Se è vero che Lino Aldani diede alle stampe Quando le radici per la prima volta nel 1977, la stesura del romanzo iniziava ben undici anni prima. Fu dunque una primavera romana degli anni Sessanta – un mondo estetizzante, senza freni, di cui Alberto Arbasino avrebbe di lì a poco tratteggiato uno spietato ritratto nel suo Super Eliogabalo – lo sfondo su cui lo scrittore pavese proiettò le atmosfere morbose e desolate di questa distopia a breve termine.
Protagonista di Quando le radici è Arno, giovane impiegato della Felce Azzurra (non il sapone!) a cui è delegato il compito di controllare le schede sputate fuori da una macchina. Di notte, invece, l’azienda lo “prostituisce” presso certe importanti collaboratrici. Stanco dei ritmi frenetici della città, alienato da un lavoro che non comprende, Arno manda tutto in vacca e decide di tornare a Pieve Lunga. Del suo paesello natale, però, nel 1998 non rimangono che pochi ruderi, dove certi vecchi burloni e incattiviti resistono: traditi dallo Stato che ha deciso di tagliare loro le utenze e i collegamenti con il resto della civiltà, vivono di espedienti e grazie ai commerci con una carovana di nomadi.
La lettura di questo romanzo arriva in un momento della mia vita in cui mi chiedo se ho davvero nostalgia della vita in provincia o se piuttosto non ne abbia romanticizzato l’idea, trasformando un ricordo in una prospettiva. È una domanda che Arno tenta in tutti i modi di soffocare, nonostante le persone attorno a lui lo incalzino costantemente. Ostinato com’è, il protagonista abbandona i simulacri della burocrazia per vivere di un magro pescato e vino paesano, ma in fondo è un uomo di città, cresciuto sulla cresta del progresso: certi vizi di forma non si possono abdicare.
I capitoli più interessanti di Quando le radici, almeno secondo me, sono i primi sei: quelli, cioè, scritti nel 1966 e che, nella storia, precedono il ritorno definitivo di Arno a Pieve Lunga. La Roma dipinta da Aldani in queste pagine non ha niente della “dolce vita”: è una città diabolica, assolutamente aliena. Insieme al protagonista, ci muoviamo tra uffici, bar e salotti di una necrometropoli popolata da una classe medio-alta ormai avvinta: di giorno impegnata in lavori pleonastici al solo scopo dello stipendio, di notte trascinata in una sessualità quasi curriculare. È come vedere ritagli da Fantozzi montati sulle scenografie di Wicked City. «Una città di morti.» scrive Aldani. «L’antenna televisiva sul tetto d’una casa è come una croce piantata su una tomba, il segno che là sotto sono tutti cadaveri.»
Lucida e sferzante (specie se riecheggia da cinquant’anni nel passato) suona poi l’interpretazione di Aldani sul lavoro del settore terziario, popolato da una turba di impiegati specializzati che però non hanno alcun legame emotivo o intellettuale con il proprio lavoro. «Ebbe la fulmine conferma che l’ICU e le altre decine di migliaia di enti inutili disseminati in tutta Italia altro non fossero che semplici aree di parcheggio per assorbire la disoccupazione intellettuale. Le schede che uscivano da quella macchina fetente non significavano nulla, non servivano a niente, erano solo un giochetto idiota per tenerlo occupato. Occupato e sottoposto. E soprattutto ligio al sistema.»
Nella critica allo “Stato canaglia” risuonano le retoriche settantottine. Sembra che l’autore affidi il suo livore alle parole di Luigi, il Sacrista, il quale ce l’ha tanto con gli spietati capitalisti quanto con i finti comunisti che, una volta sedutisi nella “stanza dei bottoni”, hanno preferito la comodità della poltrona. Anche per colpa loro l’Italia, alla vigilia del nuovo millennio, è una terra scempiata e avvelenata, immolata in nome del progresso, che non serve a migliorare la vita dei cittadini, ma a renderli consumatori sempre più affamati.
La scrittura di Aldani è sapida, ricca, ma tenace nel suo realismo – rarissime le figure retoriche di significato, una scrittura che sta in piedi da sola e non ha bisogno di referenti esterni. D’altra parte, l’autore non tenta il naturalismo linguistico, ma sceglie consapevolmente un italiano letterario, dove i vocaboli della contemporaneità sono infilati come schegge. La sua prosa musicale s’inclina spesso verso la poesia, in alcune sezioni anche formalmente: i versi liquidi e battenti che descrivono in due occasioni il ritorno a Roma tradiscono un certo compiacimento dal gusto spleen, indizio che forse questo romanzo sguazza nel disprezzo ma non si fa carico di una vera pars construens.
Nelle battute finali, tuttavia, ho avuto l’impressione che quella raccontata in Quando le radici fosse più che altro una crisi del maschile. Nel romanzo, sono gli uomini a confrontarsi sui temi della politica, della società, del lavoro: la chimera che Arno rincorre abita in un mondo che, pur non essendo necessariamente patriarcale (ma lo è, le parole dei suoi compaesani non lasciano dubbi), è rappresentato secondo certe figurazioni tradizionalmente maschili, come l’attività della pesca o l’avvinazzarsi. Le donne, al contrario, sono descritte soltanto in funzione della loro sessualità: virago frigide o nullità focose, esistono come cifra delle frustrazioni e delle soddisfazioni degli uomini. Imbevute di un potere mefistofelico o, in alternativa, languide sotto un pergolato ad aspettare le sberle del marito, non hanno alcun posto nel ritratto del mondo perduto; se dicono qualcosa è in omaggio al progresso, se vaneggiano sul passato è tutta posa, per il resto non vengono interpellate.
Nonostante questo aspetto piuttosto critico, Quando le radici resta un romanzo quasi profetico che in realtà è un’acuta riflessione sul presente, nella migliore tradizione della fantascienza. Le angosce prospettate da Lino Aldani mezzo secolo fa oggi sono mature, marce persino. Tutti i mali che abbiamo perdonato al capitalismo, tutte le storture che abbiamo scelto di non vedere, ci sono cresciute addosso, ci hanno paralizzato. Ed è nella macchina, in particolare – nel suo funzionamento imperscrutabile, nel desiderio che genera, nell’umiliazione che esercita sull’uomo – che Aldani individua l’arma finale dei padroni: finché i cittadini non si affrancheranno dal suo potere, non potrà esserci alcuna rivoluzione.
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