martedì 10 marzo 2026

Araldo di delusione - Proleterka di Fleur Jaeggy

Una decina di giorni fa, attirato dal titolo, ho cliccato su Chioma medioevale, uno dei microracconti che escono sul blog di Gorilla Sapiens Finzioni. È stata – s’intuisce dal nome del format – una lettura fulminea, una decina di secondi, ma mi ha lasciato addosso un senso di delicatezza e desiderio, come quando si contempla una bambolina antica vestita di pizzo e ci s’interroga sulla sua vita, le sue aspirazioni. Mi ha ricordato un libro che ho letto due anni fa, nelle fasi finali di un periodo difficile, e che sapeva del freddo sbarazzino di febbraio, una scrittura serica e caliginosa, e per questo mi ha fatto venire voglia di leggere qualcos’altro di quell’autrice. Il libro – l’avrete indovinato, a questo punto – era I beati anni del castigo, e l’autrice naturalmente era Fleur Jaeggy.

Non so di preciso cosa mi abbia spinto verso Proleterka, considerato che Il dito in bocca, il suo esordio, è appena ricomparso in libreria. Forse è stata l’idea della nave e del viaggio, oppure l’incipit secco. «Sono passati molti anni e questa mattina ho un desiderio improvviso: vorrei le ceneri di mio padre». È suonato dentro di me come un comando insindacabile, e non mi è stato possibile guardare altrove. 

A fare da guida tra le pagine del romanzo è la voce narrante impettita e un po’ lunatica della protagonista, la quale racconta dell’ultimo viaggio insieme a suo padre, poco prima che una vecchia malattia lo stronchi, a bordo della Proleterka. La cronaca emozionale della crociera nell’arcipelago greco si alterna a epilli in prosa sulla biografia della protagonista, che si presenta solo come «la figlia di Johaness»: la sua infanzia con l’inflessibile nonna materna; le passeggiate nei giardini in fiore come una sorta di penitenza; il fantasma vivente della madre; l’ombra della famiglia paterna. Tutta la narrazione è percorsa da un afflato fatalista: ogni dettaglio diventa indizio, e la figura claudicante di Johaness si trasfigura in un araldo di delusione, il suo sguardo torvo un’aspettativa irrealizzabile a cui sottrarsi.

Pubblicato più di dieci anni dopo I beati anni del castigo, Proleterka se ne distanzia sia nelle soluzioni stilistiche, adottando una sintassi ostinatamente paratattica, sia nell’atmosfera generale. Se le pagine del primo spandevano un’aria alpina, come un profumo di fiorellini bianchi e acqua sorgiva, qui si attraversano capitoli che odorano di tabacco e lacca per legni. Non c’è nostalgia, nessuna illusione: solo rancori lasciati a impolverarsi.

La prosa di Fleur Jeaggy testimonia le potenzialità della parola come mezzo espressivo. La sua ricerca estetica la conduce dove i media visivi (che negli ultimi anni hanno molto condizionato il nostro modo di intendere la scrittura) non possono spingersi. Nonostante o, forse, proprio a causa di una certa ostilità del testo, che procede quasi a singhiozzi e non ha sempre piacere a farsi intendere, non si può fare a meno di rimanerne stregati. E così, leggendo Proleterka ho sentito affiorare i ricordi dei pomeriggi passati con mia nonna in cattedrale, come richiamati da un incantesimo – il turgore del legno delle panche, il gelo indifferente della pietra, l’aroma d’incenso, il tintinnare dei rosari, il suo profumo da signora che nella mia testa è per sempre legato alle pellicce e alle sante.

2 commenti:

  1. Un'autrice che non ho mai letto, ma che mi interessa da un po' (nello specifico, da quando ho trovato per caso Sono il fratello di XX in una libreria qui a Londra). Tra i due titoli che invece hai letto tu, da quale consiglieresti di cominciare?

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    1. Ti direi di cominciare senza dubbio da I beati anni del castigo. Proprio in questo momento sto iniziando una rilettura. In generale è uno dei romanzi che mi ha lasciato di più, a cui torno con il pensiero più spesso. Tra i due è anche quello con la prosa più "genuina": Proleterka dimostra un'elaborazione stilistica più evoluta, ma ho avuto l'impressione che la scrittura si sbracciasse, in alcuni passaggi, e diventasse più una distrazione che altro.

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