martedì 7 gennaio 2025

Gli arazzi dei nostri antenati - Lud nella nebbia di Hope Mirrlees

 

La città di Lud nella Nebbia è amministrata da un'oligarchia di burocrati, erede dei rivoluzionari che molti anni prima si erano liberati della nobiltà e dei suoi vizi esotici, a cui la nuova classe dirigente oppone la concretezza di spirito borghese. Nataniel Cantachiaro, più sindaco di Lud e siniscalco del Libero Stato di Dorimare, ne è l'esempio più vivido, nonché la vittima più vulnerabile. Quando il vecchio sindaco scoprirà un traffico di frutti proibiti che risvegliano gli antichi costumi, le soluzioni che tenterà di mettere in atto si riveleranno insufficienti: perché la partita si gioca su molti più livelli di quanti una mente moderna non ne riesca a immaginare.

Ponte ideale tra le fiabe di Andersen e i libri di Wynne-Jones, il romanzo di Hope Mirrlees si muove sulla scia di una costante sorpresa, della quale combina perfettamente i sensi di meraviglia e di terrore. Colori vivaci e note sinistre fanno vibrare una storia che non ha paura di giocare con i generi.

Lud nella Nebbia è lirico e bucolico, ma anche implacabilmente pungente. La penna di Mirrlees, per quanto indugi spesso in particolari leziosi, non manca di essere caustica, miscelando all'occorrenza gli inchiostri dove la morale diventa screziata, più che veramente grigia. In poche altre storie dei personaggi rifulgono delle proprie banalità in maniera tanto eroica.

Tutto il romanzo è come un grande arazzo, intarsiato di dettagli e di significazioni materiali e simboliche che si intrecciano a più riprese, senza soluzione di continuità. La visione complessiva ci è preclusa, e ogni presunzione di goderne è un inganno.

giovedì 28 novembre 2024

Ci saremmo sbagliate - Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka

Prima metà dell'era Shōwa. Una nave solca le acque del Pacifico, porta un coro di ragazze giapponesi ai futuri mariti che le aspettano negli Stati Uniti, dove erano emigrati in precedenza. È stato promesso loro un futuro radioso, ma la realtà che le attende è ben più miserevole. Hanno creduto all'inganno degli uomini, e dal momento in cui hanno messo piede sulla nave hanno accettato una vita faticosa, ingrata e sordida: da braccianti, da pr0stitute, a chi va bene da domestiche.

Le protagoniste/narratrici vengono presto separate e spogliate della loro altezzosità. Da qui in poi, il romanzo diventa un grande apparato anaforico, in cui ogni evento si ramifica nelle sue innumerevoli varianti. Per una che piange, ce n'è una che ride. Se lei grida, protesta e punta i piedi, l'altra accetta tutto quello che le viene imposto senza aprire bocca. E poi, di tanto in tanto, ce n'è qualcuna che sfugge alle dicotomie, e che per un solo istante brilla di una dignità folgorante.

La voce del romanzo è di tutte che spesso sono una sola alla volta, come uno spirito-alveare che le abita a turno. All'inizio contegnose e civettuole, le donne si piegano al loro destino tra lamenti e silenzi (stoici o terrorizzati). Le frasi battono sulla pagina al ritmo martellante di una preghiera, e così esse si autodisciplinano: alla docilità, finanche all'indolenza.

Venivamo tutte per mare intreccia il lirismo pubblico del carme all'intimità del memoir. Otsuka tesse un racconto-arazzo in cui ogni singola fibra è la voce di qualcuna che si è persa tra le montagne, in un campo, sul letto di fiume o di una camera d'albergo - più spesso quello della propria casa. L'autrice le recupera una per una, senza la presunzione di voler tracciare un documento storico, eppure restituendoci l'immagine dolorosamente urgente di una diaspora dimenticata.

giovedì 12 settembre 2024

Luna e vuoto - La palude di Claudio Kulesko

Crescere è un processo a sottrazione. Dalla sconfinata potenzialità di cose che avremmo potuto essere e fare, progressivamente molte terminazioni seccano e vengono amputate. E gli scarti di queste operazioni si depositano negli angoli: c'è chi li ignora, e chi li contempla con un prurito alla mente, come fossero detriti di qualcosa che non possiamo smaltire e aspettiamo che si sgretolino e s'insinuino lenti tra le fughe delle mattonelle e i pori del cemento, fino a sgocciolare in un abisso che non ci riguarda.

La palude è un'incursione negli altari sotterranei delle nostre abdicazioni. Il protagonista immaginato da Claudio Kulesko ripercorre alcuni episodi della sua vita, muovendosi per le strade di una Roma brutale, insufficiente. Ma mentre la realtà esteriore va avanti negli anni, qualcosa all'interno cerca di preservarsi. La lingua pulita e puntuale del narratore racconta dei rimorsi che gli sono cresciuti addosso come parassiti e che, a un certo punto, sono diventati simbionti.

Nelle tavole di Francesca Guerrieri, gli spettri di un passato ancestrale si travestono con le spoglie del presente: creature itteriche, dei della luna e del vuoto che hanno perso il loro dominio, e che ora abitano una sporcizia lussureggiante e templi di cemento. I disegni accompagnano una novella che è in effetti una sorta di studio inconcluso dall'eco lovecraftiana: una retrospettiva intessuta di intuizioni ed epifanie inspiegabili che vengono semplicemente lasciate lì, oscure e folgoranti.

domenica 1 settembre 2024

Una cosa incandescente - Nella verde gola delle lupe di Lucrezia Pei e Ornella Soncini

 

In un eremo oscuro, nel folto della selva, ha trovato riparo una piccola comunità matriarcale devota al culto di Santa Agilulfa, colei che resistette alla tentazione del Lupo e del suo segreto, e lo domò. Le discendenti della prima Cacciatrice conducono vite modeste, assecondando appetiti basilari, seguendo rigidi tabù; ma il desiderio della verità può essere più forte della paura delle conseguenze.

Nella verde gola delle lupe, novella scritta da Lucrezia Pei e Ornella Soncini e illustrata da Marco Calvi, è una sorta di retro-distopia, un racconto ambientato nel Cinquecento di un'Italia alternativa (ma dopotutto, neanche troppo), a cui si rifà anche per la scelta del registro linguistico. Le cacciatrici hanno riconquistato un matriarcato da lungo perduto, espungendo il ruolo del maschio dalla narrazione sulla nascita. Gli uomini esistono solo come residui bestiali che infestano il margine della selva, lupi di una cautionary tale che è al contempo agiografia e mito di fondazione.

Le voci delle personagge della novella non volano sopra la selva, ma sussurrano in mezzo alle radici. Sono lamenti stoici e litanie, piccoli vagiti di sorpresa, gemiti di orrore. Risalgono da un mondo piccolo e compiuto in cui si obbedisce anche davanti alla menzogna... perché la verità è una cosa incandescente che va tenuta in bocca. Sono loro la vera forza trainante del racconto, sfuggenti ma profonde come in un sogno. Le matite di Calvi riescono a infonderle di una certa aria liturgica, e allo stesso tempo vibrano sul confine dell'intimità più dolorosa.

Non privo di grinze, il racconto di Pei-Soncini pecca forse di un realismo narrativo un po' troppo puntuale, che è così attento al dettaglio che spesso dimentica il quadro d'insieme, rendendo l'ambientazione poco pratica ad orientarvisi. E forse si avvertono poco, dopotutto, quel senso di selvaggio e quella promessa di un matriarcato sostenibile che si intravedevano dalle premesse. Nondimeno, una buona prova per un duo già ben consolidato e di cui contiamo di leggere altro (magari un bel prequel di questo? la butto lì).

lunedì 29 luglio 2024

Polisemia della carne - Sirene di Laura Pugno

Il mondo del sole nero è una civiltà in fondo al mare, oscuro paradiso dove i ricchi si proteggono dalle radiazioni velenose. Samuel è un parassita di questo sistema, come un cirripede attaccato ai denti di un leviatano. Il suo lavoro consiste nel sorvegliare un allevamento di sirene, dalle quali si ricava la pregiatissima carne di mare. Per il resto, è una specie di zombie, un essere svuotato di sentimenti: è così da quando ha perso l'amata Sadako, portata via dal cancro nero. Non sa neanche lui per quale motivo ha deciso di accoppiarsi con una delle sirene dell'allevamento, né tantomeno immaginava che lei potesse rimanere incinta.

Poco più che cento affilate pagine, Sirene è una piccola eucaristia maledetta. Il cielo tradisce, l'abisso accoglie, ma è un gioco di scambi: mentre gli uomini colonizzano il fondale, infatti, le sirene affiorano in superficie. Ed è proprio su questo luogo liminale, il pelo dell'acqua, che si consuma l'orrore del romanzo, dove Samuel perde Sadako ma riceve Mia, la piccola mezzosangue che non sarebbe mai dovuta nascere. Una creatura che nessuno ha voluto per un'altra che tutti vorrebbero.

La civiltà immaginata da Laura Pugno non ha il rigore di una macchina ben rodata, ma piuttosto è un progetto tracciato al risveglio da un incubo. Le sirene ne costituiscono il cuore pulsante: sotto la mano della yakuza, vengono allevate per il macello oppure sfruttate per i bordelli. La polisemia della carne, come alimento e come eros, diventa oggetto di un'ossessione fin troppo familiare. È un mondo, quello disegnato in Sirene, al di là di ogni possibilità di redenzione, popolato da personaggi senza speranza. Lo stesso Samuel non è mosso da intenti razionali, solo da istinti di conservazione ormai logori e insudiciati.

La prosa di Pugno ha una bellezza dolce e grezza, fatta di illusioni taglienti: frammenti di cose che sono state e che tornano ad essere per pochi istanti, infuse di incanti lunari. È una scrittura che non teme di sporcarsi o di mostrarsi nella sua nudità, e che più di qualsiasi elemento di trama concorre a informare le ombre di un reame decaduto.

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