La figura della strega è diventata, nel corso degli ultimi decenni, uno degli strumenti più potenti per parlare della condizione femminile. Attraverso la lente del fantastico – spesso e volentieri anche dell’horror – le storie di fattucchiere, incantatrici, speziali sono riuscite a dare una voce a istanze rimaste a lungo inascoltate, se non addirittura inespresse, su cosa voglia dire essere una donna nella nostra società. E tuttavia la strega, con i suoi aspetti più creaturali come il ciclo mestruale, si trascina da tempo una sorta di deriva bioessenzialista che ha finito per renderla, suo malgrado, un’icona di alcuni movimenti TERF (trans exclusionary radical feminist). Un esempio su tutti: l’endorsement di una certa autrice fantasy (che tuttx conosciamo) a diverse associazioni che si battono contro i diritti delle persone trans*, al grido di “this witch won’t burn”.
La Congregazione Reale di Sua Maestà, romanzo (sub)urban fantasy scritto da Juno Dawson e portato in Italia da Oscar Vault, arriva allora come una ventata d’aria fresca nel panorama della letteratura e del cinema sulle streghe, spolverandolo del vecchiume cis-normativo accumulato nel corso degli anni, inserendo le persone trans* nell’equazione (per dovere di cronaca, va detto che un altro apprezzabile tentativo era già stato fatto da The Craft: Legacy nel 2020).
Tuttavia il romanzo, per quanto adrenalinico e sagace, pieno di momenti interessanti, di tanti riferimenti alla cultura pop e di personaggi molto ben scritti, non brilla per originalità né per la qualità della prosa, e probabilmente fallisce in quello che poteva essere uno dei suoi maggiori punti di forza, ossia la caratterizzazione di un mondo magico inscritto in quello “profano”, con descrizioni di spazi e situazioni che rasentano la trasparenza. Nonostante tutto, resta un libro godibilissimo nel suo carattere “di consumo”, e senza dubbio lascerà un piccolo segno nella storia della letteratura fantastica e queer.

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