Quando ho iniziato Minihorror, raccolta di racconti di Barbi Marković, autrice serbo-austriaca portata in Italia da Mercurio Books, ammetto che non nutrivo grandi aspettative. Molte proposte dell’editore finora mi avevano deluso (Maeve, Alla gola, Lo studente del divino). E invece mi ha sorpreso. Stavo per scrivere che forse non si tratta di un capolavoro, ma credo che quando diciamo “capolavoro” abbiamo in mente opere complesse e tonanti che esistono quasi sopra di noi; Minihorror invece è in mezzo a noi, è infido e anche un po’ impaziente. Per questo non può essere un capolavoro?
I racconti hanno come protagonisti Mini e Miki (mi sono serviti i disegnini per capire che si trattava di una parodia di Minnie e Mickey Mouse). Il loro dualismo è una delle cifre vincenti della narrazione. Di duetti esplosivi e sinergici ne abbiamo avuti tanti: Eros e Thanatos, My Melody e Kuromi, Jesse e James, Trixie e Katya. E Mini e Miki non sono da meno. La prima ispirata, combattiva, tenace; l’altro pragmatico, ansioso, arrendevole.
La giovane coppia è alle prese con le incombenze di tutti i giorni, su un fondale urbano mitteleuropeo che odora di sigarette e silicio: fare la spesa, presenziare alle feste, pulire casa, prenotare visite mediche. Ogni evento nasconde però un’insidia, un germe di entropia che, se non viene abortito, si trasforma in una manifestazione grottesca e surrealista. Ansie, paure e difficoltà del nostro tempo diventano mali buffoneschi che si abbattono sui protagonisti, finanche ad annichilirli. Ma ogni storia resetta la situazione iniziale, come a dire che non importa quanto la sconfitta ti sia entrata nelle carni e nella mente: devi comunque svegliarti per andare a lavoro.

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