Un giorno sei a casa e ti accorgi che la persona che ti sta accanto non è più lei. I suoi occhi galleggiano nel vuoto degli abissi, dove riposa una tenebra gelida e senza tempo. Tutte le attenzioni che le rivolgi le passano attraverso, e i ricordi che cerchi di rievocare, irrimediabilmente, si sciolgono. Ti chiedi quanto sia reale la vita che stai vivendo.
Leah è tornata da una missione sul fondo dell’oceano. È rimasta intrappolata a bordo del sommergibile per sei mesi a causa di un malfunzionamento: sei mesi in un bolo di tenebre e acqua. E in tutto questo tempo Miri, sua moglie, non ha ricevuto sue notizie. In alcuni momenti, in effetti, ha preferito piangerla. Ma ora Leah è di nuovo a casa… solo che non lo è, non completamente.
Ne Le nostre mogli negli abissi ogni pagina è come un velo, uno strato protettivo contro la verità che segue una logica di emozione più che di tempo. Le due narratrici-protagoniste si alternano in un duetto che si fa progressivamente controcanto: se da un lato Miri ripercorre le tappe della loro relazione, Leah sprofonda in elucubrazioni sull’oceano e sui suoi misteri.
Julia Armfield ci accompagna in un viaggio negli abissi della psiche, antri popolati da creature incomprensibili. Più che comporsi, la storia si disgrega, una parola alla volta. Quella di Armfield è una prosa delicata ma inesorabile, quasi anestetizzante. Il risultato è un romanzo di un’oscurità limpidissima.
(recensione scritta insieme a June Scialpi)

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