Si è fatta attendere un po’ ma finalmente La locomotiva dell’innocenza è arrivata. La seconda raccolta di Yoshimi Uchida, pubblicata per la prima volta in Giappone nel 1981, approda questa settimana gli scaffali delle fumetterie italiane nell’edizione regular a cura di Hikari Edizioni, dopo che per alcuni mesi è circolata solo nella variant in formato kanzeban (non disponibile per il retail ma in esclusiva per lo scorso Lucca Comics & Games e sul sito dell’editore).
Il mio primo incontro con Uchida è avvenuto circa tre anni fa, quando lo sguardo lontano e speranzoso degli elfi in copertina mi convinse a comprare Il vascello delle stelle, pubblicato nel 1977 in originale. Confesso che rimasi piuttosto deluso da quella lettura: mi aspettavo delle storie fantasy epiche e melanconiche, non dei piagnistei sconclusionati. All’epoca sapevo ben poco di shōjo manga, e mi chiesi se quei racconti avessero ancora qualcosa da dire.
Siccome nel frattempo mi ero liberato da tempo della mia vecchia copia de Il vascello delle stelle e avevo letto (e apprezzato) i tre volumi di Liddell, quando ho recuperato la variant de La locomotiva dell’innocenza ho deciso di approfittare e prendere anche la variant della prima raccolta (grazie Vinted), così mi sono concesso una rilettura.
Dopo tre anni la mia opinione su Il vascello delle stelle è cambiata? Non particolarmente: l’ho trovato melenso e allucinatorio quasi come lo ricordavo, con l’eccezione di uno dei racconti (Zucca zucchetta). C’era tuttavia una piccola ma sostanziale differenza rispetto alla prima esperienza che avevo avuto del volume: adesso capivo quello che leggevo. Sapevo che quelle storie avevano un linguaggio tutto loro, che non si articolava secondo i momenti dell’intreccio, ma in una complessa orchestra di immagini, sensazioni, parole. Dovevo ascoltare tutto questo con il senso di fiducia con cui crediamo di poter raccontare i sogni al risveglio.
Fatte queste premesse, è innegabile che La locomotiva dell’innocenza sia un manga decisamente più maturo. Confrontando la raccolta con altre due opere precedentemente edite di Uchida in Italia (Il vascello delle stelle e Liddell, serializzato a partire dal 1982), si riesce a individuare un’evoluzione nell’approccio dell’autrice alla materia e al medium. Le storie contenute in Il vascello delle stelle avevano quasi tutte un’ambientazione giapponese e in generale non si distanziavano particolarmente dagli stilemi dello shōjo manga, sia nei temi dei racconti che nei disegni. In La locomotiva dell’innocenza è evidente che Uchida abbia distillato il proprio tratto, liberandolo dagli elementi più floreali e roboanti, e conquistato uno stile più serico, preludio alla freddezza vitrea di Liddell. La lezione tardo-preraffaellita mostra i frutti dei suoi innesti.
Per quanto riguarda le tematiche, la natura shōjo delle storie è sempre presente nelle opere di Uchida, ma anch’essa attraversa un’evoluzione. Ne Il vascello delle stelle, la più “tradizionale” delle tre, è regola di composizione. Ne La locomotiva dell’innocenza, invece, diventa più che altro un accessorio – un elemento che dà senso e tiene unita la visione d’insieme. In Liddell sarà infine un agente alieno, come una spina incarnita che porta all’infezione.
Un discorso affine si può fare sul sogno – leitmotiv dell’opera di Uchida. Se nella prima raccolta era un antidoto contro la realtà, soluzione di speranze impossibili, nella seconda appare come una sostanza più diluita: un suggerimento, un sospetto, un rimpianto. I passeggeri del vascello guardano l’orizzonte in attesa di un approdo, quelli della locomotiva sono incerti sul voler scendere. Il sogno tornerà infine in Liddell come una pozione nichilistica: una droga paralizzante che porta all’assuefazione e all’eternità. È il trionfo della stasi.
Al netto di intrecci un po’ “sciolti”, Uchida è in grado di confezionare opere stimolanti, grazie a una regia molto ispirata e a delle intuizioni grafiche di grande sagacia. La cosa che più apprezzo della sua produzione, e che mi ha fatto tornare sulle sue pagine nonostante la diffidenza che conservavo dalla prima impressione, è il virtuosismo con cui la mangaka armonizza gli elementi del suo immaginario. Dal surrealismo fiabesco di Zucca zucchetta all’illusione febbrile di Liddell, passando per gli inganni di La pioggia d’oro del giorno d’Ognissanti, gli attori della realtà e quelli fantasia della fantasia si contendono sempre il margine. E la loro lotta è così elegante da sembrare una coreografia.
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