giovedì 7 maggio 2026

Fate in scatola - Recensione di «Il dio dei bisogni» di Philip Gelatt e JT Petty

Nel 2011, quando Steve Jobs morì, io andavo ancora al liceo, dove facevo parte della redazione del giornalino scolastico. Quell’autunno pubblicammo un pezzo su di lui, riprendendo una suggestione che circolava parecchio sui media online: le tre mele che hanno cambiato la storia – quella di Eva, quella di Newton e quella di Jobs. Allora non sapevamo che l’ex CEO della Apple, in realtà, non fosse un informatico, né che la sua “mela” avesse ben poco a che fare con la fame di conoscenza e con quegli altri perbenismi umanistici che si insegnano in un liceo classico di provincia. Senza che lo sospettassimo, i media ci stavano evangelizzando a una figura quantomeno ambigua. Jobs infatti non programmava i computer: li confezionava.

Del protagonista e narratore di Il dio dei bisogni, novella di Philip Gelatt e JT Petty edita in Italia per Zona42, si potrebbe dire una cosa molto simile. In questo racconto di fantascienza, Sullivan Kingsley, co-fondatore di MAGi (solo a me ricorda iOS, iPhone etc?), è di gran lunga l’uomo più ricco e influente del pianeta. Con il contributo del genio del marketing Margaret, ha messo su un’azienda che produce e vende articoli magici, confezionati a partire da creature fantastiche – unicorni, demoni, fate. Quello che i clienti non sanno, tuttavia, è che Sullivan non è un mago: le creature che impacchetta non le evoca lui, bensì una macchina costruita dalla sua ex socia Nancy, sulla cui scomparsa non è mai stata fatta chiarezza.

La voce di Sullivan detta un racconto spietato pur nella sua innocenza. Un narratore in prima persona moralmente assente, incapace di guardarsi dentro se non con autocompiacimento – si potrebbe persino ridere con lui, non fosse così riprovevole. Il ritmo della narrazione è serrato, non c’è tempo per riflettere. Anche la lingua è pragmatica, studiata per una lettura agile, senza grandi elaborazioni stilistiche. Alla fine dei conti, sono i personaggi e la trama i punti di forza della novella, che si puntella su un corredo di macchiette dal quale non ci si vorrebbe separare mai – bello, ma non ci vivrei.

Quello firmato da Gelatt e Petty è un concentrato di satira che fa poco mistero del suo sprezzo per i super-ricchi: individui senza particolari talenti, spesso e volentieri privi di scrupoli. Mistificatori e parassiti. Per gente di tale calibro, le persone sono mezzi e il denaro solo un principio di autoaffermazione, la manifestazione inoppugnabile di un ego smisurato e, naturalmente, molto molto fragile. Sullivan è l’epitome di questa figura: un «sestilionario» senza alcuna vera aspirazione costruttiva, un mero agente di consunzione materiale ed emotiva.

In Il dio dei bisogni persino la magia è spogliata di ogni meraviglia e diventa una cosa a metà tra asset finanziario e segreto aziendale. Il mondo della novella non è però una proiezione distopica: è appena una versione un po’ ridipinta di come vanno le cose qui da noi oggi, in questo ventunesimo secolo dove ogni cosa esiste solo come occasione di profitto. L’immagine delle “fate in scatola” forse ci fa sorridere, ma è il sorriso amaro di quando ci si riconosce in una parodia, non importa quanto violenta.

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Un grazie va a Giovanni per aver solleticato il mio interesse per questo libro e un altro invece va a Zona42 per avermelo mandato.

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