giovedì 27 agosto 2026

Cuciture nascoste - recensione di «Abbiamo sempre vissuto nel castello» di Shirley Jackson

È proprio vero che con i libri bisogna aspettare il momento adatto. Prima di questa settimana avevo provato a leggere Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson almeno altre due volte, senza successo, fermandomi dopo le prime tre o quattro pagine. C’era qualcosa di respingente, un’energia nella scrittura che mi teneva a distanza. Merricat non è una narratrice troppo cordiale, non le interessa farti sentire a tuo agio, non ti accomoda nel suo racconto poco alla volta. Solo quando mi sono trovato nella giusta disposizione di spirito, rivolto a lei senza sospetto o aspettative – solo allora sono riuscito a entrare nel suo mondo.

Mary Katherine (Merricat) Blackwood vive nell’antica casa di famiglia insieme alla sorella Constance e allo zio Julian. Dopo la morte degli altri componenti della famiglia, avvenuta in circostanze mai chiarite, i tre conducono un’esistenza appartata. Abitano in una bolla di ricordi, fiori e suppellettili, compiaciuti della propria routine, delle ricorsività che la puntellano. Costance si dedica alla cura della casa e del giardino, Julian riesamina ossessivamente i dettagli di quel triste giorno, e Merricat… fa Merricat. Tutto questo almeno finché la comparsa del cugino Charles non scombina le carte in tavola.

L’aspetto più interessante del romanzo, almeno nella mia lettura, è la continua tensione tra il razionale e l’irrazionale, tra pensiero logico e magico, che non rimane mai soltanto sulla pagina, ma intreccia la dialettica tra lettore e narratrice, specie a partire dall’arrivo di Charles. Se infatti da un lato sappiamo che la vita delle sorelle e dello zio Blackwood è solo un surrogato di esistenza – un ibrido tra un idillio da cartolina, una fiaba e un manicomio – dall’altro ci chiediamo se il pragmatismo che viene loro proposto (se non imposto) non sia una forma di violenza gratuita. Dopotutto, Merricat e Constance sembrano felici nel loro castello. E perché altri dovrebbero sapere cos’è meglio per loro o per Julian? Perché noi dovremmo saperlo?

In questo gioco letterario di viaggi immaginari sulla luna e incantesimi, di torte al rabarbaro e porcellane, ci sentiamo sempre chiamati a prendere una posizione: siamo dalla parte di Merricat o contro di lei. Siamo dalla parte delle sorelle Blackwood o da quella di chi le schernisce e le perseguita, ma anche di chi si preoccupa per loro. L’ostinazione di Merricat nel voler vivere in quel mondo, lontana da tutti, non lascia possibilità di compromesso. Fa quasi rabbia la sua indisponenza, vorresti che qualcuno le desse una sculacciata. Persino la compiacenza remissiva che le usa Constance può essere irritante. E più di una volta, durante la lettura, mi sono chiesto se l’ascendente di Merricat sulla sorella non fosse una forma di manipolazione. La paura di Constance dell’estraneo è davvero sua o è nutrita da Merricat, o addirittura è una sua proiezione?

Seppure esagerata, Abbiamo sempre vissuto nel castello può essere la storia di qualsiasi famiglia. Le dinamiche grottesche che tengono in piedi casa Blackwood – quel che ne rimane, almeno – si annidano anche nelle nostre dimore: paure e ripetizioni, abitudini magiche e amori velenosi ci tengono insieme come cuciture nascoste. Abbiamo un bel parlare dei cattivi costumi altrui, ma ci teniamo gelosi i nostri.

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