Creaturine tascabili - cioè interviste con persone carine del mondo della scrittura e dell'editoria - è il nuovo format di cadutodalpero.it in cui chiacchieriamo di libri e di chi e come li fa.
La nostra prima ospite non le manda a dire. Autrice e responsabile editoriale per Moscabianca Edizioni, di solito preferisce parlare con gli animaletti del bosco ma oggi ha accettato di parlare con me: Diletta Crudeli.
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Diletta, lei che creaturina tascabile si sente?
Sicuramente un Pokémon. Se devo sceglierne uno esistente direi Umbreon, altrimenti forse un tipo Spettro un po’ carino ma che sa usare Trick Room. Tipo Mimikyu, ma dalle fattezze più simili a un gatto. Qualcosa del genere.
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Oggi sei responsabile editoriale per Moscabianca Edizioni. Ieri chi eri? Parlaci del tuo percorso nel mondo della pubblicazione e della scrittura.
Il mio percorso è iniziato con dei corsi tenuti dalla Scuola del Libro. Ero uscita dalla triennale (in Beni Culturali) non molto soddisfatta e anche abbastanza scontenta, per non dire infuriata, nei confronti del mondo accademico. A quel punto ho fatto un corso di editing e uno di scrittura creativa. Nel frattempo avevo aperto un blog e alla fine mi sono anche decisa a inviare dei racconti. Ad alcune riviste, prima, poi anche per delle raccolte e antologie.
Sono arrivata a Moscabianca prima come autrice. La mia prima pubblicazione con la casa editrice è il racconto presente nell’antologia Prisma vol. 1. Dopo ci sono stati altri racconti, la curatela del volume HUMAN/, quella della collana Cuspidi e infine mi sono evoluta fino a essere responsabile editoriale.
Il lavoro in editoria è andato quindi di pari passo con la scrittura e la pubblicazione. Per anni magari avevo pensato di scrivere qualcosa ma mai di pubblicarlo. Il momento in cui, anche grazie alla traduzione italiana della trilogia di Jeff Vandermeer, si è cominciato a parlare di new weird ho proprio pensato che alla fine era quello che mi sarebbe piaciuto vedere pubblicato e quello che forse sapevo scrivere.
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Uno dei tuoi compiti è valutare le proposte editoriali che arrivano in redazione. Quando leggi un manoscritto inedito, cos’è di solito che lo “eleva” rispetto agli altri? E cosa invece lo squalifica, nonostante magari una buona prima impressione?
La quantità di manoscritti che arriva nella nostra mail è assurda e assurda è anche la quantità di romanzi che si stampa in Italia.
In mezzo a una iper produzione è bello scovare voci particolari, un utilizzo della lingua diverso, e anche storie che non hanno paura di risultare complesse, cercando di rielaborare temi e tropi del genere. Il romanzo di Claudia D’Angelo per esempio, Le Forze (uscito nel 2024) è stato scelto per questo. Si tratta di un romanzo ambientato in Italia ma va oltre le solite dinamiche del folklore, del mito e della superstizione. La scelta della struttura a cornice è quasi venuta naturale.
Altra opera di carattere completamente diverso è il romanzo illustrato Lo specchio attraversò Alice di Reg Mastice. All’inizio l’autore ci aveva mandato solo questo grottesco libretto illustrato che mescolava Alice attraverso lo specchio e I delitti della Rue Morgue. L’impatto è stato straniante nel migliore dei sensi. Da lì è stata creata tutta l’impalcatura che circonda la storia relativa a questo libretto misterioso. Di nuovo un’opera strana ma capace di utilizzare alcune tematiche del fantastico al meglio, che sa mescolare teoria del complotto, horror e addirittura viaggi nel tempo.
Devo anche ammettere che almeno per me difficilmente qualcosa può fare una buona impressione e poi essere squalificato. Di solito la buona scrittura si riconosce subito e se questa non c’è è improbabile che si possa andare avanti.
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Oltre al tuo lavoro in Moscabianca, sei anche autrice di fiction. Dai racconti ai romanzi, passando per le novelle, il filo conduttore della tua produzione si direbbe costituito da un immaginario “eclettico” ma in qualche modo coerente: creaturine del bosco, una periferia liminale, signore che prendono il tè. Tra i tuoi temi prediletti, invece, figurano l’ecologismo e la crudeltà infantile. Ti rivedi in queste definizioni? Cos’è che nutre la tua scrittura?
Assolutamente sì!
A me piace sempre dire che scrivo storie depresse con animali parlanti, mi sa che è un altro modo di riassumere quello che ho scritto fino a questo momento.
Riguardo ciò che mi nutre non lo so, a livello tematico, o di storie che riescono a ispirarmi mi rendo conto che molto mi suggestiona, ma poi si ripresenta di nascosto all’interno di quello che scrivo anche dopo molto tempo.
Poi è anche diventato naturale scrivere sempre qualcosa, ormai, anche se a dirlo può sembrare una posa, il che mi fa quasi vergognare. Una delle mie citazioni preferite sulla scrittura viene dal libro Incorreggibili di Paola Moretti: “non scrivendo scrivo”.
Quando scrivo una storia penso ogni giorno ai suoi personaggi alla sua ambientazione, per me è un chiodo fisso. E se non sto scrivendo niente sto già pensando a qualcosa. Sempre Paola Moretti dice che non sa se credere a chi dice che scrivere è bellissimo. Sono d’accordo, per me è abbastanza dilaniante. Scrivere è un po’ far funzionare le cose e non sempre tutto funziona, o lo fa al primo colpo, tocca trasformare e trasformarsi molto.
Ci sono ovviamente cose mi stimolano particolarmente, di solito vengono tutte da immagini che mi vengono in mente, conversazioni casuali, paesaggi, pensieri improvvisi.
Una volta che l’immagine ha fatto presa nel mezzo a qualsiasi cosa io stia leggendo o vedendo mette radici. Piano pianto nasce tutto il resto. Non sempre è un processo che va a buon fine.
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A quanto ho capito, il tuo primo romanzo lungo, Nuovo Dogma (Moscabianca Edizioni, 2025), è frutto di una lunga gestazione. Il suo mondo e i personaggi che lo abitano sono con te da molto tempo, ogni tanto sono apparsi anche in altri tuoi testi – ma inevitabilmente le persone e le scritture si evolvono. Come misureresti lo scarto tra la visione che avevi quando l’hai concepito e la forma in cui l’hai plasmato alla fine? Cosa hai perso e cosa hai guadagnato rispetto a quella Diletta Crudeli?
La primissima versione di Nuovo Dogma risale al 2016 e non si chiamava neanche così. Era diviso in tre parti e il primo volume si chiama Delocazione. Poi è stato messo in pausa perché volevo pubblicare su rivista (era un po’ il momento clou in cui ti dicevano settanta volte al giorno che per pubblicare dovevi passare su rivista). Quel "proto Dogma" è stato ripreso, poi messo da parte almeno altre due volte, poi alla fine con l’editing di Andrea Viscusi (abbiamo editato una parte alla volta e la seconda e la terza l’ho scritte da zero) ha preso questa forma.
Sicuramente è cambiato molto soprattutto nel fatto che all’inizio non era così fantasy. Era molto più misticheggiante direi, probabilmente troppo criptico. Quando ero a un buon punto della nuova stesura di quella che sarebbe stata la prima parte, quella di Nicolas, mi sono resa conto di quanto fosse tornato fantasy. Ero un po’ tornata a casa.
Credo che siano i miei personaggi ad averci guadagnato. Non erano così delineati e ben caratterizzati. Quello che ho perso è proprio quella sorta di flusso molto impulsivo e leggermente criptico. Mi divertiva molto, e forse in alcuni passaggi di Dogma è anche rimasto. Però è come se avessi un po’ addomesticato il modo in cui scrivo. A me piace tantissimo il suono delle frasi, il modo in cui si formano. Prima era più diretto, ora ci perdo molto tempo sopra.
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Le penne italiane rappresentano una percentuale ridicolmente bassa del fantastico venduto nel nostro Paese (il 7%, seguita dal 42% del romance, secondo alcuni dati del 2023). Alcuni rivendicano l’identità di un “fantastico italiano”, che non sarebbe qualitativamente inferiore a quelli esteri. Altri fanno notare come la nozione stessa di “fantastico italiano” sia pretestuosa, perché un ipotetico canone non avrebbe alcuna caratteristica dirimente. Qual è la tua posizione a riguardo? Che ne pensi, come autrice e come “addetta ai lavori”, della scrittura del fantastico in Italia?
A me personalmente risulta molto difficile pensare di poter etichettare un fantastico italiano, e non perché non esiste. Semplicemente ci sono molti autori che sanno utilizzare al meglio il linguaggio e l’immaginario del fantasy, in modi completamente diversi tra di loro. Ovviamente per me è importante vederli nel catalogo di Moscabianca, ma comunque prima di tutto sono una lettrice: è innegabile che siano anche altrove, anche quando magari la casa editrice teme di poter utilizzare la parola fantasy, fantastico o via dicendo.
Non riesco a capire il confronto con un titolo estero. Sarebbe meglio a quel punto parlare di come si comporta l’editoria all’estero e in Italia, e non solo fermarci a discutere del genere in questione, cercando di creare un’etichetta, un gruppo, un cosa? Un fandom? Ho come l’impressione che in Italia si parli di letteratura come si trattasse di tifoserie. E questo è stancante e controproducente.
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Manga: l’ennesimo trend postpandemico o un linguaggio che cambierà il nostro modo di fare fiction?
Bella domanda. Oscillo spesso tra il pensiero che è tutta una bolla (che in parte è già esplosa, nonostante ormai i manga si trovino anche nelle librerie di catena) e il fatto che comunque ha fatto presa.
Io sono cresciuta con gli anime e sono tornata ai manga solo da una quindicina d’anni ormai. Ed è innegabile che hanno plasmato il mio modo di immaginare e il mio modo di raccontare. Adesso che abbiamo attraversato in una fase di picco (e appunto, l’abbiamo passata?) ancora maggiore come potrà andare? Io stessa mi rendo conto che diverse opere influiscono molto su di me. Fino allo scorso anno per esempio non avevo letto niente di Tsutomu Nihei, che adesso sta venendo ripubblicato da Planet Manga. Le sue opere risuonano tantissimo con quello che scrivo, con quello che immagino. È un tassello in più. Se scrivi, se crei qualcosa, sei inevitabilmente una spugna ed è ormai inevitabile che il linguaggio del manga un minimo ci influenzi, se glielo lasciamo fare.
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Grazie Diletta per essere stata con noi oggi. Per concludere: c'è una domanda che non ti ho fatto ma a cui vorresti rispondere? È la tua occasione!
Avresti dovuto chiedermi anche che ragazza magica mi sento!
Ovviamente Silver Millennium mi chiama a gran voce ma non posso negare che viste le meccaniche contorte e la questione dei desideri, mio grande punto debole nelle storie, non potrei che essere l’ennesima tizia che decide di stringere un patto con Kyubey.

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