giovedì 17 settembre 2026

Peccato originale e fiore di ciliegio - «Mandibula» e «Card Captor Sakura» a confronto

La prima volta che provai a leggere Mandibula lo abbandonai. Mi sembrava che la prosa fosse deliberatamente stucchevole, come se volesse sfidare il lettore e interrogarlo sul suo gusto per la “buona letteratura”, ma in una maniera che all’epoca giudicai troppo sfacciata. Ma alcune immagini che vi avevo trovato continuavano a infestare la mia fantasia, così ho deciso di dargli una seconda occasione.

Non è stata una lettura facile. La scrittura di Ojeda è labirintica, non si piega a compromessi e non accetta di essere semplificata: è consapevole della sua scompostezza. Il libro pone una sfida: riuscire a rimanere lucidi mentre ci si inoltra in un racconto buio, spinoso, viscoso, dove niente di quello che viene posto lungo il percorso ha lo scopo di mettere il lettore a proprio agio, sia da un punto di vista meramente stilistico che per quanto riguarda i contenuti.

La cornice è quella di Fernanda, studentessa di una scuola privata femminile che viene rapita da Clara, sua professoressa di inglese. La vicenda, attraverso delle retrospezioni, si dirama lungo verità inconfessabili, conflitti e amori irrisolti. A metà strada tra le due protagoniste c’è poi Annelise, migliore amica e compagna di classe di Fernanda, manipolatrice e dall’immaginazione febbrile: il suo più grande talento è ammaestrare i demoni nelle teste degli altri.

Se dovessi dire di cosa parla Mandibula, direi che è una storia sulla malvagità, sul divino, sul carnale – intrecciati in un’unica configurazione. Parla delle cose che ci rifiutiamo di affrontare e che preferiamo lasciare che ci crescano dentro, come anche di quelle cose che si trovano al di là della nostra mondanità.

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In una pagina del suo romanzo Ojeda nomina anche Card Captor Sakura. Forse si tratta di una citazione oziosa, forse no; ad ogni modo, mi solleticava l’idea di usare l’opera come una sorta di chiave di lettura inversa. In effetti, mi è sembrato interessante interpretare Mandibula come una perversione del genere dello shōjo, di cui rinomato manga delle CLAMP fa parte. Nel libro si legge: «[la pubertà è] un’età che rappresenta il vuoto e l’indefinito, ma anche la possibilità di molte cose, la potenza dell’essere». Non mi sembra molto lontano dalle definizioni che diversi esperti di cultura giapponese danno dell’età shōjo (potete leggerne alcune in La promessa della luna. Genealogie di Sailor Moon, il saggio scritto da me e June Scialpi), cioè di quella fase della vita di una ragazza (precipuamente giapponese, ma non solo) in cui ella è «intrappolata in un limbo tra infanzia e maturità, fantasia e realtà, idealismo e materia». In questo senso, ho trovato che Mandibula facesse “il verso” Card Captor Sakura nel tema della rappresentazione dell’amicizia tra ragazze che sfuma nell’amore lesbico.

Nel manga, la migliore amica di Sakura, Tomoyo, ha per lei una devozione che sfocia spesso e volentieri nell’idolatria. Tomoyo diventa quasi una groupie di Sakura: confeziona per lei gli abiti da maghetta, registra i video dei suoi interventi magici. E se in alcuni momenti si può speculare a proposito di un suo affetto più profondo per Sakura, in altri l’attrazione di Tomoyo per l’amica viene quasi esplicitata, ed è lei stessa a prospetta a Sakura una comprensione più piena di quel sentimento quando sarà il tempo della pubertà.

La somiglianza con Mandibula e con il rapporto tra Fernanda e Annelise è piuttosto evidente. Se però Tomoyo elegge Sakura a sua eroina, e la incoraggia e la supporta nelle sue imprese e nelle sue scelte, Fernanda è accecata dalla superiorità di Annelise, ha paura di lei ma non può fare a meno di venerarla e brillare della sua luce riflessa.

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L’altro aspetto per cui si possono accostare le due opere riguarda quella che io e June Scialpi chiamiamo “la morte della shōjo”. È l’idea per cui dopo gli anni Duemila (circa) non sia stato più possibile scrivere opere shōjo in senso originario, perché il target ideale, cioè la ragazza che non è più bambina ma non è ancora donna, non esiste più: la spaccatura aperta dalla riforma scolastica Meiji, in seno alla quale si sviluppò la cultura delle ragazze (per approfondire l’argomento vi consiglio vivamente il saggio Shōjo bunka di Ludovica Morrone), si è infine richiusa per opera dei processi di globalizzazione e del consumismo.

In Card Captor Sakura, l’autrice implicita (vedi: W. Iser, L’atto della lettura) sembra essa stessa una bambina, non una mente “matura” che organizza la materia narrata con intenti edificanti. Porto un esempio. C’è una storyline in cui un’amichetta di Sakura si infatua del maestro: un trope molto comune, per la verità, in questo genere di storie, che di solito si conclude con la figura dell’adulto che scoraggia dolcemente l’infatuata e la rassicura che un giorno si innamorerà di uno della sua età. Nel manga delle CLAMP, invece, alla fine è il maestro che si dichiara alla sua giovanissima studentessa, e la relazione tra i due, seppur tenuta nascosta agli altri personaggi, è rappresentata in maniera romantica e senza malizia. È una prospettiva accettabile solo se crediamo che a scrivere la storia sia stata una bambina delle elementari. Quando è uscito, Card Captor Sakura si poneva in controtendenza rispetto agli shōjo più rinomati della sua epoca, che invece cercavano un pubblico con interessi e gusti più maturi rispetto al target tradizionale.

In quest’ottica, Card Captor Sakura rappresenta secondo me una sorta di “canto del cigno” del manga shōjo. L’opera delle CLAMP è un inno ai valori più puri della femminilità prepuberale, all’ingenuità, alla tenerezza: è un mondo in cui il conflitto può sempre rientrare e guarire, e anche i “malvagi” sono capaci di gentilezze. All’opposto, Mandibula narra l’orrore di ritrovarsi in quell’età incerta e piena di impulsi, e allo stesso tempo la paura di chi, dall’esterno, deve averci a che fare. Come sarà noto dai flashback e dalle retrospettive che narrano l’episodio della morte del fratello di Fernanda, persino l’infanzia nel romanzo di Ojeda non trova scampo, e diventa la culla di un peccato originale inesplicabile.

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