Una delle questioni più affascinanti che riguardano le storie di vampiri è il senso di aspettativa che si viene a creare attorno alla vera identità del mostro. C’è un’attenzione morbosa ai dettagli fisici e ai comportamenti: il pallore, il rigetto del sole e del cibo, il cinismo di chi sta sulla terra da molti più anni di quanto non sia tollerabile. Lo sappiamo che c’è un vampiro, lo sappiamo chi è, attendiamo solo che venga smascherato. Ed è un’aspettativa su cui si gioca tutto il romanzo di Rachel Klein.
Ne I diari della falena l’anonima narratrice, studentessa presso un collegio privato, racconta di professoresse insopportabili, di sortite notturne proibite, di dolci barocchi. Klein presta alla sua protagonista una penna leziosa, ma nel frattempo le sussurra ombre. E così, in mezzo alle confessioni civettuole sulle amiche che fumano e si abbuffano, che parlano di filosofia, che pensano ai ragazzi, s’insinuano radici di invidie e inganni.
Gli umori instabili delle compagne, l’attenzione indiscreta del professore, il lento distaccamento della migliore amica, il lutto mai elaborato: tutto sembra sempre ricondursi, per qualche perversa ragione, a Ernessa Bloch, la misteriosa studentessa il cui nome comincia presto a inzuppare le pagine del diario, un’ossessione di lacrime e inchiostro.
L’aspetto più interessante del romanzo è forse proprio la capacità di Klein di manipolare gli stilemi del gotico e del rosa, creando un gioco di contrasti e affinità cromatiche che cambiano davanti ai nostri occhi senza che ce ne rendiamo conto, come una vera illusione ottica. Il diario si trasforma in un caleidoscopio in cui gli umori si giustappongono, si mescolano, ma il quadro generale, oggettivo, rimane nascosto. E se in ogni immagine compare un artiglio, una zanna, uno sbattere d’ali vellutate, la figura intera della vampira è un postulato inafferrabile.

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