Creaturine tascabili – cioè interviste con persone carine del mondo della scrittura e dell’editoria – è il format di cadutodalpero.it in cui chiacchieriamo di libri e di chi e come li fa.
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Sasso, lei che creaturina tascabile si sente?
Ultimamente mi sento una lucertola. Mi sono sempre piaciute davvero tanto le lucertole, forse mi ci vedo anche nella maniera in cui si muovono in modo strano, sento che pure io mi muovo in un modo strano. E poi ultimamente ho fatto una nuova amicizia con una persona incredibile che mi ha fatto una lettura con un mazzo di carte particolare. Una delle carte principali di questa lettura e che rappresenterebbe me nel mio percorso è una lucertola, che rappresenta il sogno e il come devo ascoltarlo.
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Parlaci un po’ di te e delle cose che definiscono il tuo percorso come artista. Che tipo di formazione hai avuto? Cosa ti spinge a disegnare? Quali obiettivi ti poni per il futuro?
Dopo il liceo artistico ho frequentato per un po’ l’Accademia di Firenze e ho studiato animazione in un’altra scuola. Dopo aver mollato l’Accademia, ho capito che forse neanche animare era il lavoro adatto me, se non potevo farlo di mia iniziativa. Così ho provato con la concept art, che credo mi si addica di più. Perciò non so come siamo finiti al fumetto, ma eccoci (eh eh eh).
Non è una domanda che mi pongo spesso quella sul perché disegno e su cosa mi spinga a farlo. Immagino sia perché lo faccio da sempre: non ricordo davvero quando ho cominciato, e crescendo ho iniziato a vederlo come l’unica carriera da portare avanti. Avrei voluto fare tante altre cose e penso che comunque questa scelta non mi tolga la possibilità di farlo, ecco.
Il mio principale obiettivo futuro è prendere la patente, in realtà (eh eh eh). E be’, ovviamente continuare a fare quello che mi piace fare, disegnare e portare in vita storie e sogni. Ho capito che col tempo questa cosa l’ho trascurata, in un certo senso, ma forse è una delle cose che mi spinge a disegnare: raccontare qualcosa, senza troppe spiegazioni, ognuno ci veda quello che vuole.
Più nello specifico comunque, a proposito di Bagatto, io ne immagino già dei seguiti. Quindi ecco, un obiettivo per il futuro è quello di continuare la stirpe di Bagatto e magari portarlo anche su altri media. Avendo studiato animazione, mi piacerebbe molto vederne un prodotto animato, magari 2D, tradizionale, tutto bello disegnato.
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Ti seguo da qualche anno su Instagram, dove condividi alcuni dei lavori del tuo portfolio, tra illustrazioni, murales, studi di figure, etc. Ammetto che l’annuncio di un fumetto mi ha sorpreso. Cosa ti ha spinto a cimentarti in questa fatica? E che rapporto hai, in generale, con il fumetto?
Diciamo che il fumetto era il giusto compromesso. Nel senso che ciò che mi aveva frenato dal condividere le storie che avevo in testa “per esteso” era il fatto che per confezionare una storia, soprattutto in contesti come quello dell’animazione, c’è bisogno di molto tempo e di affidarsi ad altri, sottostare a ritmi di cui non sei padrone e altro. Mentre invece col fumetto potevo essere una sorta di jack of all trades, ricoprire ogni figura ed essere giudice di ogni ambito, con i miei tempi (più o meno).
A dire la verità, la mia conoscenza del fumetto in generale prima di Bagatto era abbastanza scarna. Avevo letto fumetti ma non così tanti, dei classici direi proprio nessuno. Ogni tanto sfogliavo i vecchi Dylan Dog e Corto Maltese di mia madre e poco altro. Ad ogni modo, questo esordio mi ha aperto un grande mondo che ora voglio indagare. Moebius, per esempio, mi ha sempre affascinato e forse è arrivato il momento di scoprirlo.
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Dicci qualcosa sulla genesi di Bagatto. Com’è nata l’idea? Cosa ti interessava raccontare? Quali opere ti hanno ispirato nel corso dei lavori?
L’idea è nata da una sequenza di sogni. In quello che ha posto le basi della trama vestivo i panni di un mago di corte che faceva da giudice a un banchetto: dovevo scegliere il migliore tra tre pretendenti al trono, uno dei quali era l’assassino del precedente re. Il sogno si svolgeva tra i corridoi vertiginosi e le grandi stanze del castello: io ero spesso assente al banchetto per proseguire le mie indagini, il che creava dei sospetti, rendendo l’atmosfera sempre più sinistra.
Un’altra ispirazione è venuta da una coppia di figure ricorrenti nei miei sogni: due gemelli dai capelli rossi che avevo sognato anche tempo prima di avere l’idea di Bagatto. In un’occasione si trattava ladri, in un’altra comparivano in veste di schiavisti. Avevano sempre un ruolo “losco” o ambiguo. Mi sembrava che quello che facessero in questi sogni fosse solo una copertura per i loro scopi reali, che erano più trascendentali, fino a superare in qualche modo i confini stessi del sogno, evadere. Volevano essere reali e sognatori a loro volta, svincolati dalla mente degli altri.
Tutti questi sogni ricorrenti mi fanno vedere l’universo di Bagatto come qualcosa di vivo, sempre cangiante e in evoluzione, che devo ancora scoprire, in cui devo immergermi ancora per poterne raccontare.
Oltre al lavoro d’introspezione che mi ha fatto da guida nello sviluppo della storia, credo sia molto forte in me l’influenza di Shakespeare: adoro le dinamiche nelle sue opere, quasi oniriche e mitologiche, “leggere” nonostante i profondi conflitti.
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Uno degli aspetti di Bagatto che mi ha più colpito è la varietà dei disegni. Le tavole richiamano ora l’affresco ora la bozza, ora l’illustrazione ora il cinema. Persino gli strumenti, che sono digitali, in determinati momenti strizzano l’occhio al tradizionale. Come hai vissuto questa continua transizione mediale nell’opera? E che valore ha per te?
Un altro dei motivi per cui ho voluto “buttarmi” in Bagatto riguarda anche questo: cambiare e continuare a farlo, sperimentare e allargare i confini della mia comfort zone, evitare il ristagno.
In generale poi mi piace molto mischiare le tecniche e vedere cosa ne esce. Perciò sì, è stato un continuo riformularsi, ma ha reso tutta la produzione di Bagatto anche molto poco noiosa. Frenetica e incerta sicuramente, ma una volta trovate le fondamenta è stato solo un piacere pasticciare sulle pagine e affrontarle volta per volta, se con gouache, se con quei pennelli o quegli altri, con quella palette, con quello stile. Avrei voluto variare di più ma per questioni di tempo ho dovuto sacrificare qualcosa. Però ecco, quello che non ho fatto troverà spazio nei prossimi capitoli, quindi la cosa non mi turba.
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È stato un piacere discutere con te su questi lidi dimenticati del web. Spero che l’abbia trovato stimolante anche tu. Prima di lasciarci, c’è una domanda che non ti ho fatto ma alla quale ti sarebbe piaciuto rispondere?
Domanda a piacere: cosa hai sognato stanotte?
Oggi ho fatto uno di quei sogni che dura una vita intera. Vivevo con un gruppi di nomadi, ogni tanto montavamo tende coloratissime e vivevamo qua e là. Non ricordo tanto cosa facevamo, quanto cosa provassi in quei momenti. Man mano che il tempo scorreva e le nostre vite andavano avanti, sorgevano nuovi problemi, nuove interazioni con persone esterne al gruppo. Ci ritrovavamo a negoziare il quieto vivere reciproco con varie altre bande che abitavano quelle zone desolate.
Ricordo poi che, in parallelo a questo sogno, mi stavo organizzando per un festival. Da una parte c’erano file e file di bancarelle e un sacco di amici, conoscenze e colleghi con cui interagivo. In un’altra zona della fiera, invece, c’erano case editrici che vendevano stampe e originali dei propri autori: era praticamente un’enorme mostra collettiva, racchiusa però in una casetta minuscola che ogni tanto era blu e ogni tanto rossa. L’ambiente era caotico, succedeva di tutto. Andava via la luce, delle persone in fila esultano e si lanciano per terra, diventano bidimensionali, come fossero carta. Ridono e io ci passo sopra.
Nel sogno parallelo, la situazione era sempre più critica. Alcuni re delle bande decidevano di riunirsi sotto un unico concilio per condividere le poche risorse. Non si sapeva cosa, ma qualcosa ci stava attaccando, stava divorando le popolazioni. Vivevamo stretti su impalcature vertiginose rivestite di stoffe verdi, io dormivo in una fessura alla base di una di queste. Dal cielo cadeva una pioggia verde e acida. Ci ammalavamo, ma non potevamo fare rumore quando tossivamo perché un’enorme creatura, alta quanto un palazzo, si aggirava minacciosa per le strade. Io correvo verso il concilio per avvisare i re, i quali convocavano subito il re delle piogge acide. Lui voleva aiutarci ma il suo potere ci faceva solo stare male. Fluttuava, aveva la pelle fucsia e le vesti verde petrolio, una grande corona che sembrava una mitra papale. Quando i re lo cacciavano se ne andava un po’ triste, e portava via la pioggia con sé.
Ricordo che ogni tanto giravo per certi luoghi, grandi distese desertiche. Era tutto molto bello e il tempo sembrava fermarsi per molti anni. Ricordo poi che c’era una persona che mi era parecchio cara in questo sogno, e ogni tanto ci guardavamo a vicenda dalle impalcature della città.
C’è ancora un po’ di roba ma non credo che qualcuno voglia continuare a leggere. Be’, grazie! È stato un piacere infinito, spero di non aver annoiato nessuno.
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