Mentre inizio a scrivere questo appunto penso a tutte le volte che dovrò manipolare la parola con la S per aggirare l’algoritmo. E quindi, forse, preferisco non usarla affatto, perché ho l’impressione che il romanzo, in fondo, parli di qualcos’altro – e contemporaneamente, proprio di questo. E mentre cerco immagini su Pinterest e inserisco il nome del libro, il sito mi oscura i contenuti e mi chiede se ho bisogno di aiuto. Lo schermo fa quello per cui è fatto: schermare.
Cosa rimane di questo romanzo senza la sua trama? Solo il vorticare senza regole delle sensazioni e delle memorie corrotte di una mente-alveare, scontornata, come quella che narra la vicenda. La sua voce, come un coro febbrile, fonda il culto delle sorelle Lisbon, dei loro misteri che sfuggono ad ogni ermeneutica e chiedono solo di essere contemplati.
La penna di Jeffrey Eugenides si muove dunque tra le siepi di una wasteland suburbana, in cui il ronzio di crisope evoca venti di recessione. È un mondo in cui la bellezza non è concessa per natura, ma va ricomposta come attraverso una giustapposizione di frammenti di vetro, correndo il rischio di tagliarsi. La scrittura che illumina le pagine del romanzo racconta di un ecosistema mostruosamente sterile, in cui ogni impulso estetico è destinato a soffocare nella bruttura cosmica.
Quello che sappiamo, in fin dei conti, lo possiamo solo intuire mentre con le dita ci schermiamo dal fulgore delle sorelle Lisbon – se ne vanno come Cassandre d’incubi mondani, incoronate da aureole di pizzo e denim – e che poi tessiamo insieme in confessioni sinestetiche. Così la bellezza diventa una pratica che si può disimparare.

Nessun commento:
Posta un commento