È da un po’ di tempo che mi tengo alla larga dalla fiction gay, di cui ho imparato a diffidare. Il mainstream è ormai compromesso dal boys’ love, l’underground è spesso insordito da violenza e abuso gratuiti. Lo spettro è ampio, chiaramente, ma è anche vero che le esperienze omosessuali, pur nei loro stereotipi, possono essere davvero singolari. Il nostro modo di vivere l’omosessualità il più delle volte si costruisce attorno al trauma, secondo configurazioni date dalla provenienza sociale, dal grado di urbanizzazione, dalla religiosità e da una serie di altri parametri.
Parafrasando: tutti i gay felici si somigliano, ogni gay infelice lo è a modo suo.
Quando ho visto il poster di Leviticus, invece, ho avvertito un’affinità. Del film non sapevo nulla, se non che era un horror queer con tematiche religiose, come d’altronde suggeriva il titolo – non sei stato davvero un ragazzino gay in una famiglia cristiana se non conosci il nome di quel libro – e che i protagonisti erano una coppia di twink. Tanto mi è bastato.
La pellicola di Adrian Chiarella è ambientata nei sobborghi australiani. Lunghi paesaggi post-industriali fanno da sfondo agli incontri di Niam e Ryan, due adolescenti appartenenti a una comunità puritana che scoprono un’attrazione reciproca. Se Ryan però dimostra una certa consapevolezza del proprio desiderio, Niam ne è in qualche modo ancora intimorito. A seguito di un episodio di gelosia di Niam, Ryan e un altro ragazzo vengono sottoposti a una sorta di esorcismo. Ma invece di liberarli dal male, il rito mette alle loro calcagna un’entità oscura e violenta.
Oltre alle performance attoriali superlative (su tutti vince una sottilissima Mia Wasikowska), la carta vincente del film è data dalla fotografia di Tyson Perkins. La leggera aberrazione, i colori polverosi, le luci gialle o azzurrognole, la camera che ora si muove curiosa, ora rimane immobile su una prospettiva centrale – tutto questo s’intreccia e dà sostanza a una narrazione sostanzialmente ambigua, fatta di silenzi e incertezze.
L’orrore in Leviticus è dato proprio da questo senso di dualità. Si fa fatica a leggere il codice della scena che abbiamo di fronte: nel tempo di un battito di ciglia, un atto di amore e comprensione può trasfigurarsi in un episodio di odio e abuso. La prima sequenza del film (dopo il titolo) incapsula perfettamente questa ambiguità, che è prima di tutto semiotica. La periferia, così dilatata e opaca, è il canale perfetto per simili inganni. Niam e Ryan non possono fidarsi di nessuno, nemmeno di se stessi: la cosa che li insegue, infatti, ha per l’uno le sembianze dell’altro.
Durante la visione del film non ho potuto fare a meno di pensare a L’estate in cui Hikaru è morto. Il manga di Mokumokuren, da cui è stato tratto anche un bellissimo anime (entrambi ancora in corso), racconta infatti di una doppiezza quasi sovrapponibile a quella rappresentata in Leviticus, e in un contesto simile.
Quando Yoshiki accusa il suo amico d’infanzia di non essere più lui, la cosa che abita il suo corpo si rivela. Hikaru non c’è più: al suo posto, un’entità misteriosa ne ha ereditato i ricordi, ma non la personalità. Messo di fronte alla verità e dunque alla morte di Hikaru, pur di non perdere l’amico di cui è segretamente innamorato, Yoshiki accetta la presenza di questo secondo “Hikaru”.
Nelle piccole realtà rurali come quelle in cui sono ambientate le due storie, l’omosessualità fatica persino a darsi un nome: è un’impresa faticosa che richiede una grande forza mentale, quasi uno slancio creativo. Non si può apprendere, non ne esiste un’ortodossia: può essere solo accolta per sottrazione, uno sbaglio alla volta, nell’illusione che non ti sopraffaccia.
In quest’ottica, se è vero che la scelta di Yoshiki di nutrire l’illusione di “Hikaru” suona come un capriccio, un sintomo di immaturità emotiva, allo stesso tempo cela un’incredibile forza di volontà. Il terribile tradimento di Yoshiki convive con la sua devozione per Hikaru: un’eresia possibile solo per chi ha imparato l’amore come una colpa.
«Preferisco un falso, piuttosto che restare solo». Questa frase di Yoshiki ha continuato a echeggiarmi nella testa per diverse settimane dopo averla ascoltata, ed è tornata a risuonare anche durante la visione di Leviticus. Nel film, infatti, l’entità che perseguita Niam e Ryan li può attaccare solo mentre sono da soli, cioè quando credono di potersi amare senza subirne le conseguenze violente da parte della comunità. È una sorta di crudele addestramento: devono imparare ad avere paura l’uno dell’altro. E ciononostante, i due continuano a cadere nell’inganno, a costo della propria incolumità.
Come l’entità che perseguita Niam e Ryan, anche il finto “Hikaru” è un’alterità assoluta. La sua inconsistenza morale lo rende imprevedibile e persino violento. È un mostro capace di tutto, e allo stesso tempo le sue azioni possono non significare niente. «Dice cose come “ti amo” ma è un po’ diverso dal “ti amo” degli umani. E forse noi, così come non comprendiamo del tutto lo scavare buche dei cani e l’affilare le unghie dei gatti, non capiamo nemmeno il suo “ti amo”.»
Eppure, amare il simulacro è una pena più clemente che rinunciare del tutto all’amore.
Parafrasando: tutti i gay felici si somigliano, ogni gay infelice lo è a modo suo.
Quando ho visto il poster di Leviticus, invece, ho avvertito un’affinità. Del film non sapevo nulla, se non che era un horror queer con tematiche religiose, come d’altronde suggeriva il titolo – non sei stato davvero un ragazzino gay in una famiglia cristiana se non conosci il nome di quel libro – e che i protagonisti erano una coppia di twink. Tanto mi è bastato.
La pellicola di Adrian Chiarella è ambientata nei sobborghi australiani. Lunghi paesaggi post-industriali fanno da sfondo agli incontri di Niam e Ryan, due adolescenti appartenenti a una comunità puritana che scoprono un’attrazione reciproca. Se Ryan però dimostra una certa consapevolezza del proprio desiderio, Niam ne è in qualche modo ancora intimorito. A seguito di un episodio di gelosia di Niam, Ryan e un altro ragazzo vengono sottoposti a una sorta di esorcismo. Ma invece di liberarli dal male, il rito mette alle loro calcagna un’entità oscura e violenta.
Oltre alle performance attoriali superlative (su tutti vince una sottilissima Mia Wasikowska), la carta vincente del film è data dalla fotografia di Tyson Perkins. La leggera aberrazione, i colori polverosi, le luci gialle o azzurrognole, la camera che ora si muove curiosa, ora rimane immobile su una prospettiva centrale – tutto questo s’intreccia e dà sostanza a una narrazione sostanzialmente ambigua, fatta di silenzi e incertezze.
L’orrore in Leviticus è dato proprio da questo senso di dualità. Si fa fatica a leggere il codice della scena che abbiamo di fronte: nel tempo di un battito di ciglia, un atto di amore e comprensione può trasfigurarsi in un episodio di odio e abuso. La prima sequenza del film (dopo il titolo) incapsula perfettamente questa ambiguità, che è prima di tutto semiotica. La periferia, così dilatata e opaca, è il canale perfetto per simili inganni. Niam e Ryan non possono fidarsi di nessuno, nemmeno di se stessi: la cosa che li insegue, infatti, ha per l’uno le sembianze dell’altro.
Durante la visione del film non ho potuto fare a meno di pensare a L’estate in cui Hikaru è morto. Il manga di Mokumokuren, da cui è stato tratto anche un bellissimo anime (entrambi ancora in corso), racconta infatti di una doppiezza quasi sovrapponibile a quella rappresentata in Leviticus, e in un contesto simile.
Quando Yoshiki accusa il suo amico d’infanzia di non essere più lui, la cosa che abita il suo corpo si rivela. Hikaru non c’è più: al suo posto, un’entità misteriosa ne ha ereditato i ricordi, ma non la personalità. Messo di fronte alla verità e dunque alla morte di Hikaru, pur di non perdere l’amico di cui è segretamente innamorato, Yoshiki accetta la presenza di questo secondo “Hikaru”.
Nelle piccole realtà rurali come quelle in cui sono ambientate le due storie, l’omosessualità fatica persino a darsi un nome: è un’impresa faticosa che richiede una grande forza mentale, quasi uno slancio creativo. Non si può apprendere, non ne esiste un’ortodossia: può essere solo accolta per sottrazione, uno sbaglio alla volta, nell’illusione che non ti sopraffaccia.
In quest’ottica, se è vero che la scelta di Yoshiki di nutrire l’illusione di “Hikaru” suona come un capriccio, un sintomo di immaturità emotiva, allo stesso tempo cela un’incredibile forza di volontà. Il terribile tradimento di Yoshiki convive con la sua devozione per Hikaru: un’eresia possibile solo per chi ha imparato l’amore come una colpa.
«Preferisco un falso, piuttosto che restare solo». Questa frase di Yoshiki ha continuato a echeggiarmi nella testa per diverse settimane dopo averla ascoltata, ed è tornata a risuonare anche durante la visione di Leviticus. Nel film, infatti, l’entità che perseguita Niam e Ryan li può attaccare solo mentre sono da soli, cioè quando credono di potersi amare senza subirne le conseguenze violente da parte della comunità. È una sorta di crudele addestramento: devono imparare ad avere paura l’uno dell’altro. E ciononostante, i due continuano a cadere nell’inganno, a costo della propria incolumità.
Come l’entità che perseguita Niam e Ryan, anche il finto “Hikaru” è un’alterità assoluta. La sua inconsistenza morale lo rende imprevedibile e persino violento. È un mostro capace di tutto, e allo stesso tempo le sue azioni possono non significare niente. «Dice cose come “ti amo” ma è un po’ diverso dal “ti amo” degli umani. E forse noi, così come non comprendiamo del tutto lo scavare buche dei cani e l’affilare le unghie dei gatti, non capiamo nemmeno il suo “ti amo”.»
Eppure, amare il simulacro è una pena più clemente che rinunciare del tutto all’amore.
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