lunedì 2 marzo 2026

Mi sbagliavo - Confessioni di una maschera di Yukio Mishima

 

Il mio primo incontro con l’opera di Yukio Mishima è avvolto nel mistero. Ricordo che, nei miei anni all’Università di Pisa, una persona che intellettualmente stimavo molto mi parlò di Confessioni di una maschera – «dovrebbe leggerlo, mi creda, le piacerebbe». Così me ne procurai una copia fresca di libreria e qualche tempo dopo le dissi che avevo iniziato a leggerlo, ringraziandola di avermelo consigliato. A quel punto lei mi colse di sorpresa: «non so chi gliel’abbia consigliato ma non sono stata io, non l’ho neanche mai letto». Tuttora non so se quella risposta fu dettata dalla sbadataggine o fu puro gaslighting – sarebbe stata capace di entrambe le cose – ma sono abbastanza sicuro, sulla base delle cose di cui parlavo con lei all’epoca, che avesse tutte le ragioni di presumere che potesse piacermi Mishima.

Be’, si sbagliava. O almeno in parte. Dopo quell’episodio interruppi la lettura di Confessioni di una maschera, e non ripresi in mano il libro fino al 2020, per poi metterlo via di nuovo senza concluderlo. Sentivo che la scrittura di Mishima mi piaceva, specie negli intermezzi descrittivi, ma la sua idea di narrativa mi frustrava. Con il senno di poi posso dire che era la *mia* idea di narrativa dell’epoca a essere molto ristretta. Così, reduce dalle letture di Neve di primavera e Abito da sera – il primo un Mishima molto solenne e spirituale, l’altro uno piuttosto mondano – lo scorso febbraio ho decretato che fosse il momento giusto per fare pace con Confessioni di una maschera. La nuova traduzione dal giapponese uscita per Feltrinelli, meno ampollosa di quella storica mediata dall’inglese, mi ha sicuramente aiutato in questo.

Per chi fosse late to the party, Confessioni di una maschera, narrato dal protagonista Kochan, è una retrospettiva sugli anni che vanno dalla sua infanzia alla sua prima maturità, e che abbracciano la prima metà dell’era Shōwa, epoca caratterizzata da un forte militarismo. Kochan si sente essenzialmente inadatto a vivere in un’era così rigida e pragmatica: debole di costituzione, ha finito con estetizzare ed erotizzare la violenza, al punto da arrivare a idealizzare una morte gloriosa. Le sue parole, unite al titolo del romanzo, lasciano costantemente intendere quanto sia attento all’immagine che gli altri hanno di lui: è un narratore che si perde in continue speculazioni sui propri pensieri, ragioni, azioni, al punto da far sospettare una qualche forma di sociopatia.

Al di là degli aspetti autobiografici che riecheggiano nelle pagine di Confessioni di una maschera – l’anno di nascita individuato nel 1925, la gelosia autoritaria della nonna, la tetra prefigurazione del suicidio rituale –, ciò che rende il romanzo davvero interessante è la rappresentazione schietta, quasi brutale del desiderio omosessuale. Kochan offre descrizioni piuttosto materiche dei corpi maschili, che contrastano una prosa spesso leziosa ed emotivamente distaccata. Sa essere persino tenero quando parla dei guanti e delle calze di Omi, l’amato compagno di scuola. Di contro, il suo rapporto con Sonoko, la sorella di un amico che diventa il suo amore adolescenziale, è sì affettuoso ma sempre molto calcolato.

Quindi, quanto è cambiata la mia opinione sul romanzo rispetto a sei anni fa? A conti fatti, gli aspetti che trovavo gradevoli all’epoca (le descrizioni dei corpi e dei paesaggi) continuano a piacermi, e quelli che mi erano intollerabili (i sofismi di Kochan) mal li sopporto tuttora. Semmai è cambiato il mio modo d’intenderne l’estetica. Oggi mi piace pensare di essere un lettore abbastanza maturo da riuscire a cogliere la ragione delle forze e delle debolezze di un testo che, nonostante le distanze di tempo e di spazio che ci separano, continua ad avere qualcosa da dire – sul desiderio, sulla virilità, sul dovere.

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