giovedì 30 aprile 2026

Streghe a caccia - Ichi the Witch di Osamu Nishi e Shiro Usazaki

Se n’è parlato molto negli ultimi mesi e finalmente questa settimana è arrivato nelle fumetterie italiane: Ichi the Witch, la nuova serie manga shōnen fantasy sceneggiata da Osamu Nishi e disegnata da Shiro Usazaki, si mostra in un primo volume targato Star Comics, affiancato da una variant con standee in acrilico davvero gradevole (ma scandalosamente sovrapprezzata). C’è chi ne loda l’immediatezza e dice che sarà il Dragon Ball delle nuove generazioni; altri storcono il naso e «a ‘sto giro passo», poco entusiasti all’idea di un’altra lunga serie che non promette di cambiare le carte in tavola – ma sarà davvero così? Andiamo con ordine.

Il protagonista della storia, Ichi, è un giovane e abilissimo cacciatore. Dopo essere stato abbandonato sulle montagne da bambino, ha deciso di condurre una vita quasi selvaggia, seguendo un brutale ma onesto codice di condotta: uccidere solo per fame o soltanto ciò che rappresenta un pericolo. Per questo motivo non osa attaccare la misteriosa creatura che da giorni riposa in un bosco, anche se non aspetta che un pretesto. Questo arriva quando essa rivela la sua identità: è Uroro, il nefasto re dei Majik, cioè delle incarnazioni della magia che popolano la terra, e a cui le streghe danno la caccia.

Nelle alette della copertina leggiamo una confessione della sceneggiatrice. In giapponese la parola «majo» (strega) esiste solo al femminile; allora come sarebbe una strega maschio? L’idea di Ichi the Witch nasce proprio da tale perplessità. Nel mondo di questo manga, solo le donne sono in grado di sviluppare poteri magici e, dando la caccia ai Majik e superando le prove poste da essi, di “apprenderli” come fossero incantesimi. In un tranello di tolkeniana memoria,Uroro ha però studiato la propria prova in modo che nessuna donna possa superarla. Non ha tenuto conto, tuttavia, di un dettaglio importante: Ichi non sarà una donna, ma come cacciatore non teme rivali.

Giudicare una serie solo dal suo primo volume sarebbe davvero precipitoso, specie per un’opera di questo genere. Quello che mi sento di dire è che Ichi the Witch sembra aver polarizzato molto le opinioni del pubblico. Da un lato, c’è chi ci vede una semplice reiterazione di uno dei più classici modelli del battle shōnen fantasy. La storia di Osamu Nishi segue le orme battute da Dragon Ball fino al più recente Demon Slayer, passando per Hunter x Hunter e tutti i grandi shōnen dei Duemila. Come molti dei protagonisti di queste opere, anche Ichi è mosso da un obiettivo piuttosto chiaro – quello di cacciare (tutte le prede possibili?) – che determinerà la traiettoria della sua evoluzione nel corso della storia. È facile immaginare che i design delle sfide lanciate dai Majik e delle loro magie saranno dunque il principale elemento di flavour del manga.

D’altra parte, nel dimostrare una chiara consapevolezza della tradizione in cui si inscrive, Ichi the Witch vi si accosta con ironia. Ichi non conosce la magia né la sociologia delle streghe. È un ingénu ricco di potenziale, ma anche un’anomalia: è un uomo in un ruolo tipicamente femminile. Il suo approccio alla caccia è atipico, quasi primitivo, ma efficace proprio in virtù della sua semplicità, in un sistema magico che appare piuttosto “costruito”, favolistico persino. Anche gli altri personaggi sembrano terribilmente intriganti, a partire proprio da Desscaras, la vanesia strega dagli occhi dolci a cui viene affidato Ichi – una “spalla” che brama i riflettori – e una nutrita schiera di altre streghe e di Majik, ciascuno con poteri e personalità imprevedibili.

Una grandissima parte dell’appeal del manga la fanno naturalmente i disegni di Shiro Usazaki. Un tratto lievemente carnoso e delle composizioni un po’ barocche si accompagnano a una regia schietta ma ben studiata. Le due autrici si sono coordinate benissimo sul ritmo della storia: incalzante, mai frettoloso, supportato da frequenti gag che non distraggono né stancano. Le scene d’azione godono di simmetrie sagaci e prospettive affilate che rendono le immagini molto dinamiche. Il character design vince però su tutto il resto, specie nel comparto dei costumi, che sembrano usciti dal Return to Oz del 1985 (passando per un Met Gala). Ma forse è l’espressività marcata dei volti – lo sguardo vitreo di Ichi, la smorfia languida di Desscaras – a dare a Ichi the Witch un aspetto così accattivante.

Al netto di questo primo volume, posso dirmi colpito? Non del tutto, lo ammetto, ma aspetto almeno altri due o tre volumi prima di chiamarmi fuori, eventualmente. Diciamo che, per quanto riconosca la freschezza dei disegni, non sono sicuro di essere il target ideale di questo manga. Forse, dopo tanti battle shōnen, si fa fatica a lasciarsi stupire. E per come la vedo io, non basta che una cosa sia “ben fatta” e “scorrevole” per valere tempo e soldi. Ma Ichi the Witch, se non altro, non manca di carisma: si presenta come un manga adatto a tutti, anche un po’ ruffiano, e leggero sì, ma non sciocco. Non è detto che con il tempo non possa vincere le mie diffidenze  ne sarei davvero entusiasta, nel caso.

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