I paesini sono luoghi iniqui, infestati di sentimenti irrisolti. La speranza viene lasciata a macerare finché non si trasmuta in esaltazione o rancore. Alba però questo non lo sa ancora, perché non è mai stata a Decluna. Almeno finché una telefonata non la richiama nel paese della madre da cui è stata abbandonata da piccola, proprio in occasione della sua dipartita. Una volta lì, scoprirà un che di familiare in quei posti mai visti prima, una sensazione dal sapore dolceamaro. E mentre il paese si prepara a festeggiare la sua santa patrona, Alba dovrà fare i conti con un passato ben più antico della sua infanzia.
Nelle pagine di Decluna, Federica Leonardi dà prova di una grande gestione della tensione: il ritmo è incalzante, gli indizi acutamente disposti. La scrittura gode poi di un comparto retorico galvanizzante, ricco di immagini vivide e originali, che l'autrice padroneggia senza apparente sforzo e senza avvicinarsi allo stucchevole. Uniche pecche: una certa prevedibilità di alcuni passaggi di trama, imputabile anche al canone in cui il romanzo si inserisce; e delle battute finali un po' troppo al cardiopalma.
Decluna raccoglie con grande consapevolezza la tradizione del genere folk horror, in particolare di quel filone ispirato ai culti della fertilità, qui con una declinazione tutta italica; vi infonde poi una vena gotica, che a tratti richiama il cosmic horror; e conclude con una spolverata di anni '90. Il risultato è un racconto stratificato che parla di eredità e di perdita, di distacco e di appartenenza, di crisi e di rinascita, e dotato di un'anima profondamente millennial. È un bagno nostalgico e rituale sul confine di quel mondo che abbiamo perso a vantaggio del "progresso".

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