Forse salgo un po’ in ritardo sull’Ottessa-Moshfegh-hype-train, ma tant’è. Quando Lapvona venne annunciato era *the real deal* ma da allora era un po’ sparito dalla circolazione – un memento alla velocità con cui i libri “invecchiano” di questi tempi. Ma visto che avevo un libro dell’Universale Economica da riscattare per il compleanno (grazie Feltrinelli?), e considerato che avevo trovato il Mishima che cercavo tra l’usato di Libraccio, mi sono detto «perché no?».
Lapvona prende il nome dal posto in cui è ambientato, un villaggio alle pendici di un colle su cui troneggia il castello del signore locale. La vicenda, piuttosto ingarbugliata, si svolge in un contesto simil-altomedievale lungo corso di un anno, al ritmo delle stagioni che si rincorrono: alla fine, al ritorno della primavera, l’ordine costituito su cui insistevano le premesse del romanzo sarà capovolto, come per una sorta di carnevale che non si è riusciti a mandare via.
A fare da perno degli eventi è Marek, un ragazzo deforme che anela al dolore fisico come forma di redenzione e avvicinamento a Dio. Attorno a lui ruota una giostra di sciagurati in cui il bene e il male, la ragione e la colpa si confondono: quel bruto di suo padre, il pecoraio Jude, che ama i suoi agnelli più di ogni altra cosa; Ina, la misteriosa nutrice che parla con gli uccelli e che ha più anni di quanti ne sappiano contare gli abitanti di Lapvona; Villiam, l’indolente tiranno che misura il valore delle cose solo in base a quanto lo intrattengono.
Ci ho messo un po’ per entrare “in contatto” con l’anima di Lapvona, intesa proprio come la sua parte più intima, e devo essere sincero: non è un testo facile da interrogare. Una delle cose che più apprezzo in un testo letterario è la sua capacità lasciarti con l’impressione di non essere riuscito a “prendere” tutto quello che aveva da dare. Alcuni frammenti del suo significato sono rimasti nascosti dove non potevi vederli: dietro la frase di un personaggio che non ha capito, nella descrizione di un paesaggio sonnacchioso. E Lapvona vi riesce senz’altro.
Confrontandomi con un amico mi sono chiesto se, alla fine dei conti, questo libro mi avesse lasciato davvero qualcosa. A livello più superficiale, somiglia a una tragedia shakespeariana – inganni, equivoci, ironia della sorte, tanto sangue – senza tuttavia una prospettiva organica di convergenza; anzi, l’impressione è quella di personaggi che, presi nei loro moti centrifughi, continuano a inciampare gli uni negli altri, e se convergono lo fanno con estrema insofferenza. Ma questa lettura rimaneva un po’ troppo legata al funzionamento del testo e mi parlava poco.
Il momento in cui il libro ha iniziato ad avere un significato (per me) è coinciso con una reazione assolutamente idiosincratica. Mentre leggevo, a un certo punto ho provato un moto involontario di pietà, e mi sono scoperto a desiderare la serenità dei personaggi. Anche se Moshfegh non ci costruisce un discorso compiuto attorno, da quel momento ho avuto la sensazione che il suo romanzo parlasse della facilità con cui le cose cambiano, di come i rapporti di potere possano stravolgersi, i legami trasformarsi, i desideri invertirsi. A dirla così sembra una morale sempliciotta, ma vi assicuro che mi è affondata dentro con quella violenza indolore e pulita che nelle fiabe si adopera per rubare i cuori della gente – immaginate la mano che s’infila nel petto come in una tasca, senza disperdere neanche una stilla di sangue.

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