domenica 28 giugno 2026

La differenza tra Tempo e Desiderio - recensione di «Anche le ragazze magiche vanno in pensione» di Park Seolyeon

Cosa ti resta da fare se a ventinove anni non hai realizzato niente nella tua vita e sei incastrata tra i debiti? Gettarti da un ponte, probabilmente. Almeno, questo è quello che pensava la protagonista di Anche le ragazze magiche vanno in pensione, prima di essere salvata da Ah Roa, la Ragazza Magica delle Profezie. È lei, infatti, a rivelarle che è destinata a diventare a sua volta la più potente tra le Ragazze Magiche – quella del Tempo – l’unica capace di scongiurare la minaccia della crisi climatica che altrimenti spazzerà via l’umanità. Ma bisogna fare molta attenzione alla differenza tra Tempo e Desiderio.

Il romanzo di Seolyeon Park, edito in Italia da Mondadori, si presenta come una rilettura del genere delle maghette in un’ottica post-Covid (sono certo che possiamo parlare del 2020 come dell’anno in cui è iniziata una nuova fase della contemporaneità). Mi ci sono imbattuto per la prima volta qualche anno fa, mentre raccoglievo il materiale per il Fushigi su Sailor Moon. Mi interessava scoprire come l’autrice avesse preso i trope del mahō shōjo, già masticati e sputati da Puella Magi Madoka Magica, e li avesse declinati secondo le difficoltà della nostra epoca: crisi del mercato del lavoro, post-umanesimo, cambiamento climatico, etc. Aimè, ci ho trovato ben poco di tutto questo.

Il mahō shōjo è sempre stato particolarmente ricettivo dei mutamenti sociali. Come io e June Scialpi scriviamo in conclusione a La promessa della luna. Genealogie di Sailor Moon (Moscabianca Edizioni, 2025): «il genere delle maghette si sviluppò tematizzando l’esperienza della gioventù femminile nel contesto della ripresa e del miracolo economico». Dopo Sailor Moon e i suoi mostri post-moderni, fu Puella Magi Madoka Magica a raccontare il desiderio consumista come inganno del potere. Mi aspettavo che Anche le ragazze magiche vanno in pensione seguisse i loro passi, e invece ci troviamo di fronte a un deragliamento.

Nel mondo tratteggiato da Park, le Ragazze Magiche costituiscono una sorta di comunità riconosciuta: non vivono in incognito, hanno le loro associazioni e possono trovare impiego in quanto tali. Mi aspettavo che l’autrice cogliesse l’occasione per parlare di lavoro (contratti, tasse, lavoro povero, etc.); invece, questi elementi di worldbuilding si limitano a fare da cornice. Anche la narrazione sulla crisi climatica, presentata come la più grande calamità mai abbattutasi sull’essere umano, si rivela un mero token della “propaganda woke”: nessun disastro climatico a parte un lungo acquazzone che fa allagare gli appartamenti interrati (più che altro una questione sociale, neanche questa indagata). L’urgenza del problema, peraltro, non si traduce in un cambio di paradigma, in una proposta alternativa, ma viene semplicemente inchiodata sulla pagina come un dogma.

Particolarmente fastidioso poi è il trattamento riservato al personaggio [spoiler alert] della “vera” Ragazza Magica del Tempo, la quale acquisisce i propri poteri in seguito a una violenza sessuale della quale si vendica. Il suo risentimento ne fa una nemica per le altre Ragazze Magiche e per tutta l’umanità, ma la sua psicologia non viene assolutamente indagata. Il suo personaggio è ridotto al torto che ha subito. Anche la riflessione sul perché a essere magiche sono solo le ragazze – l’universo individua di volta in volta la persona più infelice e sfortunata e le elargisce poteri come soluzione di equilibrio – mi è sembrata piuttosto goffa: quante Ragazze Magiche ci sono in Afghanistan, in Congo o sull’isola di Epstein? Al di là dell’accuratezza del “sistema magico” (che non è una cosa che ricerco, personalmente), mi sembra una grossa ingenuità da parte dell’autrice.

In realtà, Anche le ragazze magiche vanno in pensione aveva tanto potenziale. I primi capitoli sembrano recepire bene la tradizione del mahō shōjo, non solo a livello figurativo (lo specchio magico, la trasformazione), ma anche tematico: la sospensione del tempo, il desiderio materiale, una certa “sindrome dell’impostora” – tutti questi motivi che intessono le storie delle maghette di tutte le decadi vengono inseriti nel romanzo di Park, la quale tuttavia non riesce a svilupparli. Spesso, durante la lettura, mi è capitato di fare congetture sugli esiti della trama che sarebbero stati più interessanti di quelli effettivi: un pastiche di situazioni da anime di bassa lega. Alla fine dei conti, ci troviamo davanti a un testo che funziona come operazione commerciale, ma molto debole a livello letterario. Davvero un peccato, perché le premesse lasciavano ben sperare.

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