Ogni tanto do ascolto alla mia fame acritica per le storie di ragazzine in collegio e leggo romanzi come Charlotte Sometimes. Mi aspettavo un libro carino e un po’ goffarello, con delle leggere tinte spooky, e invece… non ero pronto.
Non saprei come descrivere l’effetto che il romanzo di Penelope Farmer (un classico della letteratura anglofona per ragazzi, portato in Italia da Agenzia Alcatraz) ha avuto su di me. Di per sé non è un’opera straordinaria, non ha una scrittura audace o una trama particolarmente avvincente. Eppure è uno di quei libri che – come si dice – mi è “rimasto dentro”. L’idea alla base della storia è piuttosto semplice. Due ragazzine, Charlotte e Clare, forse per una serie di convergenze cosmiche, si scambiano la coscienza durante la notte, vivendo le rispettive vite a giorni alterni: l’una negli anni Sessanta, l’altra durante la Grande Guerra – finché qualcosa non si rompe.
La magia di Charlotte Sometimes, nella misura in cui l’ho percepita io, è nel racconto di come la protagonista vive questo scambio, dei significati che emergono di volta e in volta e a cui lei cerca di dare un senso. Charlotte non è un’eroina tragica, non ha una grande personalità, ma è terribilmente riflessiva. La relazione tra il presente e il passato, tra la sua vita e quella di Clare, e in definitiva tra vita e la morte, diventa un pensiero sotterraneo che innerva tutta la narrazione, un’inquietudine che è impossibile mettere a tacere.
Dei classici per ragazzi si apprezza (e ci si aspetta) che siano racconti di formazione. Qui invece Farmer fa un’operazione pur simile ma un po’ più sottile. Quando va nel passato, Charlotte non si “forma”: si mette invece in discussione. È un’operazione che di decostruzione che la lascia piena di incertezze che dovrà colmare in futuro, oltre le pagine in cui ci è dato di spiare.
Che altro posso aggiungere per convincervi a leggerlo? Ho pianto. Ma tanto.

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