lunedì 27 luglio 2026

Creaturine tascabili - intervista a Diletta Crudeli

Creaturine tascabili - cioè interviste con persone carine del mondo della scrittura e dell'editoria - è il nuovo format di cadutodalpero.it in cui chiacchieriamo di libri e di chi e come li fa.

La nostra prima ospite non le manda a dire. Autrice e responsabile editoriale per Moscabianca Edizioni, di solito preferisce parlare con gli animaletti del bosco ma oggi ha accettato di parlare con me: Diletta Crudeli.

*

Diletta, lei che creaturina tascabile si sente?

Sicuramente un Pokémon. Se devo sceglierne uno esistente direi Umbreon, altrimenti forse un tipo Spettro un po’ carino ma che sa usare Trick Room. Tipo Mimikyu, ma dalle fattezze più simili a un gatto. Qualcosa del genere.

Oggi sei responsabile editoriale per Moscabianca Edizioni. Ieri chi eri? Parlaci del tuo percorso nel mondo della pubblicazione e della scrittura.

Il mio percorso è iniziato con dei corsi tenuti dalla Scuola del Libro. Ero uscita dalla triennale (in Beni Culturali) non molto soddisfatta e anche abbastanza scontenta, per non dire infuriata, nei confronti del mondo accademico. A quel punto ho fatto un corso di editing e uno di scrittura creativa. Nel frattempo avevo aperto un blog e alla fine mi sono anche decisa a inviare dei racconti. Ad alcune riviste, prima, poi anche per delle raccolte e antologie. 
Sono arrivata a Moscabianca prima come autrice. La mia prima pubblicazione con la casa editrice è il racconto presente nell’antologia Prisma vol. 1. Dopo ci sono stati altri racconti, la curatela del volume HUMAN/, quella della collana Cuspidi e infine mi sono evoluta fino a essere responsabile editoriale. 
Il lavoro in editoria è andato quindi di pari passo con la scrittura e la pubblicazione. Per anni magari avevo pensato di scrivere qualcosa ma mai di pubblicarlo. Il momento in cui, anche grazie alla traduzione italiana della trilogia di Jeff Vandermeer, si è cominciato a parlare di new weird ho proprio pensato che alla fine era quello che mi sarebbe piaciuto vedere pubblicato e quello che forse sapevo scrivere. 

*

Uno dei tuoi compiti è valutare le proposte editoriali che arrivano in redazione. Quando leggi un manoscritto inedito, cos’è di solito che lo “eleva” rispetto agli altri? E cosa invece lo squalifica, nonostante magari una buona prima impressione?

La quantità di manoscritti che arriva nella nostra mail è assurda e assurda è anche la quantità di romanzi che si stampa in Italia. 
In mezzo a una iper produzione è bello scovare voci particolari, un utilizzo della lingua diverso, e anche storie che non hanno paura di risultare complesse, cercando di rielaborare temi e tropi del genere. Il romanzo di Claudia D’Angelo per esempio, Le Forze (uscito nel 2024) è stato scelto per questo. Si tratta di un romanzo ambientato in Italia ma va oltre le solite dinamiche del folklore, del mito e della superstizione. La scelta della struttura a cornice è quasi venuta naturale. 
Altra opera di carattere completamente diverso è il romanzo illustrato Lo specchio attraversò Alice di Reg Mastice. All’inizio l’autore ci aveva mandato solo questo grottesco libretto illustrato che mescolava Alice attraverso lo specchio e I delitti della Rue Morgue. L’impatto è stato straniante nel migliore dei sensi. Da lì è stata creata tutta l’impalcatura che circonda la storia relativa a questo libretto misterioso. Di nuovo un’opera strana ma capace di utilizzare alcune tematiche del fantastico al meglio, che sa mescolare teoria del complotto, horror e addirittura viaggi nel tempo.
Devo anche ammettere che almeno per me difficilmente qualcosa può fare una buona impressione e poi essere squalificato. Di solito la buona scrittura si riconosce subito e se questa non c’è è improbabile che si possa andare avanti.

*

Oltre al tuo lavoro in Moscabianca, sei anche autrice di fiction. Dai racconti ai romanzi, passando per le novelle, il filo conduttore della tua produzione si direbbe costituito da un immaginario “eclettico” ma in qualche modo coerente: creaturine del bosco, una periferia liminale, signore che prendono il tè. Tra i tuoi temi prediletti, invece, figurano l’ecologismo e la crudeltà infantile. Ti rivedi in queste definizioni? Cos’è che nutre la tua scrittura?

Assolutamente sì!
A me piace sempre dire che scrivo storie depresse con animali parlanti, mi sa che è un altro modo di riassumere quello che ho scritto fino a questo momento. 
Riguardo ciò che mi nutre non lo so, a livello tematico, o di storie che riescono a ispirarmi mi rendo conto che molto mi suggestiona, ma poi si ripresenta di nascosto all’interno di quello che scrivo anche dopo molto tempo. 
Poi è anche diventato naturale scrivere sempre qualcosa, ormai, anche se a dirlo può sembrare una posa, il che mi fa quasi vergognare. Una delle mie citazioni preferite sulla scrittura viene dal libro Incorreggibili di Paola Moretti: “non scrivendo scrivo”. 
Quando scrivo una storia penso ogni giorno ai suoi personaggi alla sua ambientazione, per me è un chiodo fisso. E se non sto scrivendo niente sto già pensando a qualcosa. Sempre Paola Moretti dice che non sa se credere a chi dice che scrivere è bellissimo. Sono d’accordo, per me è abbastanza dilaniante. Scrivere è un po’ far funzionare le cose e non sempre tutto funziona, o lo fa al primo colpo, tocca trasformare e trasformarsi molto. 
Ci sono ovviamente cose mi stimolano particolarmente, di solito vengono tutte da immagini che mi vengono in mente, conversazioni casuali, paesaggi, pensieri improvvisi. 
Una volta che l’immagine ha fatto presa nel mezzo a qualsiasi cosa io stia leggendo o vedendo mette radici. Piano pianto nasce tutto il resto. Non sempre è un processo che va a buon fine.

*

A quanto ho capito, il tuo primo romanzo lungo, Nuovo Dogma (Moscabianca Edizioni, 2025), è frutto di una lunga gestazione. Il suo mondo e i personaggi che lo abitano sono con te da molto tempo, ogni tanto sono apparsi anche in altri tuoi testi – ma inevitabilmente le persone e le scritture si evolvono. Come misureresti lo scarto tra la visione che avevi quando l’hai concepito e la forma in cui l’hai plasmato alla fine? Cosa hai perso e cosa hai guadagnato rispetto a quella Diletta Crudeli?

La primissima versione di Nuovo Dogma risale al 2016 e non si chiamava neanche così. Era diviso in tre parti e il primo volume si chiama Delocazione. Poi è stato messo in pausa perché volevo pubblicare su rivista (era un po’ il momento clou in cui ti dicevano settanta volte al giorno che per pubblicare dovevi passare su rivista). Quel "proto Dogma" è stato ripreso, poi messo da parte almeno altre due volte, poi alla fine con l’editing di Andrea Viscusi (abbiamo editato una parte alla volta e la seconda e la terza l’ho scritte da zero) ha preso questa forma. 
Sicuramente è cambiato molto soprattutto nel fatto che all’inizio non era così fantasy. Era molto più misticheggiante direi, probabilmente troppo criptico. Quando ero a un buon punto della nuova stesura di quella che sarebbe stata la prima parte, quella di Nicolas, mi sono resa conto di quanto fosse tornato fantasy. Ero un po’ tornata a casa. 
Credo che siano i miei personaggi ad averci guadagnato. Non erano così delineati e ben caratterizzati. Quello che ho perso è proprio quella sorta di flusso molto impulsivo e leggermente criptico. Mi divertiva molto, e forse in alcuni passaggi di Dogma è anche rimasto. Però è come se avessi un po’ addomesticato il modo in cui scrivo. A me piace tantissimo il suono delle frasi, il modo in cui si formano. Prima era più diretto, ora ci perdo molto tempo sopra.

*

Le penne italiane rappresentano una percentuale ridicolmente bassa del fantastico venduto nel nostro Paese (il 7%, seguita dal 42% del romance, secondo alcuni dati del 2023). Alcuni rivendicano l’identità di un “fantastico italiano”, che non sarebbe qualitativamente inferiore a quelli esteri. Altri fanno notare come la nozione stessa di “fantastico italiano” sia pretestuosa, perché un ipotetico canone non avrebbe alcuna caratteristica dirimente. Qual è la tua posizione a riguardo? Che ne pensi, come autrice e come “addetta ai lavori”, della scrittura del fantastico in Italia?

A me personalmente risulta molto difficile pensare di poter etichettare un fantastico italiano, e non perché non esiste. Semplicemente ci sono molti autori che sanno utilizzare al meglio il linguaggio e l’immaginario del fantasy, in modi completamente diversi tra di loro. Ovviamente per me è importante vederli nel catalogo di Moscabianca, ma comunque prima di tutto sono una lettrice: è innegabile che siano anche altrove, anche quando magari la casa editrice teme di poter utilizzare la parola fantasy, fantastico o via dicendo. 
Non riesco a capire il confronto con un titolo estero. Sarebbe meglio a quel punto parlare di come si comporta l’editoria all’estero e in Italia, e non solo fermarci a discutere del genere in questione, cercando di creare un’etichetta, un gruppo, un cosa? Un fandom? Ho come l’impressione che in Italia si parli di letteratura come si trattasse di tifoserie. E questo è stancante e controproducente.

*

Manga: l’ennesimo trend postpandemico o un linguaggio che cambierà il nostro modo di fare fiction?

Bella domanda. Oscillo spesso tra il pensiero che è tutta una bolla (che in parte è già esplosa, nonostante ormai i manga si trovino anche nelle librerie di catena) e il fatto che comunque ha fatto presa. 
Io sono cresciuta con gli anime e sono tornata ai manga solo da una quindicina d’anni ormai. Ed è innegabile che hanno plasmato il mio modo di immaginare e il mio modo di raccontare. Adesso che abbiamo attraversato in una fase di picco (e appunto, l’abbiamo passata?) ancora maggiore come potrà andare? Io stessa mi rendo conto che diverse opere influiscono molto su di me. Fino allo scorso anno per esempio non avevo letto niente di Tsutomu Nihei, che adesso sta venendo ripubblicato da Planet Manga. Le sue opere risuonano tantissimo con quello che scrivo, con quello che immagino. È un tassello in più. Se scrivi, se crei qualcosa, sei inevitabilmente una spugna ed è ormai inevitabile che il linguaggio del manga un minimo ci influenzi, se glielo lasciamo fare.

*

Grazie Diletta per essere stata con noi oggi. Per concludere: c'è una domanda che non ti ho fatto ma a cui vorresti rispondere? È la tua occasione!

Avresti dovuto chiedermi anche che ragazza magica mi sento!
Ovviamente Silver Millennium mi chiama a gran voce ma non posso negare che viste le meccaniche contorte e la questione dei desideri, mio grande punto debole nelle storie, non potrei che essere l’ennesima tizia che decide di stringere un patto con Kyubey. 

martedì 7 luglio 2026

Sottrazioni - recensione de «L'età della convivenza» di Kazuo Kamimura

 

Si può vivere insieme a un’altra persona eppure sentirla infinitamente distante? Questa domanda, pur non essendo mai formulata esplicitamente, riecheggia attraverso le tavole de L’età della convivenza, manga di Kazuo Kamimura pubblicato nei primi anni Settanta. L’opera (edita in Italia da J-Pop in 3 volumi, a lungo fuori catalogo e finalmente ristampata pochi mesi fa) raccoglie gli 80 capitoli della storia di Kyoko e Jiro: lei grafica pubblicitaria impiegata in azienda, lui illustratore freelance. I due non sono sposati, ma convivono in un appartamentino nei sobborghi di Tokyo, dove trascorrono le proprie giornate seguendo una routine piuttosto serrata, concedendosi qualche svago di tanto in tanto. Insomma, una vita assolutamente normale – così potremmo pensare.

 

I Settanta sono anni di forti mutamenti sociali in Giappone. Il paese, notoriamente legato ai propri modelli culturali, è attraversato da cambiamenti che riguardano il mondo del lavoro, l’assetto urbano, le esigenze materiali ed emotive dei cittadini. La fine del miracolo economico, con la crisi del petrolio del 1973, segna una battuta d’arresto nei tassi di nuzialità e natalità, inaugurando un crollo che continua inarrestabile fino a oggi. Dai giovani ci si aspetta che si sposino e mettano su famiglia, ma come conciliare questa richiesta con la ritrovata indipendenza sessuale ed economica delle donne, con l’aumento del costo della vita, con la transizione dall’ambiente rurale a quello urbano?

Questo è lo sfondo su cui si muovono Kyoko e Jiro. Ritratti dai pennelli dolceamari di Kamimura, i due conducono uno stile di vita – quello della convivenza – sconveniente agli occhi della popolazione più matura, ancora così legata alla tradizione. L’idea del matrimonio si affaccia saltuariamente tra le pagine, ma ogni volta viene respinta. Il motivo? Non viene mai spiegato, eppure ci sembra di avvertire l’insofferenza dei protagonisti: verso un futuro sempre incerto, sì, ma anche verso gli umori dell’altro/a. L’amore non basta a tenerli vicini, anzi spesso li rende ostili. I silenzi, le attese, le mancanze, le incomprensioni… ogni piccola sottrazione si addensa attorno a una perdita senza contorni di cui la violenza sembra essere l’unico codice.

domenica 28 giugno 2026

La differenza tra Tempo e Desiderio - recensione di «Anche le ragazze magiche vanno in pensione» di Park Seolyeon

Cosa ti resta da fare se a ventinove anni non hai realizzato niente nella tua vita e sei incastrata tra i debiti? Gettarti da un ponte, probabilmente. Almeno, questo è quello che pensava la protagonista di Anche le ragazze magiche vanno in pensione, prima di essere salvata da Ah Roa, la Ragazza Magica delle Profezie. È lei, infatti, a rivelarle che è destinata a diventare a sua volta la più potente tra le Ragazze Magiche – quella del Tempo – l’unica capace di scongiurare la minaccia della crisi climatica che altrimenti spazzerà via l’umanità. Ma bisogna fare molta attenzione alla differenza tra Tempo e Desiderio.

Il romanzo di Seolyeon Park, edito in Italia da Mondadori, si presenta come una rilettura del genere delle maghette in un’ottica post-Covid (sono certo che possiamo parlare del 2020 come dell’anno in cui è iniziata una nuova fase della contemporaneità). Mi ci sono imbattuto per la prima volta qualche anno fa, mentre raccoglievo il materiale per il Fushigi su Sailor Moon. Mi interessava scoprire come l’autrice avesse preso i trope del mahō shōjo, già masticati e sputati da Puella Magi Madoka Magica, e li avesse declinati secondo le difficoltà della nostra epoca: crisi del mercato del lavoro, post-umanesimo, cambiamento climatico, etc. Aimè, ci ho trovato ben poco di tutto questo.

Il mahō shōjo è sempre stato particolarmente ricettivo dei mutamenti sociali. Come io e June Scialpi scriviamo in conclusione a La promessa della luna. Genealogie di Sailor Moon (Moscabianca Edizioni, 2025): «il genere delle maghette si sviluppò tematizzando l’esperienza della gioventù femminile nel contesto della ripresa e del miracolo economico». Dopo Sailor Moon e i suoi mostri post-moderni, fu Puella Magi Madoka Magica a raccontare il desiderio consumista come inganno del potere. Mi aspettavo che Anche le ragazze magiche vanno in pensione seguisse i loro passi, e invece ci troviamo di fronte a un deragliamento.

Nel mondo tratteggiato da Park, le Ragazze Magiche costituiscono una sorta di comunità riconosciuta: non vivono in incognito, hanno le loro associazioni e possono trovare impiego in quanto tali. Mi aspettavo che l’autrice cogliesse l’occasione per parlare di lavoro (contratti, tasse, lavoro povero, etc.); invece, questi elementi di worldbuilding si limitano a fare da cornice. Anche la narrazione sulla crisi climatica, presentata come la più grande calamità mai abbattutasi sull’essere umano, si rivela un mero token della “propaganda woke”: nessun disastro climatico a parte un lungo acquazzone che fa allagare gli appartamenti interrati (più che altro una questione sociale, neanche questa indagata). L’urgenza del problema, peraltro, non si traduce in un cambio di paradigma, in una proposta alternativa, ma viene semplicemente inchiodata sulla pagina come un dogma.

Particolarmente fastidioso poi è il trattamento riservato al personaggio [spoiler alert] della “vera” Ragazza Magica del Tempo, la quale acquisisce i propri poteri in seguito a una violenza sessuale della quale si vendica. Il suo risentimento ne fa una nemica per le altre Ragazze Magiche e per tutta l’umanità, ma la sua psicologia non viene assolutamente indagata. Il suo personaggio è ridotto al torto che ha subito. Anche la riflessione sul perché a essere magiche sono solo le ragazze – l’universo individua di volta in volta la persona più infelice e sfortunata e le elargisce poteri come soluzione di equilibrio – mi è sembrata piuttosto goffa: quante Ragazze Magiche ci sono in Afghanistan, in Congo o sull’isola di Epstein? Al di là dell’accuratezza del “sistema magico” (che non è una cosa che ricerco, personalmente), mi sembra una grossa ingenuità da parte dell’autrice.

In realtà, Anche le ragazze magiche vanno in pensione aveva tanto potenziale. I primi capitoli sembrano recepire bene la tradizione del mahō shōjo, non solo a livello figurativo (lo specchio magico, la trasformazione), ma anche tematico: la sospensione del tempo, il desiderio materiale, una certa “sindrome dell’impostora” – tutti questi motivi che intessono le storie delle maghette di tutte le decadi vengono inseriti nel romanzo di Park, la quale tuttavia non riesce a svilupparli. Spesso, durante la lettura, mi è capitato di fare congetture sugli esiti della trama che sarebbero stati più interessanti di quelli effettivi: un pastiche di situazioni da anime di bassa lega. Alla fine dei conti, ci troviamo davanti a un testo che funziona come operazione commerciale, ma molto debole a livello letterario. Davvero un peccato, perché le premesse lasciavano ben sperare.

lunedì 15 giugno 2026

Doppio misto - recensione di «Melinoe vestita di zafferano» di Nicola Brami

 

Qualche sera fa discutevo con Paolo a proposito di un problema di filosofia della scienza. L’oggetto di discussione era il teletrasporto quantistico: invece di trasferire un corpo, il processo ne assembla una replica perfetta altrove nello spazio (compreso, ovviamente, il cervello e dunque i ricordi, il carattere, etc) e distrugge l’originale. Il problema è: se per caso l’originale non venisse distrutto, chi sarebbe il depositario della coscienza di quell’individuo? Che rapporto ci sarebbe tra il “sentire” dei due? Come si potrebbe distinguere l’originale dalla copia?

Nei primi capitoli di Melinoe vestita di zafferano, il protagonista Enea, un giovane professore di matematica, si pone all’incirca le stesse domande dopo che aver parlato a telefono con… se stesso. O comunque, con qualcuno che dice di essere lui e che risponde da casa sua. I sospetti di uno scherzo di cattivo gusto diventano quelli di un furto d’identità, poi di un’allucinazione, e lentamente si addensano in qualcosa di più sinistro. Oltre alla questione di questo “doppio” che se ne va in giro spacciandosi per lui, Enea deve anche affrontare la notizia della malattia di Nicola, suo fratello maggiore e incensato autore di romanzi, la crisi della relazione con la compagna Lorna e l’infatuamento nei confronti di Giulia, una delle sue studentesse.

L’identità e la sua continuità sono i temi centrali del romanzo di Nicola Brami. Leggendolo, mi è tornata in mente la questione del teletrasporto quantistico, specialmente in relazione al passaggio in cui Giulia chiede a Enea quale sia stato il momento della sua vita in cui è diventato la versione attuale di sé. Enea lo ricorda: un pomeriggio estivo della sua infanzia, nella casa di campagna dei genitori – è quella l’ultima volta in cui ha sentito di essere quel bambino.

È una cosa che le persone provano? – mi sono chiesto – un senso di estraneità rispetto a un sé passato. Ho pensato al me stesso prima della pandemia; prima cioè della rinuncia agli studi, dell’ipocondria, della mia prima relazione, della fine dei sabati in fumetteria a giocare a Yu-Gi-Oh!. Ho ereditato i ricordi di quella persona ma non ho più accesso al suo modo di sentire le cose, non so com’è che quel ragazzo percepiva il suo stare al mondo. Sento verso di lui lo stesso dubbio e la stessa estraneità che sento relativamente a un qualsiasi ex compagno di scuola.

Brami mette in scema uno dei topoi più celebri della narrativa occidentale, specialmente di quella a cavallo tra l’età moderna e contemporanea. Nel suo romanzo, tuttavia, il doppio non prende vita dagli scarti ripugnanti della coscienza, come in Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde e Il ritratto di Dorian Gray, ma appare come una presenza neutrale, anzi quasi positiva, più energica, più affabile. Lo abbiamo visto di recente – pur in maniera più esasperata – in The Substance: anche qui è l’io “originale” quello scartato, che si dissipa lentamente, in favore di una versione migliorata. Ma Brami si spinge più in là di Fargeat, arrivando a mettere in discussione il concetto stesso di identità.

Melinoe vestita di zafferano può essere definito un thriller sovrannaturale dal cuore new weird. Le pieghe degli eventi si susseguono con andamento vertiginoso, scivolando poco alla volta da situazioni eerie fino ad atmosfere allucinatorie. L’intreccio gode anche di una struttura a doppia voce, un romanzo nel romanzo che è anche gioco di specchi, il quale impartisce ritmo alla storia e, allo stesso tempo, fornisce indizi di lettura: tutto si disvela progressivamente, vorticando intorno a un denso finale.

L’unica cosa che non ho apprezzato particolarmente è stata la prosa. L’ho trovata piuttosto “esatta”, poco incline a quelle infiorescenze poetiche che possono fare la differenza tra il ben scritto e la bella scrittura. Il valore estetico del romanzo di Brami, peraltro, è molto informato dall’aspetto visivo (e sensoriale in generale) delle situazioni che il narratore descrive, e che a tratti ne fanno quasi l’ecfrasi di una pellicola – un’attitudine piuttosto popolare tra la narrativa di questo secolo, che sembra non riuscire a superare la predominanza dell’audiovisivo. (Forse avrei anche tagliato una settantina di pagine, but that’s me.)

lunedì 18 maggio 2026

Sale desolate e creature infelici - recensione di «Tower Dungeon» di Tsutomu Nihei

Dopo aver ucciso il re e rapito la principessa, il Necromante si è rifugiato al centesimo livello della Torre del Drago: un leggendario e gigantesco dungeon che fluttua nel cielo, pieno di creature spaventose, tesori e misteri. Se persino gli sforzi dell’armata reale non sono sufficienti a espugnare la Torre e a salvare la principessa, potrà mai farcela un campagnolo come Yuva, pur con la sua immensa forza? Potranno farcela Lilisen, l’irascibile piromante, o Eriquo, il mite cartografo?

Già autore dell’acclamato Blame! e di Knights of Sidonia, Tsutomu Nihei è tornato al tavolo da disegno con un’opera tanto classica quanto insolita. Come s’intuisce dal titolo, Tower Dungeon esplora (pun intended) quello che forse è il più inflazionato dei trope del genere fantasy, inaugurato con la pubblicazione di Dungeons & Dragons. Sulla scorta delle opere di Tolkien, il famoso gioco di ruolo ha dettato una grandissima porzione dell’immaginario fantasy, e da allora l’elemento del dungeon si è legato a doppio filo a questa tradizione narrativa e figurativa fatta di palazzi in rovina e tesori sorvegliati da draghi.

 

Il manga di Tsutomu Nihei ripropone dunque una formula consolidata, senza particolari variazioni sul tema: c’è la fortezza, c’è il drago, c’è la damigella in pericolo. E tuttavia, fin dalle prime pagine Tower Dungeon dà l’impressione di essere qualcosa di diverso, che quella degli eroi che sbaragliano mostri nei labirinti sia solo una patina. Il primo “boss”, per esempio, non viene sconfitto in un combattimento mozzafiato in cui i protagonisti danno prova dello loro abilità, ma attraverso uno stratagemma che richiede risorse e pianificazione, e che va a segno per il rotto della cuffia. Non c’è alcuno slancio eroico: solo uno sforzo ingegneristico che si può riprodurre in caso di insuccesso, al di là di chi lo mette in atto.

Il dungeon si presenta dunque come un ecosistema di sale desolate e creature infelici: un paesaggio da domare e depredare. Quello di salvare la principessa dalle grinfie del mostro diventa allora un mero pretesto per un’operazione di sciacallaggio. In seno a questa visione, le motivazioni del Necromante, al netto della sua abiezione, assumono i contorti non già di un piano individualistico, di affermazione di potere politico e materiale, bensì di una vendetta ecologica. Persino i mostri che infestano i piani della Torre, dopotutto, non sono altro che abitanti di un luogo ostile: non c’è niente di intrinsecamente malvagio o folle in loro.

Il disegno “spartano” del maestro Nihei, spogliato dai manierismi più tipici del manga, dà sostanza a una storia incerta, magra di introspezioni. Il bestiario della Torre recupera Berserk attraverso Dark Souls, ma riplasma le creature in design decisamente più moderni. La regia delle tavole è quasi cinematografica, con inquadrature drammatiche di rara dignità che ricordano il minimalismo algido di Denis Villeneuve. Giochi di prospettive e proporzioni restituiscono profondità e immersione senza insistere nei dettagli: la sola eleganza delle composizioni e del design regge tutta l’impalcatura. In questo senso, la scelta essenzialissima dei contrasti – un bianco, un nero e un solo tono intermedio – è antifrastica per una storia che in realtà è piena di grigi.

D’altro canto, a volte Tower Dungeon riesce a essere fin troppo opaco. A fronte dello smantellamento delle strutture dell’epica non interviene alcuna alternativa, e la sceneggiatura soffre, in alcuni momenti, di un vago senso di ristagnamento. Se è vero che poco sappiamo delle intenzioni che serpeggiano attraverso i livelli della Torre, anche l’azione è ugualmente bandita, spesso richiusa dentro cesure. Il tratto denso e lo studio delle scene, dopotutto, parrebbero quasi suggerire una certa riottosità rispetto al dinamismo: le tavole sono quadri o istantanee, non frame di una pellicola. E anche l’intreccio, dopo un po’, rischia di sfilacciarsi.

Ciononostante, le carte in mano a Tower Dungeon hanno tutta l’aria di essere vincenti. Bisogna sperare che il maestro Nihei sappia giocarsele bene. Attualmente il manga è in corso, con 5 volumi pubblicati in Italia (da quei criminali di Panini) e un sesto in arrivo.

I più letti del mese