lunedì 18 maggio 2026

Sale desolate e creature infelici - recensione di «Tower Dungeon» di Tsutomu Nihei

Dopo aver ucciso il re e rapito la principessa, il Necromante si è rifugiato al centesimo livello della Torre del Drago: un leggendario e gigantesco dungeon che fluttua nel cielo, pieno di creature spaventose, tesori e misteri. Se persino gli sforzi dell’armata reale non sono sufficienti a espugnare la Torre e a salvare la principessa, potrà mai farcela un campagnolo come Yuva, pur con la sua immensa forza? Potranno farcela Lilisen, l’irascibile piromante, o Eriquo, il mite cartografo?

Già autore dell’acclamato Blame! e di Knights of Sidonia, Tsutomu Nihei è tornato al tavolo da disegno con un’opera tanto classica quanto insolita. Come s’intuisce dal titolo, Tower Dungeon esplora (pun intended) quello che forse è il più inflazionato dei trope del genere fantasy, inaugurato con la pubblicazione di Dungeons & Dragons. Sulla scorta delle opere di Tolkien, il famoso gioco di ruolo ha dettato una grandissima porzione dell’immaginario fantasy, e da allora l’elemento del dungeon si è legato a doppio filo a questa tradizione narrativa e figurativa fatta di palazzi in rovina e tesori sorvegliati da draghi.

 

Il manga di Tsutomu Nihei ripropone dunque una formula consolidata, senza particolari variazioni sul tema: c’è la fortezza, c’è il drago, c’è la damigella in pericolo. E tuttavia, fin dalle prime pagine Tower Dungeon dà l’impressione di essere qualcosa di diverso, che quella degli eroi che sbaragliano mostri nei labirinti sia solo una patina. Il primo “boss”, per esempio, non viene sconfitto in un combattimento mozzafiato in cui i protagonisti danno prova dello loro abilità, ma attraverso uno stratagemma che richiede risorse e pianificazione, e che va a segno per il rotto della cuffia. Non c’è alcuno slancio eroico: solo uno sforzo ingegneristico che si può riprodurre in caso di insuccesso, al di là di chi lo mette in atto.

Il dungeon si presenta dunque come un ecosistema di sale desolate e creature infelici: un paesaggio da domare e depredare. Quello di salvare la principessa dalle grinfie del mostro diventa allora un mero pretesto per un’operazione di sciacallaggio. In seno a questa visione, le motivazioni del Necromante, al netto della sua abiezione, assumono i contorti non già di un piano individualistico, di affermazione di potere politico e materiale, bensì di una vendetta ecologica. Persino i mostri che infestano i piani della Torre, dopotutto, non sono altro che abitanti di un luogo ostile: non c’è niente di intrinsecamente malvagio o folle in loro.

Il disegno “spartano” del maestro Nihei, spogliato dai manierismi più tipici del manga, dà sostanza a una storia incerta, magra di introspezioni. Il bestiario della Torre recupera Berserk attraverso Dark Souls, ma riplasma le creature in design decisamente più moderni. La regia delle tavole è quasi cinematografica, con inquadrature drammatiche di rara dignità che ricordano il minimalismo algido di Denis Villeneuve. Giochi di prospettive e proporzioni restituiscono profondità e immersione senza insistere nei dettagli: la sola eleganza delle composizioni e del design regge tutta l’impalcatura. In questo senso, la scelta essenzialissima dei contrasti – un bianco, un nero e un solo tono intermedio – è antifrastica per una storia che in realtà è piena di grigi.

D’altro canto, a volte Tower Dungeon riesce a essere fin troppo opaco. A fronte dello smantellamento delle strutture dell’epica non interviene alcuna alternativa, e la sceneggiatura soffre, in alcuni momenti, di un vago senso di ristagnamento. Se è vero che poco sappiamo delle intenzioni che serpeggiano attraverso i livelli della Torre, anche l’azione è ugualmente bandita, spesso richiusa dentro cesure. Il tratto denso e lo studio delle scene, dopotutto, parrebbero quasi suggerire una certa riottosità rispetto al dinamismo: le tavole sono quadri o istantanee, non frame di una pellicola. E anche l’intreccio, dopo un po’, rischia di sfilacciarsi.

Ciononostante, le carte in mano a Tower Dungeon hanno tutta l’aria di essere vincenti. Bisogna sperare che il maestro Nihei sappia giocarsele bene. Attualmente il manga è in corso, con 5 volumi pubblicati in Italia (da quei criminali di Panini) e un sesto in arrivo.

lunedì 11 maggio 2026

Ho vinto il Premio Urania Short 2026

I don’t do premi letterari. È un mio paletto da quando partecipai al Premio Italo Calvino 2019 e la giuria stese una scheda di lettura in cui si parlava di cose che nel mio romanzo non c’erano. Era un lavoro acerbo, questo lo ammetto, e credo che non avrebbe comunque meritato di essere in finale, anche se fosse stato considerato con la giusta attenzione. Ma da quel momento ho sempre nutrito un forte sospetto verso i premi letterari, e mi sono guardato bene dal parteciparvi. Forse anche per questo ho aspettato tanto prima di inviare Quegli anni su Agalia al Premio Urania Short, la sezione per racconti brevi dello storico premio italiano di fantascienza. Perché, alla fine, ho deciso di farlo? Se devo dare una risposta sincera, direi che non immaginavo una collocazione più indicata per questa storia.

Il racconto, al netto di qualche giro di (auto)editing, era pronto all’incirca dal 2022; eppure ogni anno, quando si avvicinava l’apertura della call per il Premio Urania Short, non mi risolvevo a inviarlo. Credevo che non ne avrei cavato niente, che la redazione fosse interessata a un altro tipo di scrittura e di fantascienza. Per questo sono stato piuttosto sorpreso, lo scorso marzo, di ricevere la telefonata di Franco Forte, direttore editoriale di Urania, che mi comunicava che il racconto mi era valso un posto in finale. E talmente inverosimile mi sembrava addirittura arrivare primo, che durante la cerimonia di premiazione ho davvero pensato di essere lì per sbaglio, specie quando il mio nome ci metteva così tanto a comparire nella classifica. E invece, alla fine, ho vinto.

Quegli anni su Agalia è scritto dal punto di vista della moglie di un diplomatico: un diario tenuto durante il soggiorno della coppia su un pianeta ai margini della galassia. L’ambientazione è dunque piuttosto classica, un omaggio alla space opera, ma in una salsa molto meno epica – no alle battaglie tra le stelle, sì a cenette informali in salotti stile space age. Alla protagonista, Agalia appare come un posto meraviglioso e ricco di possibilità, un Eden finalmente ritrovato in cui il conflitto e la crudeltà non hanno posto. E purtroppo per lei, non si sbaglia.

Quegli anni su Agalia uscirà a ottobre in edicola, in appendice al romanzo vincitore firmato da Andrea Micalone (titolo work in progress), insieme a Cronofagia di Giuseppe Mascolo, con cui ho condiviso il primo posto. Spero che lo leggerete e che vi lascerà qualcosa. Quassù ho lasciato una piccola composizione grafica che avevo preparato qualche mese fa. Immaginatela come una sorta di copertina del mio racconto, in attesa dell’uscita in edicola.

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Grazie a June, che ha letto questo e molti altri racconti per prima. A Maria Paola, che mi ha dato suggerimenti preziosi. A Giovanni, senza il cui entusiasmo non l’avrei mai inviato. Ad Antonio e Caterina, che mi fanno sentire sempre a casa.

Questa vittoria, di nuovo, è per zio Tonino. Aspettavo che arrivasse lunedì per venire a dirti di persona che ero in finale, ma immagino che dove sei ora non ci siano lunedì.

giovedì 7 maggio 2026

Fate in scatola - Recensione di «Il dio dei bisogni» di Philip Gelatt e JT Petty

Nel 2011, quando Steve Jobs morì, io andavo ancora al liceo, dove facevo parte della redazione del giornalino scolastico. Quell’autunno pubblicammo un pezzo su di lui, riprendendo una suggestione che circolava parecchio sui media online: le tre mele che hanno cambiato la storia – quella di Eva, quella di Newton e quella di Jobs. Allora non sapevamo che l’ex CEO della Apple, in realtà, non fosse un informatico, né che la sua “mela” avesse ben poco a che fare con la fame di conoscenza e con quegli altri perbenismi umanistici che si insegnano in un liceo classico di provincia. Senza che lo sospettassimo, i media ci stavano evangelizzando a una figura quantomeno ambigua. Jobs infatti non programmava i computer: li confezionava.

Del protagonista e narratore di Il dio dei bisogni, novella di Philip Gelatt e JT Petty edita in Italia per Zona42, si potrebbe dire una cosa molto simile. In questo racconto di fantascienza, Sullivan Kingsley, co-fondatore di MAGi (solo a me ricorda iOS, iPhone etc?), è di gran lunga l’uomo più ricco e influente del pianeta. Con il contributo del genio del marketing Margaret, ha messo su un’azienda che produce e vende articoli magici, confezionati a partire da creature fantastiche – unicorni, demoni, fate. Quello che i clienti non sanno, tuttavia, è che Sullivan non è un mago: le creature che impacchetta non le evoca lui, bensì una macchina costruita dalla sua ex socia Nancy, sulla cui scomparsa non è mai stata fatta chiarezza.

La voce di Sullivan detta un racconto spietato pur nella sua innocenza. Un narratore in prima persona moralmente assente, incapace di guardarsi dentro se non con autocompiacimento – si potrebbe persino ridere con lui, non fosse così riprovevole. Il ritmo della narrazione è serrato, non c’è tempo per riflettere. Anche la lingua è pragmatica, studiata per una lettura agile, senza grandi elaborazioni stilistiche. Alla fine dei conti, sono i personaggi e la trama i punti di forza della novella, che si puntella su un corredo di macchiette dal quale non ci si vorrebbe separare mai – bello, ma non ci vivrei.

Quello firmato da Gelatt e Petty è un concentrato di satira che fa poco mistero del suo sprezzo per i super-ricchi: individui senza particolari talenti, spesso e volentieri privi di scrupoli. Mistificatori e parassiti. Per gente di tale calibro, le persone sono mezzi e il denaro solo un principio di autoaffermazione, la manifestazione inoppugnabile di un ego smisurato e, naturalmente, molto molto fragile. Sullivan è l’epitome di questa figura: un «sestilionario» senza alcuna vera aspirazione costruttiva, un mero agente di consunzione materiale ed emotiva.

In Il dio dei bisogni persino la magia è spogliata di ogni meraviglia e diventa una cosa a metà tra asset finanziario e segreto aziendale. Il mondo della novella non è però una proiezione distopica: è appena una versione un po’ ridipinta di come vanno le cose qui da noi oggi, in questo ventunesimo secolo dove ogni cosa esiste solo come occasione di profitto. L’immagine delle “fate in scatola” forse ci fa sorridere, ma è il sorriso amaro di quando ci si riconosce in una parodia, non importa quanto violenta.

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Un grazie va a Giovanni per aver solleticato il mio interesse per questo libro e un altro invece va a Zona42 per avermelo mandato.

lunedì 4 maggio 2026

(Non) un libro sul calcio - Recensione di Polvere di Piksi di Barbi Marković

 

Quest’anno, per la terza volta di fila, la nazionale italiana di calcio non si è qualificata ai Mondiali. La stampa non ha mancato di notare che, oltre alla frustrazione generale della tifoseria, i futuri cittadini italiani stanno crescendo senza vedersi rappresentati nel più seguito evento sportivo al mondo. Una nazione come la nostra, che ha imparato l’inno dalle bocche dei calciatori – il «poropò-poropò» delle trombe, il trionfale «sì!» in chiusura – per molti anni ha fatto di questa tradizione un grande fattore di coesione sociale e culturale. Che una tale perdita avvenga poi all’altezza della Generazione Alpha, così incomprensibile e spesso terrificante per noialtri, la rende ancora più amara. Ma non la staremo facendo troppo filosofica? Dopotutto, parliamo solo di uomini sudati che corrono dietro a un fagotto di pelle di animale – giusto?

Come me, neanche Barbi Marković è mai stata particolarmente amante del calcio. Nel suo pseudo-memoir un po’ schizofrenico – lei è questa – la scrittrice belgradese (già autrice di Minihorror) ritesse gli anni della sua infanzia passata alla stadio dove suo padre, Slobodan, la portava per ogni compleanno. Polvere di Piksi, edito in Italia da Voland, è il racconto di un rapporto padre-figlia che può trovare veicolo e sostanza solo nel calcio. Agli occhi di Slobodan, Barbi è visibile soltanto come una potenzialità: non ha avuto il figlio maschio che sperava, ma può ancora avere una calciatrice o al limite un’appassionata di calcio. Il suo mondo è tutto lì, nel prendere a pedate un pallone. Per questo, il giorno dell’ottavo compleanno di Barbi, Slobodan le spolvera addosso la terra sollevata dalle scarpe di Dragan Stojković, detto Piksi, il mitico attaccante jugoslavo: se neanche questa polverina magica, contrabbandata neanche fosse una droga, riuscirà a farla appassionare al pallone, allora non c’è proprio speranza.

A fare da fondale al racconto è la Jugoslavia a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. «Nelle strade del centro città regna un meraviglioso caos. Panetterie, clacson, gente alla moda, musica. Questa vivacità potrebbe distrarre dal fatto che qui ci sono poche tutele per le persone più vulnerabili. Ciò nonostante, bei tempi». Il generale Tito è morto da una decina d’anni, sui Balcani soffiano venti di secessione. «Tutte le comunità di cui faccio parte si sgretolano. Il gruppo di danza si scioglie. Slobodan Marković si trasferisce». In questa cornice, ai quarti di finale di «Italia ‘90», Argentina contro Jugoslavia, la posta è altissima: nello stadio fiorentino, la squadra jugoslava offre l’ultima possibilità alla nazione di rivedersi in se stessa, e l’ultima occasione per Barbi di rendersi visibile agli occhi di suo padre.

In Polvere di Piksi, la mitologia familiare è intrecciata al racconto storico, e il filo che le lega è proprio il calcio: non uno sport, ma un rituale. Marković imposta la narrazione come una vera e propria telecronaca, beffandosi del registro epico che accompagna le azioni dei giocatori in campo e trasformandolo in una lingua grottesca, nei modi come nelle intenzioni. In questa storia, Slobodan Marković è un uomo leggendario e insieme un nessuno: un padre come tanti, carico di debolezze ma senz’altro simpatico; eppure, almeno per sua figlia, un essere eccezionalmente inetto. Barbi Marković descrive una figura con cui è impossibile pacificarsi, usando parole di rabbia e pietà che non trovano mai un bilanciamento. Sentimenti simili sono rivolti alla nazione: un popolo brutale e pieno di incertezze, destinato alla sconfitta. Le metafore di guerra, tipiche delle telecronache, riecheggiano profetiche.

L’ultima grande protagonista/antagonista del libro è la scrittura, che viene spesso tematizzata in segmenti extradiegetici. L’autrice la esibisce con finto orgoglio isterico, smascherandone la natura burlesca. La sua cifra stilistica non ha a che fare con il lessico o la sintassi, non è una questione retorica: è un atteggiamento narrativo, un gioco di astuzia. Barbi Marković – pensi di aver capito il suo trucchetto, ma lei è sempre due passi avanti a te. Per esempio, quando dice che Polvere di Piksi non è un libro sul calcio. D’altronde, chiunque saprebbe riconoscere un libro che parla di calcio da uno che usa il calcio per parlare d’altro. Eppure, una volta girata l’ultima pagina, questa premessa che mi ha accompagnato per tutta la lettura sembra essere la burla definitiva.

Come anticipavo, del calcio non mi è mai importato granché. Da bambino ho sempre avvertito una certa coercizione nella domanda «che squadra tifi?», come se fosse assolutamente inammissibile non seguire il calcio. Rispondevo «Juve» pur di dire qualcosa, perché era la squadra di mio padre, perché non potevo permettermi di essere meno maschio di uno che non sa niente di pallone. Ho ritrovato molto di questo in Polvere di Piksi. E ho anche ripensato a quell’estate del 2006, la vittoria ai Mondiali, «il cielo è azzurro sopra Berlino» – indossavo una maglietta con il tricolore, leggevo Paperinik. Ricordo i nomi dei calciatori, nella mia testa suonano come quelli di re. Sapevo cosa significava «nazione». Forse, alla fine dei conti, ho davvero letto un libro sul calcio. Me l’hai fatta anche stavolta, Marković!

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Ringrazio infinitamente Voland di avermi fornito la copia per scrivere questa recensione.

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