Quest’anno, per la terza volta di fila, la nazionale italiana di calcio non si è qualificata ai Mondiali. La stampa non ha mancato di notare che, oltre alla frustrazione generale della tifoseria, i futuri cittadini italiani stanno crescendo senza vedersi rappresentati nel più seguito evento sportivo al mondo. Una nazione come la nostra, che ha imparato l’inno dalle bocche dei calciatori – il «poropò-poropò» delle trombe, il trionfale «sì!» in chiusura – per molti anni ha fatto di questa tradizione un grande fattore di coesione sociale e culturale. Che una tale perdita avvenga poi all’altezza della Generazione Alpha, così incomprensibile e spesso terrificante per noialtri, la rende ancora più amara. Ma non la staremo facendo troppo filosofica? Dopotutto, parliamo solo di uomini sudati che corrono dietro a un fagotto di pelle di animale – giusto?
Come me, neanche Barbi Marković è mai stata particolarmente amante del calcio. Nel suo pseudo-memoir un po’ schizofrenico – lei è questa – la scrittrice belgradese (già autrice di Minihorror) ritesse gli anni della sua infanzia passata alla stadio dove suo padre, Slobodan, la portava per ogni compleanno. Polvere di Piksi, edito in Italia da Voland, è il racconto di un rapporto padre-figlia che può trovare veicolo e sostanza solo nel calcio. Agli occhi di Slobodan, Barbi è visibile soltanto come una potenzialità: non ha avuto il figlio maschio che sperava, ma può ancora avere una calciatrice o al limite un’appassionata di calcio. Il suo mondo è tutto lì, nel prendere a pedate un pallone. Per questo, il giorno dell’ottavo compleanno di Barbi, Slobodan le spolvera addosso la terra sollevata dalle scarpe di Dragan Stojković, detto Piksi, il mitico attaccante jugoslavo: se neanche questa polverina magica, contrabbandata neanche fosse una droga, riuscirà a farla appassionare al pallone, allora non c’è proprio speranza.
A fare da fondale al racconto è la Jugoslavia a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. «Nelle strade del centro città regna un meraviglioso caos. Panetterie, clacson, gente alla moda, musica. Questa vivacità potrebbe distrarre dal fatto che qui ci sono poche tutele per le persone più vulnerabili. Ciò nonostante, bei tempi». Il generale Tito è morto da una decina d’anni, sui Balcani soffiano venti di secessione. «Tutte le comunità di cui faccio parte si sgretolano. Il gruppo di danza si scioglie. Slobodan Marković si trasferisce». In questa cornice, ai quarti di finale di «Italia ‘90», Argentina contro Jugoslavia, la posta è altissima: nello stadio fiorentino, la squadra jugoslava offre l’ultima possibilità alla nazione di rivedersi in se stessa, e l’ultima occasione per Barbi di rendersi visibile agli occhi di suo padre.
In Polvere di Piksi, la mitologia familiare è intrecciata al racconto storico, e il filo che le lega è proprio il calcio: non uno sport, ma un rituale. Marković imposta la narrazione come una vera e propria telecronaca, beffandosi del registro epico che accompagna le azioni dei giocatori in campo e trasformandolo in una lingua grottesca, nei modi come nelle intenzioni. In questa storia, Slobodan Marković è un uomo leggendario e insieme un nessuno: un padre come tanti, carico di debolezze ma senz’altro simpatico; eppure, almeno per sua figlia, un essere eccezionalmente inetto. Barbi Marković descrive una figura con cui è impossibile pacificarsi, usando parole di rabbia e pietà che non trovano mai un bilanciamento. Sentimenti simili sono rivolti alla nazione: un popolo brutale e pieno di incertezze, destinato alla sconfitta. Le metafore di guerra, tipiche delle telecronache, riecheggiano profetiche.
L’ultima grande protagonista/antagonista del libro è la scrittura, che viene spesso tematizzata in segmenti extradiegetici. L’autrice la esibisce con finto orgoglio isterico, smascherandone la natura burlesca. La sua cifra stilistica non ha a che fare con il lessico o la sintassi, non è una questione retorica: è un atteggiamento narrativo, un gioco di astuzia. Barbi Marković – pensi di aver capito il suo trucchetto, ma lei è sempre due passi avanti a te. Per esempio, quando dice che Polvere di Piksi non è un libro sul calcio. D’altronde, chiunque saprebbe riconoscere un libro che parla di calcio da uno che usa il calcio per parlare d’altro. Eppure, una volta girata l’ultima pagina, questa premessa che mi ha accompagnato per tutta la lettura sembra essere la burla definitiva.
Come anticipavo, del calcio non mi è mai importato granché. Da bambino ho sempre avvertito una certa coercizione nella domanda «che squadra tifi?», come se fosse assolutamente inammissibile non seguire il calcio. Rispondevo «Juve» pur di dire qualcosa, perché era la squadra di mio padre, perché non potevo permettermi di essere meno maschio di uno che non sa niente di pallone. Ho ritrovato molto di questo in Polvere di Piksi. E ho anche ripensato a quell’estate del 2006, la vittoria ai Mondiali, «il cielo è azzurro sopra Berlino» – indossavo una maglietta con il tricolore, leggevo Paperinik. Ricordo i nomi dei calciatori, nella mia testa suonano come quelli di re. Sapevo cosa significava «nazione». Forse, alla fine dei conti, ho davvero letto un libro sul calcio. Me l’hai fatta anche stavolta, Marković!
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Ringrazio infinitamente Voland di avermi fornito la copia per scrivere questa recensione.

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