Si può vivere insieme a un’altra persona eppure sentirla infinitamente distante? Questa domanda, pur non essendo mai formulata esplicitamente, riecheggia attraverso le tavole de L’età della convivenza, manga di Kazuo Kamimura pubblicato nei primi anni Settanta. L’opera (edita in Italia da J-Pop in 3 volumi, a lungo fuori catalogo e finalmente ristampata pochi mesi fa) raccoglie gli 80 capitoli della storia di Kyoko e Jiro: lei grafica pubblicitaria impiegata in azienda, lui illustratore freelance. I due non sono sposati, ma convivono in un appartamentino nei sobborghi di Tokyo, dove trascorrono le proprie giornate seguendo una routine piuttosto serrata, concedendosi qualche svago di tanto in tanto. Insomma, una vita assolutamente normale – così potremmo pensare.
I Settanta sono anni di forti mutamenti sociali in Giappone. Il paese, notoriamente legato ai propri modelli culturali, è attraversato da cambiamenti che riguardano il mondo del lavoro, l’assetto urbano, le esigenze materiali ed emotive dei cittadini. La fine del miracolo economico, con la crisi del petrolio del 1973, segna una battuta d’arresto nei tassi di nuzialità e natalità, inaugurando un crollo che continua inarrestabile fino a oggi. Dai giovani ci si aspetta che si sposino e mettano su famiglia, ma come conciliare questa richiesta con la ritrovata indipendenza sessuale ed economica delle donne, con l’aumento del costo della vita, con la transizione dall’ambiente rurale a quello urbano?
Questo è lo sfondo su cui si muovono Kyoko e Jiro. Ritratti dai pennelli dolceamari di Kamimura, i due conducono uno stile di vita – quello della convivenza – sconveniente agli occhi della popolazione più matura, ancora così legata alla tradizione. L’idea del matrimonio si affaccia saltuariamente tra le pagine, ma ogni volta viene respinta. Il motivo? Non viene mai spiegato, eppure ci sembra di avvertire l’insofferenza dei protagonisti: verso un futuro sempre incerto, sì, ma anche verso gli umori dell’altro/a. L’amore non basta a tenerli vicini, anzi spesso li rende ostili. I silenzi, le attese, le mancanze, le incomprensioni… ogni piccola sottrazione si addensa attorno a una perdita senza contorni di cui la violenza sembra essere l’unico codice.
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