negli anni precedenti, avevano espresso disagio per la vicinanza dei temi del manga alle vicende di cronaca: erano anni di terremoti e tsunami, di terrorismo domestico, di giovani serial killer.

[Se volete un assaggio delle atmosfere del manga, vi consiglio il film di Rintaro del 1996, X - The Movie, animato dalle bestie sacre che popolano gli studi Madhouse. La storia è molto sacrificata, ma il comparto visivo toglie il fiato.]

Come un fiore / come una trappola - Recensione di Diario dal mondo osso di Diletta Crudeli

La caratteristica più rimarchevole della scrittura di Diletta Crudeli è senza dubbio la sua vena immaginifica, la capacità di instillare delle piccole visioni, a livello linguistico, retorico e contenutistico. Per esempio, quando dice che un personaggio sorride “come un fiore” e un altro “come una trappola” – è una figura che mi è rimasta, mi ha fatto molto pensare.

Tutta la costruzione dell’immaginario di Diario dal mondo osso (pubblicato D Editore, che ha fornito la copia per questa recensione), con questi esseri metà dei metà fantasmi, quasi higher beings di Hollow Knight o forse abitanti della Wonderland di Carroll. Belli i loro nomi un po’ sbarazzini e molto evocativi (Sognasempre, Ragnogiardino, etc), e le loro descrizioni antivisive, quasi fossero stati pensati per un’immaginazione di tipo morale (come gli angeli biblici, per intenderci).

Molto interessante anche la struttura a catabasi con livelli tipo videogioco. Ci ho rivisto molto di The Binding of Isaac e titoli simili, specie quando si citano le pareti di carne. Mi ha fatto pensare anche alla torre di Annientamento di Vandermeer. L’ambientazione dell'estate in periferia mi ha fatto ricordare le mie, di estati, quando con gli amici giravamo per il nostro paese e ne esploravamo i dintorni, ne ricostruivamo le vicende, intessendole a una mitologia che avevamo ereditato per metà, e per l’altra di nostra invenzione. C’è molto di questo, in Diario dal Mondo Osso.

Ho avuto solo due problemi. Il primo è che l'autore implicito [si guardi W. Iser] è molto “ravvicinato” rispetto ai personaggi, a quello che pensano e a come agiscono; quando chiudo gli occhi e visualizzo la scena, mi sento quasi sempre come se fossi “addosso” a loro, mentre invece a volte vorrei vederli un po’ da lontano. Ma so che ad altri piace questa sensazione, per cui that’s fine I guess. Il secondo è che il momentum del racconto mi è sembrato spezzato, a un certo punto. La parte “preparatoria” dura metà del testo, e l’altra metà (quella più carnosa) l’ho trovata piuttosto precipitosa, addirittura con dei salti.

In sostanza, un buon romanzo breve in cui Crudeli dà prova delle sue doti e coltiva alcuni dei temi e degli immaginari che le sono più cari: le creaturine del bosco, la periferia, l'ecologismo, la crudeltà infantile.

Cosa c'è dopo la post-verità? - Recensione di Nuova era oscura di James Bridle

Nuova era oscura, saggio di James Bridle portato in Italia da Nero, è uno di quei libri che non puoi chiudere davvero. Anche dopo aver girato l’ultima pagina, i pensieri che ha stuzzicato dentro di te continuano ad agitarsi e contagiare gli altri.

Alcuni hanno suggerito che questo libro parli di internet e dei tempi che ci attendono se non impariamo a “usarlo” bene. Ma a me pare che la nuova era oscura di Bridle sia già qui da un po’, solo che non ce ne siamo accorti. Il testo è strutturato in capitoli tematici che provano a sezionare l’ingombrante materia che l’autore si propone di trattare, ma i rimandi e le sospensioni sono frequenti: non ci sono fili da seguire in maniera lineare, perché sono tutti intrecciati tra di loro in un acchiappasogni impossibile da districare. La trattazione è polimorfa, lo stile cinico, la voce profetica: Bridle chiede di portare pazienza e di avere fiducia per i primi capitoli, poi tutto sarà chiaro – o oscuro, se volete.

L’idea alla base del libro si potrebbe riassumere con la seguente frase: “com’è possibile che, nel momento in cui il mondo avrebbe dovuto essere più trasparente che mai, ci risulta invece così opaco?” Tutto ciò che esiste fuori e dentro di noi viaggia nell’etere e nei cavi in fibra ottica che solcano i fondali oceani: un’ubiquità di codici binari che ci disperde e ci confonde. Non abbiamo avuto così tanti dati come ora, in tutta la storia dell’umanità, eppure mai il mondo ci è sembrato un posto tanto imperscrutabile. È un’idea che va oltre la mera post-verità, il nuovo ordine mondiale, la teoria del complotto: è un tentativo di mappare le iniquità strutturali della nostra epoca, imbastite da tecnocrati in combutta con i governi e i servizi segreti. Dai social ai genocidi, dal meteo ai video di unboxing – è tutto invischiato in un’unica rete.

Mettersi in discussione - Recensione di Charlotte Sometimes di Penelope Farmer

 

Ogni tanto do ascolto alla mia fame acritica per le storie di ragazzine in collegio e leggo romanzi come Charlotte Sometimes. Mi aspettavo un libro carino e un po’ goffarello, con delle leggere tinte spooky, e invece… non ero pronto.

Non saprei come descrivere l’effetto che il romanzo di Penelope Farmer (un classico della letteratura anglofona per ragazzi, portato in Italia da Agenzia Alcatraz) ha avuto su di me. Di per sé non è un’opera straordinaria, non ha una scrittura audace o una trama particolarmente avvincente. Eppure è uno di quei libri che – come si dice – mi è “rimasto dentro”. L’idea alla base della storia è piuttosto semplice. Due ragazzine, Charlotte e Clare, forse per una serie di convergenze cosmiche, si scambiano la coscienza durante la notte, vivendo le rispettive vite a giorni alterni: l’una negli anni Sessanta, l’altra durante la Grande Guerra – finché qualcosa non si rompe.

La magia di Charlotte Sometimes, nella misura in cui l’ho percepita io, è nel racconto di come la protagonista vive questo scambio, dei significati che emergono di volta e in volta e a cui lei cerca di dare un senso. Charlotte non è un’eroina tragica, non ha una grande personalità, ma è terribilmente riflessiva. La relazione tra il presente e il passato, tra la sua vita e quella di Clare, e in definitiva tra vita e la morte, diventa un pensiero sotterraneo che innerva tutta la narrazione, un’inquietudine che è impossibile mettere a tacere.

Dei classici per ragazzi si apprezza (e ci si aspetta) che siano racconti di formazione. Qui invece Farmer fa un’operazione pur simile ma un po’ più sottile. Quando va nel passato, Charlotte non si “forma”: si mette invece in discussione. È un’operazione che di decostruzione che la lascia piena di incertezze che dovrà colmare in futuro, oltre le pagine in cui ci è dato di spiare.

Che altro posso aggiungere per convincervi a leggerlo? Ho pianto. Ma tanto.

Esiliati dalla patria felice - Recensione di Proteggi la mia terra di Saki Hiwatari

Proteggi la mia terra (Planet Manga) è un manga shōjo che parla di un gruppo di ragazzi di Tokyo all’alba del decennio perduto – ma questo Saki Hiwatari, che scriveva nel 1987, non poteva ancora saperlo. I protagonisti sono accomunati da un sogno ricorrente che sembra a tutti gli effetti rievocare le memorie delle loro reincarnazioni, quando erano (o saranno?) membri di una missione spaziale sulla Luna.

Il manga mescola la timidezza dello shōjo allo stupore della fantascienza, ma per chi la ascoltare suona anche una nota eerie in sottofondo. È una storia complessa non nel senso che si fatica a seguirla, ma che combina elementi diversi in maniera originale e interessante, così che si esaltino a vicenda. Come mi capita solo con le opere migliori – quelle che mi rimango dentro a lungo – devo chiudere la pagina (o mettere in pausa) e guardare il soffitto, e lasciare che i pensieri stimolati dalla lettura/visione si liberino e salgano alla mia attenzione, come per una specie di fermentazione.

Penso spesso alla frase della canzone dei gitani (si chiama così, non mi linciate). «Esiliati dalla patria felice / sognano il loro amato paese». Forse è di questo che parla la serie di Hiwatari: di una nostalgia che, più che indicare una direzione, genera solo spaesamento. La vita che ci siamo lasciati alle spalle è davvero la nostra? Ha senso farsi guidare dai sogni di un’esistenza passata?

Quotidianità sabotata - Recensione di Prima dell'oblio di Lisa Blumen

In Prima dell’oblio (Add Editore) Lisa Blumen immagina la caduta inesorabile della Luna sulla Terra. Dopo diversi tentativi di invertire il processo, le istituzioni si arrendono all’evidenza: l’apocalisse è alle porte.

Nel fumetto si susseguono storie di quotidianità sabotata che riecheggiano le ansie della pandemia, i mantra che ci ripetevamo per scongiurarle, i trend che inseguivamo per estetizzarla. Una negoziante abitudinaria, una ex-paziente oncologica ormai guarita, una curatrice d’arte senza scopo, un poliziotto traumatizzato: questi alcuni dei personaggi dei racconti che compongono l’opera.

Il disegno è più che essenziale, le fisionomie sacrificate, le forme poligonali. I contorni sono tracciati con una matita grossolana che sporca la pagina quando la mano ci si appoggia sopra – sembra quasi uno storyboard preparatorio, una bozza frettolosa. Persino i colori pastello sembrano sbiaditi, e invece che comunicare speranza dicono di resa e delusione. A ogni storia ne è associato uno predominante, che però si alterna e s’intreccia con gli altri con il procedere della storia, finché anche la palette diventa strumento narratologico.

È stata una lettura dolceamara, un modo diverso e più contemplativo di raccontare quei mesi (anni?) in cui abbiamo creduto che il mondo non potesse tornare come prima. E forse avevamo ragione. Forse il problema non era la catastrofe, ma l’ordine che stava minacciando.

Un duetto diabolico - Recensione di Minihorror di Barbi Marković

Quando ho iniziato Minihorror, raccolta di racconti di Barbi Marković, autrice serbo-austriaca portata in Italia da Mercurio Books, ammetto che non nutrivo grandi aspettative. Molte proposte dell’editore finora mi avevano deluso (Maeve, Alla gola, Lo studente del divino). E invece mi ha sorpreso. Stavo per scrivere che forse non si tratta di un capolavoro, ma credo che quando diciamo “capolavoro” abbiamo in mente opere complesse e tonanti che esistono quasi sopra di noi; Minihorror invece è in mezzo a noi, è infido e anche un po’ impaziente. Per questo non può essere un capolavoro?

I racconti hanno come protagonisti Mini e Miki (mi sono serviti i disegnini per capire che si trattava di una parodia di Minnie e Mickey Mouse). Il loro dualismo è una delle cifre vincenti della narrazione. Di duetti esplosivi e sinergici ne abbiamo avuti tanti: Eros e Thanatos, My Melody e Kuromi, Jesse e James, Trixie e Katya. E Mini e Miki non sono da meno. La prima ispirata, combattiva, tenace; l’altro pragmatico, ansioso, arrendevole.

La giovane coppia è alle prese con le incombenze di tutti i giorni, su un fondale urbano mitteleuropeo che odora di sigarette e silicio: fare la spesa, presenziare alle feste, pulire casa, prenotare visite mediche. Ogni evento nasconde però un’insidia, un germe di entropia che, se non viene abortito, si trasforma in una manifestazione grottesca e surrealista. Ansie, paure e difficoltà del nostro tempo diventano mali buffoneschi che si abbattono sui protagonisti, finanche ad annichilirli. Ma ogni storia resetta la situazione iniziale, come a dire che non importa quanto la sconfitta ti sia entrata nelle carni e nella mente: devi comunque svegliarti per andare a lavoro.

venerdì 3 aprile 2026

Incerti passeggeri - Recensione di La locomotiva dell'innocenza e Il vascello delle stelle di Yoshimi Uchida

 

Si è fatta attendere un po’ ma finalmente La locomotiva dell’innocenza è arrivata. La seconda raccolta di Yoshimi Uchida, pubblicata per la prima volta in Giappone nel 1981, approda questa settimana gli scaffali delle fumetterie italiane nell’edizione regular a cura di Hikari Edizioni, dopo che per alcuni mesi è circolata solo nella variant in formato kanzeban (non disponibile per il retail ma in esclusiva per lo scorso Lucca Comics & Games e sul sito dell’editore).

Il mio primo incontro con Uchida è avvenuto circa tre anni fa, quando lo sguardo lontano e speranzoso degli elfi in copertina mi convinse a comprare Il vascello delle stelle, pubblicato nel 1977 in originale. Confesso che rimasi piuttosto deluso da quella lettura: mi aspettavo delle storie fantasy epiche e melanconiche, non dei piagnistei sconclusionati. All’epoca sapevo ben poco di shōjo manga, e mi chiesi se quei racconti avessero ancora qualcosa da dire.
Siccome nel frattempo mi ero liberato da tempo della mia vecchia copia de Il vascello delle stelle e avevo letto (e apprezzato) i tre volumi di Liddell, quando ho recuperato la variant de La locomotiva dell’innocenza ho deciso di approfittare e prendere anche la variant della prima raccolta (grazie Vinted), così mi sono concesso una rilettura.

Dopo tre anni la mia opinione su Il vascello delle stelle è cambiata? Non particolarmente: l’ho trovato melenso e allucinatorio quasi come lo ricordavo, con l’eccezione di uno dei racconti (Zucca zucchetta). C’era tuttavia una piccola ma sostanziale differenza rispetto alla prima esperienza che avevo avuto del volume: adesso capivo quello che leggevo. Sapevo che quelle storie avevano un linguaggio tutto loro, che non si articolava secondo i momenti dell’intreccio, ma in una complessa orchestra di immagini, sensazioni, parole. Dovevo ascoltare tutto questo con il senso di fiducia con cui crediamo di poter raccontare i sogni al risveglio.

Fatte queste premesse, è innegabile che La locomotiva dell’innocenza sia un manga decisamente più maturo. Confrontando la raccolta con altre due opere precedentemente edite di Uchida in Italia (Il vascello delle stelle e Liddell, serializzato a partire dal 1982), si riesce a individuare un’evoluzione nell’approccio dell’autrice alla materia e al medium. Le storie contenute in Il vascello delle stelle avevano quasi tutte un’ambientazione giapponese e in generale non si distanziavano particolarmente dagli stilemi dello shōjo manga, sia nei temi dei racconti che nei disegni. In La locomotiva dell’innocenza è evidente che Uchida abbia distillato il proprio tratto, liberandolo dagli elementi più floreali e roboanti, e conquistato uno stile più serico, preludio alla freddezza vitrea di Liddell. La lezione tardo-preraffaellita mostra i frutti dei suoi innesti.

Per quanto riguarda le tematiche, la natura shōjo delle storie è sempre presente nelle opere di Uchida, ma anch’essa attraversa un’evoluzione. Ne Il vascello delle stelle, la più “tradizionale” delle tre, è regola di composizione. Ne La locomotiva dell’innocenza, invece, diventa più che altro un accessorio – un elemento che dà senso e tiene unita la visione d’insieme. In Liddell sarà infine un agente alieno, come una spina incarnita che porta all’infezione.
Un discorso affine si può fare sul sogno – leitmotiv dell’opera di Uchida. Se nella prima raccolta era un antidoto contro la realtà, soluzione di speranze impossibili, nella seconda appare come una sostanza più diluita: un suggerimento, un sospetto, un rimpianto. I passeggeri del vascello guardano l’orizzonte in attesa di un approdo, quelli della locomotiva sono incerti sul voler scendere. Il sogno tornerà infine in Liddell come una pozione nichilistica: una droga paralizzante che porta all’assuefazione e all’eternità. È il trionfo della stasi.

Al netto di intrecci un po’ “sciolti”, Uchida è in grado di confezionare opere stimolanti, grazie a una regia molto ispirata e a delle intuizioni grafiche di grande sagacia. La cosa che più apprezzo della sua produzione, e che mi ha fatto tornare sulle sue pagine nonostante la diffidenza che conservavo dalla prima impressione, è il virtuosismo con cui la mangaka armonizza gli elementi del suo immaginario. Dal surrealismo fiabesco di Zucca zucchetta all’illusione febbrile di Liddell, passando per gli inganni di La pioggia d’oro del giorno d’Ognissanti, gli attori della realtà e quelli fantasia della fantasia si contendono sempre il margine. E la loro lotta è così elegante da sembrare una coreografia.

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