Mi capita spesso di sentir parlare di libri “infestanti”, il cui pensiero continua a tormentare chi li ha letti anche dopo essere stati riposti in libreria – almeno il tempo necessario a fare un post su Instagram, poi via con l’ennesima novità editoriale. Ma alcuni libri, nondimeno, rimangono davvero con noi in modi e per ragioni che non possiamo spiegarci.
Ho iniziato a leggere i racconti raccolti ne La debuttante circa quattro anni fa. Ne leggevo uno ogni tanto, quando ne sentivo il languore. L’ultimo l’ho letto appena un paio di settimane fa. In quattro anni possono cambiare tante cose, ma certi malanni dell’anima tornano sempre a infiacchirci. E un racconto può essere una buona terapia. Uno al bisogno, come una pillolina, senza dover finire la scatola.
Leonora Carrington fu scrittrice e pittrice surrealista. La sua estetica è un prisma di enigmi senza soluzioni, spesso attraversato da una vena di umorismo macabro – il tipo di risata che soffocheresti a un funerale se il morto cadesse dalla bara e restasse in mutande. È un mondo, quello rappresentato ne La debuttante, in cui mistico e mondano sono miscelati come tempere che formano una nuova, spiazzate tinta. E in questa un grottesco che s’insidia nei più impensabili dettagli della mimesi.
L’opera di Leonora Carrington non è una di quelle che si lascia leggere e basta. Ti solletica, ti titilla, ti molesta. A volte ridi con lei, altre vorresti darle uno schiaffo sulle mani. Non ti chiede di riflettere, non ha lezioni morali da darti. Tuttavia le immagini che evoca continueranno a comparire come frammenti di coriandoli in fondo alle tue tasche o nelle pieghe dei vestiti – ricordi di feste a cui sei stato molti anni fa, ora sono popolati da morti.

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