lunedì 15 giugno 2026

Doppio misto - recensione di «Melinoe vestita di zafferano» di Nicola Brami

 

Qualche sera fa discutevo con Paolo a proposito di un problema di filosofia della scienza. L’oggetto di discussione era il teletrasporto quantistico: invece di trasferire un corpo, il processo ne assembla una replica perfetta altrove nello spazio (compreso, ovviamente, il cervello e dunque i ricordi, il carattere, etc) e distrugge l’originale. Il problema è: se per caso l’originale non venisse distrutto, chi sarebbe il depositario della coscienza di quell’individuo? Che rapporto ci sarebbe tra il “sentire” dei due? Come si potrebbe distinguere l’originale dalla copia?

Nei primi capitoli di Melinoe vestita di zafferano, il protagonista Enea, un giovane professore di matematica, si pone all’incirca le stesse domande dopo che aver parlato a telefono con… se stesso. O comunque, con qualcuno che dice di essere lui e che risponde da casa sua. I sospetti di uno scherzo di cattivo gusto diventano quelli di un furto d’identità, poi di un’allucinazione, e lentamente si addensano in qualcosa di più sinistro. Oltre alla questione di questo “doppio” che se ne va in giro spacciandosi per lui, Enea deve anche affrontare la notizia della malattia di Nicola, suo fratello maggiore e incensato autore di romanzi, la crisi della relazione con la compagna Lorna e l’infatuamento nei confronti di Giulia, una delle sue studentesse.

L’identità e la sua continuità sono i temi centrali del romanzo di Nicola Brami. Leggendolo, mi è tornata in mente la questione del teletrasporto quantistico, specialmente in relazione al passaggio in cui Giulia chiede a Enea quale sia stato il momento della sua vita in cui è diventato la versione attuale di sé. Enea lo ricorda: un pomeriggio estivo della sua infanzia, nella casa di campagna dei genitori – è quella l’ultima volta in cui ha sentito di essere quel bambino.

È una cosa che le persone provano? – mi sono chiesto – un senso di estraneità rispetto a un sé passato. Ho pensato al me stesso prima della pandemia; prima cioè della rinuncia agli studi, dell’ipocondria, della mia prima relazione, della fine dei sabati in fumetteria a giocare a Yu-Gi-Oh!. Ho ereditato i ricordi di quella persona ma non ho più accesso al suo modo di sentire le cose, non so com’è che quel ragazzo percepiva il suo stare al mondo. Sento verso di lui lo stesso dubbio e la stessa estraneità che sento relativamente a un qualsiasi ex compagno di scuola.

Brami mette in scema uno dei topoi più celebri della narrativa occidentale, specialmente di quella a cavallo tra l’età moderna e contemporanea. Nel suo romanzo, tuttavia, il doppio non prende vita dagli scarti ripugnanti della coscienza, come in Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde e Il ritratto di Dorian Gray, ma appare come una presenza neutrale, anzi quasi positiva, più energica, più affabile. Lo abbiamo visto di recente – pur in maniera più esasperata – in The Substance: anche qui è l’io “originale” quello scartato, che si dissipa lentamente, in favore di una versione migliorata. Ma Brami si spinge più in là di Fargeat, arrivando a mettere in discussione il concetto stesso di identità.

Melinoe vestita di zafferano può essere definito un thriller sovrannaturale dal cuore new weird. Le pieghe degli eventi si susseguono con andamento vertiginoso, scivolando poco alla volta da situazioni eerie fino ad atmosfere allucinatorie. L’intreccio gode anche di una struttura a doppia voce, un romanzo nel romanzo che è anche gioco di specchi, il quale impartisce ritmo alla storia e, allo stesso tempo, fornisce indizi di lettura: tutto si disvela progressivamente, vorticando intorno a un denso finale.

L’unica cosa che non ho apprezzato particolarmente è stata la prosa. L’ho trovata piuttosto “esatta”, poco incline a quelle infiorescenze poetiche che possono fare la differenza tra il ben scritto e la bella scrittura. Il valore estetico del romanzo di Brami, peraltro, è molto informato dall’aspetto visivo (e sensoriale in generale) delle situazioni che il narratore descrive, e che a tratti ne fanno quasi l’ecfrasi di una pellicola – un’attitudine piuttosto popolare tra la narrativa di questo secolo, che sembra non riuscire a superare la predominanza dell’audiovisivo. (Forse avrei anche tagliato una settantina di pagine, but that’s me.)

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