lunedì 31 agosto 2026

Amare il simulacro - «Leviticus» e «L'estate in cui Hikaru è morto» a confronto.

 
È da un po’ di tempo che mi tengo alla larga dalla fiction gay, di cui ho imparato a diffidare. Il mainstream è ormai compromesso dal boys’ love, l’underground è spesso insordito da violenza e abuso gratuiti. Lo spettro è ampio, chiaramente, ma è anche vero che le esperienze omosessuali, pur nei loro stereotipi, possono essere davvero singolari. Il nostro modo di vivere l’omosessualità il più delle volte si costruisce attorno al trauma, secondo configurazioni date dalla provenienza sociale, dal grado di urbanizzazione, dalla religiosità e da una serie di altri parametri.
Parafrasando: tutti i gay felici si somigliano, ogni gay infelice lo è a modo suo.
Quando ho visto il poster di Leviticus, invece, ho avvertito un’affinità. Del film non sapevo nulla, se non che era un horror queer con tematiche religiose, come d’altronde suggeriva il titolo – non sei stato davvero un ragazzino gay in una famiglia cristiana se non conosci il nome di quel libro – e che i protagonisti erano una coppia di twink. Tanto mi è bastato.

La pellicola di Adrian Chiarella è ambientata nei sobborghi australiani. Lunghi paesaggi post-industriali fanno da sfondo agli incontri di Niam e Ryan, due adolescenti appartenenti a una comunità puritana che scoprono un’attrazione reciproca. Se Ryan però dimostra una certa consapevolezza del proprio desiderio, Niam ne è in qualche modo ancora intimorito. A seguito di un episodio di gelosia di Niam, Ryan e un altro ragazzo vengono sottoposti a una sorta di esorcismo. Ma invece di liberarli dal male, il rito mette alle loro calcagna un’entità oscura e violenta.
Oltre alle performance attoriali superlative (su tutti vince una sottilissima Mia Wasikowska), la carta vincente del film è data dalla fotografia di Tyson Perkins. La leggera aberrazione, i colori polverosi, le luci gialle o azzurrognole, la camera che ora si muove curiosa, ora rimane immobile su una prospettiva centrale – tutto questo s’intreccia e dà sostanza a una narrazione sostanzialmente ambigua, fatta di silenzi e incertezze.
L’orrore in Leviticus è dato proprio da questo senso di dualità. Si fa fatica a leggere il codice della scena che abbiamo di fronte: nel tempo di un battito di ciglia, un atto di amore e comprensione può trasfigurarsi in un episodio di odio e abuso. La prima sequenza del film (dopo il titolo) incapsula perfettamente questa ambiguità, che è prima di tutto semiotica. La periferia, così dilatata e opaca, è il canale perfetto per simili inganni. Niam e Ryan non possono fidarsi di nessuno, nemmeno di se stessi: la cosa che li insegue, infatti, ha per l’uno le sembianze dell’altro.

Durante la visione del film non ho potuto fare a meno di pensare a L’estate in cui Hikaru è morto. Il manga di Mokumokuren, da cui è stato tratto anche un bellissimo anime (entrambi ancora in corso), racconta infatti di una doppiezza quasi sovrapponibile a quella rappresentata in Leviticus, e in un contesto simile.
Quando Yoshiki accusa il suo amico d’infanzia di non essere più lui, la cosa che abita il suo corpo si rivela. Hikaru non c’è più: al suo posto, un’entità misteriosa ne ha ereditato i ricordi, ma non la personalità. Messo di fronte alla verità e dunque alla morte di Hikaru, pur di non perdere l’amico di cui è segretamente innamorato, Yoshiki accetta la presenza di questo secondo “Hikaru”.
Nelle piccole realtà rurali come quelle in cui sono ambientate le due storie, l’omosessualità fatica persino a darsi un nome: è un’impresa faticosa che richiede una grande forza mentale, quasi uno slancio creativo. Non si può apprendere, non ne esiste un’ortodossia: può essere solo accolta per sottrazione, uno sbaglio alla volta, nell’illusione che non ti sopraffaccia.
In quest’ottica, se è vero che la scelta di Yoshiki di nutrire l’illusione di “Hikaru” suona come un capriccio, un sintomo di immaturità emotiva, allo stesso tempo cela un’incredibile forza di volontà. Il terribile tradimento di Yoshiki convive con la sua devozione per Hikaru: un’eresia possibile solo per chi ha imparato l’amore come una colpa.

«Preferisco un falso, piuttosto che restare solo». Questa frase di Yoshiki ha continuato a echeggiarmi nella testa per diverse settimane dopo averla ascoltata, ed è tornata a risuonare anche durante la visione di Leviticus. Nel film, infatti, l’entità che perseguita Niam e Ryan li può attaccare solo mentre sono da soli, cioè quando credono di potersi amare senza subirne le conseguenze violente da parte della comunità. È una sorta di crudele addestramento: devono imparare ad avere paura l’uno dell’altro. E ciononostante, i due continuano a cadere nell’inganno, a costo della propria incolumità.
Come l’entità che perseguita Niam e Ryan, anche il finto “Hikaru” è un’alterità assoluta. La sua inconsistenza morale lo rende imprevedibile e persino violento. È un mostro capace di tutto, e allo stesso tempo le sue azioni possono non significare niente. «Dice cose come “ti amo” ma è un po’ diverso dal “ti amo” degli umani. E forse noi, così come non comprendiamo del tutto lo scavare buche dei cani e l’affilare le unghie dei gatti, non capiamo nemmeno il suo “ti amo”.»
Eppure, amare il simulacro è una pena più clemente che rinunciare del tutto all’amore.
 
‧ ₊˚ ✧ ˚₊ ‧ 
 
Se questo post ti è piaciuto, iscriviti al canale Telegram del blog (lo trovi cercando scrivendo “cadutodalpero” nella barra di ricerca dellapp) e condividi i miei contenuti con chi credi potrebbe apprezzarli. Grazie 

giovedì 27 agosto 2026

Cuciture nascoste - recensione di «Abbiamo sempre vissuto nel castello» di Shirley Jackson

È proprio vero che con i libri bisogna aspettare il momento adatto. Prima di questa settimana avevo provato a leggere Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson almeno altre due volte, senza successo, fermandomi dopo le prime tre o quattro pagine. C’era qualcosa di respingente, un’energia nella scrittura che mi teneva a distanza. Merricat non è una narratrice troppo cordiale, non le interessa farti sentire a tuo agio, non ti accomoda nel suo racconto poco alla volta. Solo quando mi sono trovato nella giusta disposizione di spirito, rivolto a lei senza sospetto o aspettative – solo allora sono riuscito a entrare nel suo mondo.

Mary Katherine (Merricat) Blackwood vive nell’antica casa di famiglia insieme alla sorella Constance e allo zio Julian. Dopo la morte degli altri componenti della famiglia, avvenuta in circostanze mai chiarite, i tre conducono un’esistenza appartata. Abitano in una bolla di ricordi, fiori e suppellettili, compiaciuti della propria routine, delle ricorsività che la puntellano. Costance si dedica alla cura della casa e del giardino, Julian riesamina ossessivamente i dettagli di quel triste giorno, e Merricat… fa Merricat. Tutto questo almeno finché la comparsa del cugino Charles non scombina le carte in tavola.

L’aspetto più interessante del romanzo, almeno nella mia lettura, è la continua tensione tra il razionale e l’irrazionale, tra pensiero logico e magico, che non rimane mai soltanto sulla pagina, ma intreccia la dialettica tra lettore e narratrice, specie a partire dall’arrivo di Charles. Se infatti da un lato sappiamo che la vita delle sorelle e dello zio Blackwood è solo un surrogato di esistenza – un ibrido tra un idillio da cartolina, una fiaba e un manicomio – dall’altro ci chiediamo se il pragmatismo che viene loro proposto (se non imposto) non sia una forma di violenza gratuita. Dopotutto, Merricat e Constance sembrano felici nel loro castello. E perché altri dovrebbero sapere cos’è meglio per loro o per Julian? Perché noi dovremmo saperlo?

In questo gioco letterario di viaggi immaginari sulla luna e incantesimi, di torte al rabarbaro e porcellane, ci sentiamo sempre chiamati a prendere una posizione: siamo dalla parte di Merricat o contro di lei. Siamo dalla parte delle sorelle Blackwood o da quella di chi le schernisce e le perseguita, ma anche di chi si preoccupa per loro. L’ostinazione di Merricat nel voler vivere in quel mondo, lontana da tutti, non lascia possibilità di compromesso. Fa quasi rabbia la sua indisponenza, vorresti che qualcuno le desse una sculacciata. Persino la compiacenza remissiva che le usa Constance può essere irritante. E più di una volta, durante la lettura, mi sono chiesto se l’ascendente di Merricat sulla sorella non fosse una forma di manipolazione. La paura di Constance dell’estraneo è davvero sua o è nutrita da Merricat, o addirittura è una sua proiezione?

Seppure esagerata, Abbiamo sempre vissuto nel castello può essere la storia di qualsiasi famiglia. Le dinamiche grottesche che tengono in piedi casa Blackwood – quel che ne rimane, almeno – si annidano anche nelle nostre dimore: paure e ripetizioni, abitudini magiche e amori velenosi ci tengono insieme come cuciture nascoste. Abbiamo un bel parlare dei cattivi costumi altrui, ma ci teniamo gelosi i nostri.

I più letti del mese