lunedì 16 marzo 2026

La rivoluzione dello shōjo manga - Il poema del vento e degli alberi di Keiko Takemiya

Quando Il poema del vento e degli alberi venne pubblicato in Italia da J-Pop, nell’ormai lontanissimo 2018, il titolo catturò immediatamente la mia attenzione. E lo fecero anche le copertine, grazie ai richiami liberty e ai volti efebici dei protagonisti – *we listen and we don’t judge*. Mi scoraggiarono la mole e il prezzo del cofanetto, ma trascorrendo molto tempo in fumetteria avrei continuato a buttarci un occhio, di tanto in tanto. All’epoca quasi non leggevo manga, che come medium mi era stato precluso fino al mio arrivo a Pisa, pochi anni prima, e non avevo alcuna familiarità con il concetto del target. Oggi le cose sono molto cambiate, e poco più di un anno fa, mentre mettevo insieme la bibliografia per La promessa della luna. Genealogie di Sailor Moon, quel titolo sarebbe continuato a saltare fuori con sempre più insistenza. Insomma, non potevo più rimandare.

Il poema del vento e degli alberi è un dramma storico-sentimentale che narra la vicenda di Serge Battour, giovane rampollo di una famiglia di conti, e di Gilbert Cocteau, enfant terrible cresciuto nel vizio e nella violenza. I due s’incontrano in un collegio ad Arles, dove Gilbert costituisce un elemento di disturbo non indifferente, a causa di una vita sessuale molto sfacciata. Serge, che è appena arrivato, viene dunque scelto come suo compagno di stanza, nella speranza che riesca a mitigare il carattere indomito dell’altro. La soluzione si rivela fallimentare, ma solo in un primo momento: se è vero che Serge appare troppo pavido in confronto alla volgarità di Gilbert, il suo senso della giustizia e il suo altruismo si riveleranno così ostinati da aprire delle crepe nell’individualismo autodistruttivo del suo compagno. Ma dietro di lui si nasconde una rete di abusi e giochi di potere in cui Serge non sa di essersi invischiato. E l’amore potrebbe non bastare a salvare il bello e dannato Gilbert.

Il poema del vento e degli alberi, come i capolavori del suo genere, è un’esperienza sinestetica che straborda dalla pagina: i disegni evocano suoni e profumi, sensazioni tattili ed emozioni che diventano tutt’uno con la storia. Le figure sinuose dei personaggi si trasfigurano in uccelli, drappi, viticci; le loro pose diventano coreografie dei moti dell’animo. La lettura dei dieci volumetti dell’edizione italiana ha accompagnato molti pomeriggi uggiosi del mio ultimo anno. Con il corpo sono stato perlopiù confinato nel mio studiolo, avvolto in una coperta di pile e sotto la luce premurosa di una lampada; con lo spirito invece solcavo le note di canti gregoriani e cinguetti di rondini, in mezzo ai colli boscosi della Provenza.

Quella di Takemiya fa parte di un canone di opere che, nel corso degli anni Settanta, istituirono un modello figurativo dirompente all’interno dello shōjo manga (“fumetto per ragazze”). Nelle loro tavole, l’apparato grafico diventava un vero e proprio codice emotivo. Le giovani mangaka del cosiddetto Gruppo 24 (chiamato così perché alcune delle sue principali esponenti erano nate intorno all’anno 24 dell’era Shōwa) non raffiguravano semplicemente la scena, ma la rielaboravano alla luce dei loro modelli artistici – le immagini del balletto romantico, le riviste di moda, la pittura e la scultura europee –  e la contrappuntavano con una ricca iconografia (principalmente, ma non solo) floreale. Si tratta di una tradizione compositiva che, con le dovute evoluzioni, ha attraversato tutto lo shōjo dagli anni Settanta fino a oggi.

Il grande successo dell’opera, tuttavia, deve molto anche a un’altra intuizione. Quando l’idea per Il poema solleticò la sua immaginazione, la giovane Keiko Takemiya non era esattamente la preferita degli editori. Incostante e fin troppo spigliata, consegnava spesso le tavole in ritardo, e nessuna delle sue storie grattava la cima della classifica di gradimento delle riviste. In quegli anni l’autrice stava attraversando una profonda crisi artistica e personale, acuita dal confronto costante con Moto Hagio, sua amica, coinquilina e rivale, che era invece lodata dagli editori e dal pubblico. Il rischio di pubblicare una storia così audace ed esplicita non era all’altezza della popolarità dell’autrice. Ma quando le venne affiancato un nuovo editor, che aveva un background diverso rispetto al target della rivista, qualcosa si sbloccò. Forse per una fortunata scommessa, forse preso per sfinimento – Takemiya era una che non mollava l’osso – approvò la serializzazione dell’opera. E il successo fu pressoché immediato.

Come Takemiya racconta nel suo memoir Il suo nome era Gilbert. Le ragazze che cambiarono la storia del manga, la scelta dei due co-protagonisti innamorati non aveva nulla a che vedere con la rappresentazione dell’omosessualità maschile, né tantomeno con un gusto voyeuristico delle giovani lettrici. Quella scelta serviva ad aggirare un grande limite che aveva interessato lo shōjo manga fino ad allora, e che era legato alla realtà del suo apparato editoriale: i fumetti per ragazze li stampavano uomini adulti, che non avevano la sensibilità del loro pubblico ed erano interessati più che altro alle vendite. L’ostacolo principale alla pubblicazione de Il poema del vento e degli alberi non era tanto di natura morale, bensì commerciale: si temeva che non avrebbe venduto, perché non parlava di ragazze.

La rivoluzione dello shōjo manga caldeggiata da Norie Masuyama negli incontri al Salone di Ōizumi (così chiamavano l’appartamento di Takemiya e Hagio attorno al quale orbitavano mangaka e assistenti) fu possibile quando Takemiya si rese conto di un fondamento tanto ovvio quanto sfuggente: lo shōjo non doveva parlare *di* ragazze, ma *alle* ragazze. Delocalizzando l’erotismo in una corporeità non strettamente femminile, Takemiya e le altre riuscirono finalmente a dare alle loro lettrici l’opportunità di esplorare il proprio desiderio, svincolandole dalla pudicizia che avevano interiorizzato vivendo in una società così fissata con il sesso e al contempo così bacchettona. I tempi stavano cambiando, e quelle ragazze avevano bisogno di un’educazione affettiva e sessuale che i canali ufficiali non erano disposti a ospitare. Fu questa l’intuizione che avrebbe legato per sempre il genere dello shōnen’ai (o boys’ love, abbreviato in BL) non solo allo shōjo manga, ma a tutta la letteratura “femminile”, come veicolo di liberazione sessuale. E per questo oggi possiamo affermare che fu proprio Keiko Takemiya, così diretta, inflessibile e ostinata, a dare il via a quella rivoluzione.

Nessun commento:

Posta un commento

I più letti del mese